Poco noti e per nulla citati nei libri di storia, i Mi’Kmaq furono una tribù nativa americana situata nel sudest del Canada, custodi di un grande e affascinante enigma. Prima di approfondirlo, occorre fare un passo indietro, analizzando il contesto storico-culturale e politico in cui esso si sviluppò. Era il XVII secolo quando i francesi cominciarono la loro espansione coloniale in Canada, in particolare nell’odierno Quebec. I coloni furono inevitabilmente seguiti, per volere del celeberrimo cardinale Richelieu, da missionari religiosi col compito di convertire e “civilizzare” gli indigeni locali.

Sotto, Area di stanziamento dei Mi’kmaq, con la suddivisione in sette distretti – Fonte Wikipedia condiviso con licenza CC BY 3.0:

Nel 1610, l’intento fu portato a buon fine presso la tribù Mi’Kmaq, col Gran Capo Membertou convertitosi al Cattolicesimo, abbandonando di fatto il tradizionale culto pagano caro alla tribù. Egli volle tuttavia, tramite un accordo coi gesuiti francesi, assicurarsi che la propria gente potesse godere della libertà di scelta: avrebbero potuto rimanere fedeli ai propri déi, o convertirsi al culto occidentale.

A duecento anni più tardi, nel 1866, viene fatto risalire un insolito documento. Questo venne ritrovato negli Stati Uniti da John William, collaboratore di un professore universitario, soltanto nella prima metà degli anni Settanta dell’800.

Si trattava di “Preghiera del signore in geroglifici Mi’Kmaq”, un solo foglio*, all’interno di un altro tomo, redatto dal missionario cattolico Eguène Vetromile, il quale aveva predicato presso gli indigeni.

*Fonte: (E. VETROMILE, The Lordís Prayer in Micmac Hierogplyphs, foglio inserito in: E. VETROMILE, The Abnakis, New York, 1866.)

Il mistero ebbe allora origine; fu lampante, agli occhi di chi esaminò il documento, che i geroglifici Mi’Kmaq (in forma ieratica, semplificata) erano particolarmente somiglianti ai ben noti geroglifici degli antichi egizi. Furono i significati dei simboli, tradotti in francese, a destare maggior stupore, poiché praticamente identici a quelli egiziani.

Sotto, schema di confronto fra geroglifici egizi e Mi’kmaq, fonte Wikipedia:

Se fino a quel momento era stata convinzione degli studiosi che l’insegnamento e la creazione di un sistema geroglifico (più facile per veicolare l’insegnamento), fossero stati opera dei missionari cattolici, era invece ora il momento di considerare, con stupore, un’ipotesi alternativa:

qualcuno istruito sui significati dei geroglifici egiziani poteva aver avuto un ruolo decisivo nell’istruzione dei Mi’Kmaq

Il fatto che l’istruzione della tribù fosse cosa recente era apparentemente confermato da una frase in particolare, scritta su una grande opera sulla scolarizzazione degli indigeni americani. Essa affermava l’ignoranza degli Algochini (insieme di tribù del Canada meridionale e dell’America Settentrionale, di cui i Mi’Kmaq erano parte) in materia di lettura e scrittura*.

*Fonte: Rapporto al Congresso statunitense del 1851.

Sotto, accampamento Mi’kmaq sull’isola di Cape Breton – Fotografia di pubblico Dominio:

A sostegno di ciò vi era l’affermazione di un altro missionario, Pierre Maillard, il quale, nel XVIII secolo, dichiarò di essere egli stesso l’ideatore del sistema geroglifico indigeno. Sebbene questa versione possa risultare, a una prima lettura, verosimile, vi è tuttavia una discrepanza a livello temporale non trascurabile.

Supponendo che, per i geroglifici Mi’Kmaq, fosse stata presa ispirazione dall’antico sistema egiziano, come avrebbe potuto padre Maillard comprenderlo e interpretarlo?

L’attestazione della morte del missionario, avvenuta nel 1762, smentisce la possibilità che questa possibilità possa mai aver avuto credito. Sarà infatti soltanto sessantun anni dopo, nel 1823, che Champollion avrebbe decifrato la stele di Rosetta, permettendo una traduzione e un’interpretazione quasi completa del sistema di scrittura dell’Antico Egitto.

