Per tornare ad innovare in Italia dovremmo studiare gli uffici di Facebook

La nostra epoca sarà ricordata storicamente come quella in cui gli esseri umani si sono connessi, tutti, gli uni con gli altri. La tecnologia è internet, il luogo (principale) è Facebook. Cosa ha reso possibile la vittoria del network fondato da Zuckerberg? Migliaia di fattori, primo fra tutti la qualità del prodotto, la sua carica innovativa, gli investimenti e molti altri. Facebook, insieme ad Apple e Google, è una delle tre aziende “stellari” della Silicon Valley che, divise ma unite, negli ultimi 10 anni hanno cambiato la vita di buona parte del genere umano, la stragrande maggioranza degli occidentali.

Sotto, Mark Zuckerberg alla propria postazione di lavoro:

Il trio più ricco della Silicon Valley non rappresenta il 100% delle aziende, e queste sono attorniate da migliaia di altre realtà, che vengono a volte assorbite per guadagnare brevetti o innovazioni (Instagram, Youtube, WhatsApp tanto per citare i 3 casi più famosi), mentre a volte sono partner o semplicemente coesistenti in un luogo ricchissimo.

E le future generazioni si chiederanno: in Italia, in quel periodo, cosa successe?

L’Italia, con la sua carica di micro-imprenditoria, sta cercando di dire la propria, ma con grande difficoltà. Gli impedimenti sono di tantissimi tipi, e a sentir noi stessi ce ne sarebbero migliaia. Pochi finanziamenti, burocrazia, costo del lavoro etc. Tutto vero.

Ma la nostra mentalità ci aiuta?

La domanda mi è sorta spontanea osservando la fotografia del New York Times agli uffici di Facebook di Menlo Park, progettati da Frank Gehry. Nel quartier generale dell’azienda non ci sono spazi privati. Ovviamente sono presenti palestre, salottini, videogames etc, tutti servizi per i quali potremmo, come italiani, accampare pretese di copyright andando ad osservare le opere di Adriano Olivetti ad Ivrea negli anni ’50. Il fulcro del concetto però rimane l’assenza della manifestazione della gerarchia. Anche se siete l’ultimo assunto, con il compito di scontornare le foto per la pagina ufficiale di un nuovo prodotto, potreste trovarvi a sedere accanto al fondatore dell’azienda e pluri-mega-miliardario Mark Zuckerberg. Che più o meno, per un ragazzo di 24 anni uscito dall’università di Informatica di Stanford, equivale a Dio in terra.

E che c’entra con l’Italia?

Avendo vissuto in prima persona la rivoluzione tecnologica dei social network, studiandone tutta l’evoluzione, mi sento di fare un paragone con la realtà lavorativa nostrana. Nonostante i miti italiani siano simili a quelli statunitensi (ah, la globalizzazione dei cervelli…), qui gli Steve Jobs girano in Ferrari e siedono su poltrone in pelle umana. Se poi si va a vedere l’ecosistema start-up, ci si rende immediatamente conto di quale sia la caratterizzazione delle imprese.

Sotto, il team News Feed a Facebook:

Dopo aver lavorato in aziende tradizionali, quelle con sedi a 2/3 piani, dove il capo è sempre all’ultimo e riceve su appuntamento preso per mail, ho trascorso oltre un anno in una start-up, che ha vissuto un temporaneo e modesto successo. L’idea alla base dell’evoluzione dell’azienda è, anche per realtà innovative, l’accedere a comfort e “status symbol” come la sede più grande, più uffici, le auto aziendali “di livello” e così via.

Il fine non è l’innovazione, ma l’apparenza. Di questo tipo di start-up all’italiana ne è esempio perfetto Egomnia, azienda dal modestissimo fatturato (300 mila euro scarsi), il cui fondatore è diventato addirittura protagonista di un recente film. Anche questo all’italiana, anche questo farcito di stereotipi. Questa volta all’amatriciana.

Facebook si trova agli antipodi

E ha conquistato il mondo. Lo ha conquistato facendo lavorare i dipendenti in un ambiente sì confortevole, ma anche con un’apparenza democratica, dove la collaborazione è fondamentale per il raggiungimento di risultati, dove le gerarchie sono interpretate in modo molto più creativo rispetto ai modelli italiani. Se vogliamo tornare ad innovare dovremmo partire da qui. Potrebbe essere una buona idea.

Fonte delle immagini: New York Times

Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...