Molti dei bambini di tutto il mondo (perlomeno quello occidentale) sono cresciuti a pane e Walt Disney: tutti a bocca aperta, fra risate e lacrime, davanti alle incredibili e meravigliose vite dei protagonisti, umani o animali che fossero, dei film di quel genio dell’animazione che fu appunto Walt Disney.

Walt Disney, 1946

Dopo una serie di fallimenti economici, con lui che sperimenta nel garage dello zio delle animazioni pubblicitarie (i garages sono molto importanti nella storia degli imprenditori americani), arriva inaspettato il successo del primo cortometraggio sonoro con protagonista Mickey Mouse: Steamboat Willie.

Un’immagine di Mickey Mouse in Steamboat Willie

Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Per produrlo, Disney deve vendere la sua macchina, ed è lui stesso a prestare la voce a Topolino (e lo farà fino al 1947). Il successo non è porta immediatamente soldi, anzi: i ricavi dei cortometraggi, che pure richiamano un grande pubblico e vincono persino due premi Oscar, coprono a malapena le spese di produzione, mentre Disney è carico di debiti. Decide quindi di creare un lungometraggio, Biancaneve e i sette nani, che esce nel 1937.

Biancaneve

Non molti, compresi la moglie Lillian e il fratello Roy (che sono suoi soci), credono in questo esperimento, mentre sono in tanti a considerarlo proprio una pazzia, la “Follia Disney”. I costi sono esorbitanti e Disney è costretto a ipotecare la casa per portare a termine il progetto, ma alla fine dimostra di aver avuto la vista più lunga di tutti: il film è da subito un successo di pubblico e di critica, che gli vale un Oscar alla carriera, e che soprattutto frutta, nell’arco di un anno e mezzo, la stratosferica cifra di 6,5 milioni di dollari.

Walt Disney in un fotogramma del trailer di Biancaneve


Dopo Biancaneve e i sette nani, i successi di Disney non si contano più, anche se c’è qualche flop, come Pinocchio.

Walt Disney con la moglie Lillian, 1939

Una cosa però accumuna tutti i film Disney: la figura materna, o è assente del tutto o fa presto una brutta fine, vedi Bambi, Dumbo, Cenerentola e così via.

Si tratta innanzi tutto di “un dispositivo di finzione”, ricorrente anche nella letteratura, grazie al quale il protagonista bambino riesce a sviluppare carattere e personalità nel breve lasso di tempo di un libro o di un film. Lo psicologo infantile Bruno Bettelheim amplia il discorso e vede nella morte della madre (nelle fiabe ovviamente) un lato psicologicamente positivo:

“La tipica suddivisione fiabesca della madre in una madre buona (di solito morta) e una matrigna cattiva … non è solo un mezzo per preservare una madre interiore buona quando la vera madre non è del tutto buona, ma permette anche la rabbia verso la cattiva “matrigna”, senza mettere in pericolo la buona volontà della vera madre.” (B. Bettelheim, Il mondo incantato)

Walt Disney, 1935

C’è però anche un’altra spiegazione, per quanto riguarda almeno i film Disney, ed è strettamente legata alla storia personale del disegnatore, ovvero le circostanze legate alla morte di sua madre. Nel 1938, dopo il grande successo di Biancaneve, Walt e il fratello Roy comprano una bella casa a Hollywood per i loro genitori, Florain ed Elias, che vivono in Oregon. Un sogno che si avvera, una prova tangibile di riconoscenza, un gesto d’amore da parte dei figli che hanno avuto successo nella vita.

Florain ed Elias Disney


La madre, subito dopo il trasferimento nella nuova e bellissima casa, lamenta un cattivo odore che proviene dalla stufa a gas. Walt Disney manda dei tecnici dai sui Studios, che intervengono ma non trovano nulla di anomalo. Una mattina di qualche giorno dopo, quando la governante arriva alla villa, trova i Disney privi di sensi e li trascina fuori in giardino. Il padre sopravvive, ma la madre muore. E’ il 26 novembre 1938: la coppia viveva in quella casa da meno di un mese.

E’ una tragedia della quale Walt Disney si riterrà sempre responsabile, un lutto mai veramente elaborato: non parlerà mai della disgrazia, con nessuno. Si prende un giorno di libertà per partecipare al funerale della madre, e da quello successivo tornerà a lavorare a testa bassa, come sempre.

E’ stata solo l’innaturale perdita della madre, il suo senso di colpa, a cancellare dalle opere di Disney la figura materna?

I surrogati presentati, sempre così generosi, allegri e benigni (e quasi mai di sesso femminile), diventano le figure di riferimento dei piccoli protagonisti: una “tendenza insidiosa” – secondo Ariel Dorfam, docente di letteratura latinoamericana, e Armand Mattelart, sociologo belga (nel libro How to Read Donal Duck) – quella che sostituisce la madre vera con una “falsa madre Topolino”, quasi sempre una figura maschile.

Forse in realtà Walt Disney era un po’ misogino?

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.