Le somiglianze tra i due sistemi di simboli sono dunque solo frutto di una coincidenza?

William, insoddisfatto, si attivò nella ricerca di ulteriore documentazione scritta in geroglifici Mi’Kmaq. Molto di ciò che trovò apparteneva proprio a Maillard*, stampato postumo alla sua morte tra il 1863 e il ’66. Anche in questi nuovi scritti, i geroglifici degli indigeni erano del tutto somiglianti a quelli dell’antica civiltà egizia.

*Fonti: (E. VETROMILE, The Abnakis, New York, 1866) – P. MAILLARD (1735-1762), Vienna Plates, collezione di manoscritti geroglifici, ed. Kauder.

Sotto, La versione del Salmo 116 (Non nobis Domine) in geroglifici Mi’kmaq trascritta nel 1738 da Pierre Maillard. Nella parte inferiore, riga “b”, viene mostrata la trascrizione in geroglifici egizi:

Sotto, Mi’kmaq a Tufts Cove, in Nuova Scozia nel 1871 – Fotografia di Joseph S. Rogers di pubblico dominio:

Proseguendo le ricerche, si trovarono scritti contemporanei a Maillard, i quali segnalavano la sua estraneità all’invenzione del sistema geroglifico Mi’Kmaq. Più missionari, tra cui Eugène Vetromile, attestarono come gli indigeni, durante le loro prediche, fossero intenti a tracciare, su sassi e tronchi d’albero, vari simboli.

Alla richiesta di spiegazioni, essi risposero di “prendere appunti su quanto ascoltato”. Questa tecnica non era adottata solo tra i Mi’Kmaq, ma anche tra gli indigeni Wabanaki del Maine, poco distanti.

Sotto, due Mi’kmaq nel 1873, fotografia di pubblico dominio:

Vetromile scrisse: “Alcuni indigeni possedevano nei loro wigwam (tende) una specie di biblioteca, composta di pietre e pezzi di corteccia*, e gli uomini-medicina avevano lunghi manoscritti di tal carattere peculiare, che leggevano per le persone malate. Gli indigeni affermano che con quei segni si può esprimere qualsiasi idea, senza incertezze, come si fa con la scrittura. Quando i missionari francesi arrivarono in questa terra, fecero uso di tali segni, così come li trovarono, al fine di istruire gli indigeni. I padri Mainard (Maillard) e Le Loutre li migliorarono, e ne furono aggiunti altri per esprimere la dottrina ed i misteri della religione cristiana”.

*E’ importante sottolineare che i manoscritti sulla corteccia o sulle pietre venivano scambiati anche con altre tribù, per mandare messaggi in tempo di guerra o per chiedere consiglio.

Mi’kmaq fabbricano bastoni da hockey (attività che divenne importantissima per la tribù) in Nuova Scozia nel 1890 – Fotografia di pubblico Dominio:

Continuando ad analizzare il mistero, William e altri studiosi si ritrovarono quindi a formulare una nuova ipotesi:

che i Mi’Kmaq fossero discendenti di coloni egiziani, giunti nel Quebec in epoche remote?

Approfondendo, la risposta fu certamente negativa. La lingua della tribù appartiene senza dubbio alla famiglia algochina ed è priva di tracce africane. È però innegabile una limitata comparsa del vocabolario egizio al suo interno.

Fu dunque da considerarsi un avvenuto contatto con persone egiziane (o anche libici) da cui avrebbero potuto adottare qualche termine e il sistema di scrittura.

L’acquisizione di queste conoscenze era da considerarsi però appartenente a tutto il gruppo algochino, poiché anche le tribù dell’America Settentrionale, ai confini col Canada meridionale, adottarono sistemi di scrittura simile.

Due Mi’kmaq nel 1865 – Fotografia di Pubblico Dominio:

A testimonianza della presenza di vocaboli simil-egiziani nel dialetto, ad esempio, della tribù Wabanaki, è importante leggere interamente una citazione di padre Sebastien Rasles, risalente al 1691:

Sembra chiaro che gente di lingua iberica e punica sia arrivata nel’Iowa nel IX secolo a.C. e che usasse un regolatore del calendario di pietra, del quale sembra che sapessero leggere le scritte in geroglifici egiziani. I coloni avevano probabilmente navigato risalendo il fiume Mississippi, per raggiungere la regione di Davenport.

