In Algeria, nella Valle del M’zab, là dove comincia il deserto del Sahara, c’è un’oasi che per molti secoli ha offerto rifugio ai nomadi berberi, fino a che una parte di loro, nell’XI secolo, decise di soggiornarvi stabilmente: costruirono, lungo i costoni rocciosi del M’zab, cinque città fortificate, chiamate collettivamente Pentapolis. Ognuna di esse è circondata da mura e dominata da una moschea, il cui minareto aveva anche la funzione di torre di guardia.

Ghardaia

Fotografia di Lionel Viroulaud convidisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Flickr:

Ognuna delle cinque città – Ghardaia, Melika, Beni Isguen, Bou Noura e El Atteuf – si sviluppa in stretti cerchi concentrici che circondano la moschea, costruita sulla cima di una collina, e concepita come una fortezza, l’ultimo bastione difensivo in caso di assedio, munita di un arsenale e di un granaio.

Intorno ad essa le case, dipinte con i caldi colori della terra, formano cerchi concentrici che arrivano fino ai bastioni.

Le case furono costruite tutte uguali, all’interno di una struttura sociale molto equilibrata, dove vige il massimo rispetto per l’intimità della famiglia, anche se gli edifici non sono abitazioni “singole”, ma sembrano costituire una struttura ad alveare, con stretti vicoli e passaggi coperti che le avvolgono come in un abbraccio. Questo strano tipo di urbanizzazione, non casuale, ma progettato consapevolmente, ha suscitato l’interesse di molti architetti moderni, tra cui Le Corbusier, che visitò le Pentapolis nel 1931.

Beni Isguen

Ghardaia è la città principale e capitale del M’zab, mentre El-Ateuf è il più antico insediamento della regione. Beni Isguen è invece la più misteriosa: considerata una città santa, era fino a poco tempo interdetta ai non residenti durante le ore notturne, quando le porte della città venivano chiuse.

Un vicolo di Ghardaia

Fotografia di lionel viroulaud condivisa con licenza CC BY-SA 2.0 via Flickr:

Oggi non è più così, ma Beni Isguen rimane l’insediamento più legato alle antiche tradizioni. Le donne non amano essere fotografate, sia per motivi culturali sia religiosi.

Donne con il tradizionale haik, a Ghardaia

Fotografia di Stefan Krazowski via Flickr:

Dopo il matrimonio, indossano il tradizionale haik, un grande panno avvolto intorno al corpo e al viso, che lascia scoperto solo un occhio. Un tempo, quando uno straniero incrociava la loro strada, avevano l’obbligo di girarsi verso il muro: oggi non devono più sottostare a questa regola, ma continuano ancora a cambiare strada, quando è possibile, per evitare contatti, anche solo visivi, con gli stranieri. Superfluo dire che è assolutamente proibito fotografarle.

Il suk di Ghardaia

Fotografia di lionel virulaud via Flickr:

Le cinque città del M’Zab hanno mantenuto inalterate la loro cultura e lo stile di vita, praticamente immuni dalle influenze esterne, tanto che nel 1982 sono state inserite nell’elenco dei Patrimoni UNESCO, proprio per aver conservato intatto un habitat umano tradizionale che si è sviluppato adattandosi all’ambiente circostante.

La Piazza di Ghardaia

Fotografia di lionel virulaud via Flickr:

Architettura tradizionale di Ghardaia

Fotografia via Wikipedia:

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.