Mentre il genere umano colonizzava ogni angolo di mondo, inventando l’agricoltura e andando sulla Luna, gli scimpanzé – i nostri più stretti parenti viventi – sono rimasti sugli alberi a mangiare frutta e cacciare piccoli primati come il Colobo rosso e il Babbuino giallo.

Gli scimpanzé moderni sono praticamente identici alla propria forma attuale da circa 1 milione di anni. 5 Milioni di anni fa circa il genere umano (quindi Homo) e gli Scimpanzé comuni (Pan troglodytes) condividevano un antenato comune, e il DNA di entrambe le specie è oggi identico per il 98%.

Sotto, il grafico della differenziazione fra uomo e Scimpanzé, l’ultimo antenato comune tra uomo e scimpanzé (CHLCA), come riportato da Wikipedia. Sulla destra in viola si può vedere Pan, il ramo degli scimpanzé, mentre a sinistra gli Australopitechi:

L’Homo sapiens esiste da circa 300.000 anni, e quindi lo scimpanzé, se pensato come un nostro stretto “cugino”, ha avuto oltre il triplo del tempo per evolversi in modo più differenziato. Se facciamo il paragone con il tempo in forma umana, è come avere una bis-bis-bi-bisnonna in comune che ha generato due nipoti, evolutisi nel corso di milioni di anni, in modo assai differente.

Ma perché una delle sue progenie evolutive ha ottenuto risultati molto più strabilianti dell’altra?

Briana Pobiner, paleoantropologa presso lo Smithsonian Institute di Washington, spiega che: “La ragione per cui altri primati non si stanno evolvendo in esseri umani è che sono adatti al loro ambiente naturale. Tutti i primati viventi di oggi, compresi i Gorilla di montagna in Congo (ormai ridotti a poche centinaia di esemplari), le Scimmie urlatrici nelle Americhe e i Lemuri in Madagascar, hanno dimostrato di poter prosperare nei loro habitat naturali”.

Sotto, un maschio adulto di Gorilla di Montagna. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Lynne Isbell, professore di antropologia all’Università della California, spiega che:

L’evoluzione non è una progressione

Agli occhi degli scienziati, gli esseri umani non sono più “evoluti” degli altri primati, e non abbiamo vinto alcuna competizione evolutiva. Se l’adattabilità dell’uomo di manipolare ambienti tanto diversi fra loro è essenziale nel soddisfare le sue esigenze, questa capacità non posiziona “Homo sapiens” in cima alla scala evolutiva.

Isbell prosegue traendo spunto dalle formiche. “Le formiche hanno molto più successo di noi. Al mondo ci sono molte più formiche che esseri umani, e sono perfettamente adattate ai luoghi in cui vivono. Se le formiche non hanno sviluppato la scrittura hanno sviluppato molto prima dell’uomo l’agricoltura (circa 30 milioni di anni fa secondo uno studio pubblicato), e si tratta di insetti di enorme successo”.

Sotto, un gruppo di formiche, fotografia di pubblico dominio via Pixabay:

La dottoressa Pobiner specifica: “Abbiamo l’idea che il più forte sia il più forte o il più veloce, ma tutto ciò che è necessario fare per vincere il gioco evolutivo è sopravvivere e riprodursi”.

La divergenza dei nostri antenati dagli scimpanzé ancestrali è un buon esempio. Sebbene non siamo in possesso di una documentazione fossile completa di tutti gli esseri umani e degli scimpanzé antenati delle odierne forme delle specie attuali, gli scienziati hanno combinato prove fossili con indizi genetici e comportamentali raccolti dai primati viventi per conoscere le specie ormai estinte i cui discendenti sarebbero in seguito diventati umani e scimpanzé.

Sotto, uno scimpanzé odierno, fotografia di pubblico dominio via Pixabay:

La dottoressa Isbell afferma: “Non abbiamo i resti di queste ipotetiche creature, e non sono sicura che potremmo inserirle fra gli antenati dell’essere umano, ma probabilmente sarebbero molto più simili a uno scimpanzé che a un essere umano, e trascorrevano la maggioranza del tempo sopra gli alberi, toccando pochissimo il suolo”.

Gli scienziati pensano che gli umani ancestrali cominciarono a distinguersi dagli scimpanzé ancestrali quando iniziarono a trascorrere più tempo a terra

Sotto, mano di scimpanzé, in cui è facile notare la differente struttura del pollice rispetto a quella umana. Fotografia di Teresa Jackson condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

I nostri primi antenati che si sono discostati dal nostro antenato comune (la bisnonna di cui sopra) probabilmente erano più abili a camminare a terra, le loro zampe inferiori iniziavano a crescere in lunghezza e gli alluci si erano spostati in avanti, consentendogli di diventare degli esseri in grado di camminare a tempo pieno.

La dottoressa Isbel spiega che: “La differenza nella selezione dell’habitat ha determinato il primo notevole cambiamento comportamentale. Per far funzionare l’andatura bipede, i nostri antenati si sono acquartierati in zone che non erano di fitte foreste, viaggiando in luoghi dove gli alberi erano più radi”.

Sotto, ricostruzione di Homo erectus, che visse fra i 2 miloni e almeno 600.000 anni fa circa. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il resto è la storia dell’evoluzione umana. Per quanto riguarda gli scimpanzé, solo perché sono rimasti sugli alberi non significa che abbiano smesso di evolversi. Un’analisi genetica pubblicata nel 2010 suggerisce che i loro antenati si separarono dai bonobo ancestrali circa 930.000 anni fa, e che gli antenati di tre loro sottospecie viventi si sono separati 460.000 anni fa. Gli scimpanzé centrali e orientali si sono distinti fra loro soltanto 93.000 anni fa. La dottoressa Pobiner conclude: “Gli scimpanzé sono perfettamente evoluti, e finché non distruggeremo il loro habitat non avranno problemi di sopravvivenza”.

E’ bene ricordare che lo scimpanzé comune è attualmente in pericolo di estinzione secondo la IUCN, con un trend di popolazione in continua decrescita.

Lo scimpanzé, perfettamente adatto al suo ambiente naturale e felice di vivere sugli alberi, non si è evoluto in una forma di Homo. L’uomo, che ha cercato il cibo lontano dagli alberi con un’andatura bipede, ha oggi la responsabilità di preservare questo suo antichissimo cugino dall’estinzione.

Fonte dei riferimenti scientifici: Livescience.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...