Potrei azzardare l’ipotesi che essi arrivassero a bordo di navi della marina egiziana, al comando di un navigatore libico, durante la XXII Dinastia, detta libica, i cui faraoni erano uomini energici, che favorivano l’esplorazione oltremare. (…) Probabilmente intorno a quel tempo giunsero altri sacerdoti-astronomi egiziani, che accompagnavano altre spedizioni, come quella a Long Island, New York, ed i viaggiatori libici che raggiunsero il Quebec, ove lasciarono l’iscrizione che è stata ritrovata due anni fa dal professor Thomas Lee della Laval University.

Quei viaggiatori potevano essere coloro che colonizzarono il New England, e insegnarono agli antenati dei Mi’Kmaq e degli Wabanaki come scrivere coi geroglifici egiziani. Poiché i geroglifici sono ideogrammi, e possono essere letti (come idee, non come suoni) in qualsiasi lingua, non sarebbe stato difficile per i libici o gli egizi istruiti insegnare ai loro vicini e agli indigeni nativi come leggere e scrivere i geroglifici. Col passar del tempo, la moderna lingua algonchina avrebbe visto la luce ed i geroglifici sarebbero stati pronunciati in algonchino“.

Fonte del testo: Primo volume di Archaeologia Americana, e poi ancora Schoolcraft nel 1851, nel suo Indian Tribes of North America.

A quell’epoca altri sacerdoti egiziani, in altre spedizioni, potrebbero aver raggiunto le coste americane e canadesi.

Potrebbero essere stati loro ad insegnare ai Mi’Kmaq, e agli altri algochini, come scrivere e interpretare i geroglifici egiziani?

Interessanti sono i resoconti lasciati, proprio dalle popolazioni algochine, ai primi ricercatori europei. In uno di questi, collezionato nel 1819, lasciato a John Jhonston, da parte della tribù Shawnee, viene raccontato come fosse loro noto, da sempre, che i loro antenati fossero giunti dal mare, che fossero una popolazione dalla carnagione bianca, ma che fossero sconosciute le loro origini.

Accampamento di Mi’kmaq nel 1791 – Fotografia di Hibbert Binney di pubblico dominio:

Altre interessanti osservazioni possono essere fatte in ambito astronomico, analizzando i nomi dati dalle tribù ad alcune costellazioni.

Ad esempio, l’Orsa Maggiore era nota ai romani come “ursa major” e ai greci come “arctos”, entrambi nomi del medesimo animale, sebbene la conformazione di questa non ne suggerisca affatto la forma dell’animale.

Quando gli indigeni Natick di Boston vennero intervistati sulle conoscenze astronomiche in loro possesso, essi dissero di aver sempre chiamato quella particolare regione della Via Lattea col nome di “Paukunnawaw”. Tradotto, “Orsa”.

In dialetto Mi’Kmaq, invece, “orsa” si dice ‘Moeen’, ed è proprio questo il nome con cui essi avevano sempre indicato tale costellazione (come attestato da Silas Rand nel 1884).

E’ quindi possibile presumere la trasmissione di un’idea astronomica giunta dal Mediterraneo fino alle Americhe? Può essere tutto questo patrimonio culturale comune ridotto a una mera coincidenza?

Per modeste che siano, le testimonianze fornite dai nativi ci invitano a prestare attenzione all’ipotesi di un qualche antico e misterioso legame tra nuovo e vecchio continente, e ci aprono uno spiraglio su un contesto storico nuovo ancor tutto da definire. Forse solo col tempo e ulteriori ricerche si sarà in grado di comprendere le ragioni di tali intersezioni culturali fra luoghi separati dall’Oceano Atlantico.

Fonti: Associazione culturale Liutprand, Mathinsencorollary, diverse pagine Wikipedia e in aggiunta riferimenti a tutti i documenti citati nel testo.

Cecilia Fiorentini
Cecilia Fiorentini

Ho studiato lingue e sono una studentessa di Conservazione dei Beni Culturali, ho 24 anni e una grande passione per l'editoria e la scrittura. Mi diletto nella lettura di saggi sull'archeologia misterica, sulla spiritualità e sulle credenze di antichi popoli come Egizi, Vichinghi o Nativi Americani.