Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani” Così si esprimeva nel 1946 lo scrittore Umberto Saba in Scorciatoie e raccontini.

Eppure l’Italia è anche terra di parricidi, termine che sta a indicare il terribile delitto commesso specialmente contro il padre ma in generale contro un genitore o i fratelli.

Tra il 1975 e il 1994 Adnkronos ha registrato in Italia ben 162 casi di parricidio: nell’88,3% dei casi è stato un figlio a uccidere, mentre nell’11,7% una figlia. I patricidi sono stati di più (65,5%) rispetto ai matricidi (29,6%). Nel 4,9% dei casi, poi, sono stati uccisi nella stessa azione criminale entrambi i genitori.

Il caso di Aldo Garollo, va a inserirsi in quest’ultima tipologia di parricidio, anche se fuori dalla fascia temporale presa in esame dall’indagine di Adnkronos.

Lunedì 9 dicembre 1946. Vetriolo, frazione di Levico Terme, provincia di Trento

Nella piccola località turistica della Valsugana vive la famiglia Garollo, proprietaria dell’albergo Miramonti. Papà Adolfo Garollo, 57 anni ex ufficiale dell’esercito dell’Impero austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale, la moglie Antonia, di anni 51, e i figli Adelia e Aldo, rispettivamente 25 e 20 anni ciascuno.

Poco distante dal Miramonti vi è un altro albergo: l’albergo Avvenire di proprietà di Giulia Toller, vedova, e dei figli Narciso e Sergio Avancini, 26 e 18 anni.

Sono le 18:45 del 9 dicembre 1946. Un ragazzo percorre il selciato innevato che dal Miramonti porta all’ingresso opposto di Vetriolo. La strada non è illuminata, ma il giovane sembra avere una certa premura. Luigi Galvan è a casa quando sente una voce chiamarlo da fuori. È Aldo Garollo, fratello della fidanzatina Adelia. L’amico lo sta chiamando ad alta voce. Luigi si affaccia e ascolta il tragico annuncio che Aldo ha da dargli. Poco fa alcuni malviventi si sono introdotti nel suo albergo e hanno sparato una raffica di colpi di arma da fuoco contro i genitori e la sorella Adelia. Aldo, accortosi di ciò che stava accadendo, è intervenuto armato di pistola riuscendo a scacciare gli assassini.

Galvan e Garollo tornano di corsa sotto la neve diretti al Miramonti insieme a un altro amico venuto a dar manforte. Prima di arrivare all’albergo luogo dell’aggressione si fermano al vicino Avvenire della signora Toller. Urlano in cerca di aiuto, ma dalla struttura non giunge alcuna risposta. I tre ragazzi, allora, insieme ad altri vicini allarmati dagli schiamazzi, entrano nell’albergo Avvenire e trovano a terra i corpi senza vita di Giulia Toller e dei figli Narciso e Sergio.

Tre morti all’Avvenire, due al Miramonti, nella stessa serata. Adelia Garollo è stata soltanto ferita di striscio.

Cosa sta succedendo a Vetriolo?

La prima impressione è che in giro ci sia una qualche banda di rapinatori disposta anche a uccidere pur di arraffare qualcosa dalle case di Vetriolo. Forse no; può anche darsi che siano stati dei terribili soldati tedeschi a compiere il doppio massacro. Siamo nel 1946, infatti, e nel Nord Italia sono ancora frequenti le rappresaglie di militari del defunto Terzo Reich verso i civili.

Quest’ultima ipotesi pare prendere forma quando nel corridoio dell’albergo Miramonti viene trovata una Maschinenpistole, un mitragliatore uguale a quelli utilizzati dall’esercito tedesco nel corso della guerra. Tutta Vetriolo si barrica in casa intimorita da possibili nuovi assalti.

Sotto, un video mostra una Maschinenpistole come quella usata durante la strage:

Inoltre ci si ricorda che nel settembre precedente un agguato simile si è verificato a Sant’Orsola, centro della vicina valle dei Mocheni, dove a cadere sotto mano ignota erano stati Domenico Moltrer e Gaspare Tassainer, uccisi per motivi di natura economica.

Non ci sono dubbi allora per la popolazione di Vetriolo: nella Valsugana c’è una pericolosa banda, probabilmente di ex soldati tedeschi, che si intrufola nelle abitazioni con lo scopo di rapinarle, e se qualcuno si frappone dinanzi non esita a far fuoco.

A questo punto viene interrogata Adelia Garollo, sorella di Aldo e miracolosamente sopravvissuta all’agguato in cui sono morti i genitori. La giovane donna conferma quanto sostenuto dal fratello sin dall’inizio:

Qualcuno è entrato di soppiatto nell’albergo e vistosi scoperto ha sparato senza pensarci su

Qualcosa non quadra però agli inquirenti. Anzitutto un particolare: perché Aldo Garollo, subito dopo aver allontanato gli assassini dei genitori, non ha chiesto aiuto agli amici Narciso e Sergio Avancini al vicino albergo Avvenire, ma si è spinto fino a casa di Luigi Galvan, distante circa un chilometro?

Non solo questo dettaglio lascia interdetto chi indaga: Aldo appare tutt’altro che sconvolto, racconta con lucidità l’assassinio dei genitori e il ferimento della sorella senza essere scosso da singhiozzi, senza versare una lacrima. Non soltanto il comportamento che assume porta ai primi sospetti sulla sua persona: sul balcone del Miramonti, infatti, viene trovata una impronta di una scarpa chiodata identica agli scarponi di proprietà di Aldo.

Sotto, una Maschinenpistole come quella usata durante la strage:

Il questore che si occupa del caso vuole vederci chiaro, e così dispone per Aldo Garollo un approfondito interrogatorio al commissariato di polizia di Trento. I poliziotti arrivano all’albergo Miramonti, prendono il giovane e lo conducono in strada senza troppe spiegazioni. Sono momenti convulsi: Aldo Garollo è impaurito, non sa cosa stia succedendo, poi vede avvicinarsi un gruppo di uomini in divisa. Sono dei carabinieri di passaggio casualmente dal Miramonti per altri motivi, ma il giovane non lo sa. Aldo Garollo fissa le armi tra le mani dei carabinieri. Pensa immediatamente che siano lì per lui, che vogliono fucilarlo; è terrorizzato. E confessa tutto.

È stato lui a uccidere i genitori e i gestori dell’Avvenire e a inscenare la commedia della rapina finita male

Il caso di Vetriolo si risolve così, improvvisamente e per pura casualità.

Ma cosa è successo quella sera del 9 dicembre?

Tutto inizia la sera precedente. In casa Garollo si sta festeggiando il fidanzamento ufficiale di Adelia con Luigi Galvan. Al termine della cena Aldo Garollo esce per bere qualcosa insieme all’amico Narciso Avancini. I due ragazzi sono in una taverna di Levico quando una forte nevicata li costringe a restare fuori casa per tutta la notte.

L’indomani mattina entrambi ritornano a Vetriolo. Appena Aldo rientra a casa vede il padre farglisi contro. L’uomo è furibondo e gli dice indignato di andar via da quella casa perché Sergio Avancini gli ha detto di quello che hanno combinato.

A cosa si riferisce il signor Garollo?

Il fatto risale a poco tempo prima. Durante la liberazione d’Italia Aldo e i fratelli Avancini hanno compiuto una rapina a Levico. Hanno rubato delle macchine da scrivere da una fabbrica e poi le hanno rivendute sul mercato nero. Gli Avancini, al momento di distribuire il denaro, però, hanno rifilato una miseria ad Aldo. Il ragazzo protesta con gli amici e vicini di casa, ma infine decide di chiudere la polemica. Per il momento.

In quel 1946, poi, Garollo e gli Avancini organizzano una nuova rapina all’albergo Panarotta. In questo caso però vengono scoperti dal proprietario e scappano.

Ora Sergio Avancini ha confessato tutto a Garollo padre, e Aldo non può fargliela passare liscia. Così, senza pensarci troppo, decide di impugnare il mitragliatore e uccidere gli amici traditori e i genitori, ormai venuti a sapere dei loschi intrighi.

Prima va all’Avvenire dove sorprende gli Avancini e la madre a tavola, i quali periscono tutti e tre sotto i suoi colpi. Dopo si dirige all’albergo Miramonti, dove si trova la sua famiglia. Per non farsi notare armato prende una scala ed entra dal balcone lasciando l’impronta dello scarpone nella neve. I genitori vengono crivellati di colpi, mentre Adelia riesce a salvarsi. Aldo si avvicina alla sorella; questa terrorizzata, per aver salva la vita, gli promette di non dir nulla e che gli avrebbe fornito un alibi inattaccabile.

“Lo sciagurato” Aldo Garollo, come lo apostrofa un giornale dell’epoca, viene condotto in carcere. Le indagini continuano con ritmi serrati e al giovane sono imputate anche le due morti di Sant’Orsola del settembre scorso.

Inizia a questo punto la querelle sulla stabilità mentale dell’assassino. I pareri sono contrastanti. Poche settimane dopo l’arresto una perizia al manicomio criminale di Reggio Emilia ne evidenzia la seminfermità mentale. Una notizia che cavalcano i difensori del Garollo al processo che comincia il 13 dicembre 1948 a Trento. Adelia decide di non partecipare al dibattimento e dopo soli cinque giorni Aldo Garollo viene condannato all’ergastolo per la strage del 9 dicembre. L’omicida è invece scagionato per insufficienza di prove dal duplice delitto di Sant’Orsola.

Intanto il Garollo è trasferito al celebre manicomio giudiziario di Aversa dove alcuni medici lo tengono sotto stretta osservazione. Il giovane stragista passa le giornate a leggere e scrivere le proprie memorie. Sono proprio gli scritti ad attirare l’attenzione degli specialisti: Aldo racconta la sua vita durante la Seconda guerra mondiale, a cui partecipa per un breve periodo tra le fila della contraerea tedesca, gli stenti, le lotte partigiane, il bisogno di sentirsi accettato e di veder riconosciuta una posizione sociale in quegli anni di violenza. Emerge che l’omicida ha brama di visibilità, di successo, manie di protagonismo.

È un esaltato reso tale dagli anni della guerra e delle battaglie per la liberazione

È dall’inizio del conflitto mondiale che Aldo Garollo inscena furti e scontri con militari pur di vedersi riconosciuto come un eroe. Un vortice dal quale non riesce più a venir fuori, cercando sempre nuovi metodi per manifestare il proprio coraggio, la propria arditezza, il proprio sprezzo del pericolo, il proprio bisogno di non sentirsi inferiore al padre, che valoroso ufficiale dell’esercito lo era stato per davvero.

La Corte di Cassazione conferma la sentenza all’ergastolo per Garollo. Il ragazzo, ormai uomo, uscirà dal carcere di Porto Azzurro, Livorno, nel dicembre 1975, quando sarà riconosciuto dalla Corte d’Appello di Firenze recuperato e capace di intendere e volere.

Poco tempo dopo ritornerà a vivere a Levico Terme, nel posto dove 30 anni prima ha ucciso 5 persone inclusi i genitori. Aldo Garollo morì nel 1998.

Categorie: Misteri

Antonio Pagliuso

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".