Il 28 gennaio 1621 si spegneva a Roma Paolo V al secolo Camillo Borghese. Nella distante Venezia le cronache narrano che fra’ Paolo Sarpi ebbe a esclamare “Ora posso morire anch’io, sicuro che della mia morte non se ne farà più un miracolo“. A cosa di riferiva? E chi era Paolo Sarpi?

Nato a Venezia nel 1552, era entrato nell’Ordine dei Servi di Maria all’età di tredici anni, contro il parere dei genitori che l’avrebbero voluto nel clero secolare. Il giovane si distinse a tal punto che a soli quindici anni ebbe la nomina di teologo da parte del duca di Mantova Guglielmo Gonzaga, mentre il vescovo Gregorio Boldino gli affidò una cattedra di teologia. L’enfant prodige a Venezia si fece ben presto conoscere e divenne ufficialmente consultore in iure, ossia giurista.

Fu a questo punto della sua vita che si trovò in prima linea nella difesa della Repubblica di Venezia contro le ingerenze pontificie in ambito temporale. Alcuni anni prima il Senato della Repubblica aveva decretato che non si potessero costruire chiese o monasteri senza l’autorizzazione del Consiglio di Dieci. Nel mentre nelle carceri erano finiti due ecclesiastici che Venezia voleva giudicare. In particolare vi era l’abate Brandolino di Nervesa, un despota che tra sicari e sortilegi aveva commesso qualsiasi tipo di reato.

Paolo V reclamava il diritto di giudizio su di loro

Paolo V ritratto da Caravaggio:

Una lotta politica senza precedenti, una “guerra delle penne” in cui uno Stato, la Repubblica Veneta, si contrapponeva al Papa. Il doge Leonardo Donà volle che la difesa fosse affidata al Sarpi. Al frate questo costò numerosi attentati, tra i quali quello più conosciuto si svolse il 5 gennaio 1607 sul ponte di Santa Fosca, vicino al campo dove oggi vi è un monumento dello scultore Emilio Marsili (1892). Numerosi sicari lo attesero mentre tornava al monastero, colpendolo alla testa e al corpo. La violenza fu tale che gli lasciarono conficcato un pugnale in corpo.

Miracolosamente il frate non aveva ricevuto nessuna ferita mortale, e grazie alle pronte cure somministrategl si salvò

Sotto, il monumento di Paolo Sarpi a Santa Fosca su Google Maps:

In seguito il Senato intervenne con un proclama al fine di assicurarne la sicurezza. Fra’ Paolo visse ancora a lungo, e tra il 1610 e il 1618 scrisse l’“Istoria del Concilio Tridentino” opera nella quale spiegherà come si fosse annullata la distinzione fra autorità spirituale e temporale, uno strumento di lotta in difesa del potere laico. Alla veneranda età (per l’epoca) di 71 anni si spense nel suo letto.

Normalmente a questo punto in un film scorrerebbero i titoli di coda con una colonna sonora di Hans Zimmer, ma noi abbiamo un sequel centrato su cosa avvenne del suo corpo.

Le spoglie di Fra’ Paolo

Verso le 3 della notte tra il 14 e 15 gennaio del 1623 l’anziano frate chiudeva gli occhi ed esalava l’ultimo respiro. La notizia scosse la città di Venezia, che si preparò a onorarne la memoria. Il cadavere venne mummificato dal frate Giovanni Francesco da Venezia per una sua migliore conservazione, come si può leggere nel giornale delle spese del convento alla data del 16 gennaio.

Monumento a Sarpi a Venezia, in Campo Santa Fosca, presso il luogo dell’attentato. Fotografia di Didier Descouens condivisa con licenza CreativeCommons via Wikipedia:

Il Senato aveva proposto anche una scultura in marmo, ma il clima politico che si respirava costrinse i frati a nasconderne il cadavere, soprattutto dopo l’ipotesi che qualcuno volesse trafugarne il corpo. I migliori rapporti con la Santa Sede non permettevano di esacerbare i toni con qualche monumento.

Calò il sipario e per un secolo esatto nessuno seppe dov’era finito uno degli uomini simbolo della Repubblica di Venezia

Nel novembre del 1722, durante dei lavori all’altare dell’Addolorata, i padri serviti trovano casualmente la tomba. Il priore era tale Giuseppe Giacinto Maria Bergantini, noto lettore di filosofia e lui stesso consultore per la Repubblica. Destino voleva che fosse ammaliato dalla figura di Paolo Sarpi che conosceva attraverso i testi presenti nella biblioteca del convento.

Decise di riporre le spoglie in un’altra nuova cassa con un’iscrizione che ricordasse chi fosse. Ben presto cominciò a trapelare la notizia, e il luogo si riempì di croci, quadretti e oggetti che crearono un’aura di culto, la quale fece iniziare un flusso dei pellegrini regolarmente registrati dal priore in un catalogo.

C’era chi chiedeva una grazia, chi si assicurava un miracolo, una donna si vantò pubblicamente di essere guarita a una mano atrofizzata e subito fu appeso un quadretto sull’altare per ricordare il miracolo

Tutti cercavano qualcosa, e il rumore giunse alle orecchie sempre ben tese degli Inquisitori di Stato. Emanazione del Consiglio di Dieci, agivano come supremo tribunale in difesa della sicurezza dello Stato.

Decretarono prima di tutto di far fare uno studio al dottore in sacra teologia Giannantonio Zampironi, il quale era anche pievano di San Giuliano, canonico e vicario ducale. Stesso incarico lo avrebbe avuto anche il canonico Alanzoni. Questi giunsero alla conclusione che la materia riguardava il culto dei santi, materia per la quale serviva il permesso della santa sede. Papa Innocenzo XIII scrisse al nunzio apostolico affinché si recuperassero le scritture dei due teologi. Queste per ordine degli Inquisitori di Stato vennero consegnate dal segretario Vendramin Bianchi nelle mani del patriarca veneziano Pietro Barbarigo (1706-1725) il quale con svariate scuse le tenne per sé.

A questo punto i tre Inquisitori di Stato, Almorò Pisani, Antonio Nani e Zan Antonio Ruzini, ordinarono al priore di togliere qualsiasi oggetto appeso nei pressi della cassa e di eliminarli, e di fermare il flusso di persone e non tenere più alcun registro. Il 24 novembre comandarono che fosse riaperta la tomba, tolta qualsiasi iscrizione e posta all’interno la relazione dei due teologi. Il fante Bevilacqua avrebbe poi dovuto richiuderla con ferri e lucchetti e la chiave sarebbe stata in custodia degli Inquisitori di Stato.

Apparentemente la questione era risolta. Il segreto fu talmente celato che nel 1764 Pierre Jean Grosley, altro appassionato del Sarpi, cercò invano la tomba senza trovarne indicazione o epitaffio.

Il priore, amareggiato per il trattamento riservato al fine giurista, ne descrisse le gesta in alcune opere tra le quali “Fra Paolo Sarpi giustificato. Dissertazione epistolare di Giusto Nave”. Per eludere la censura dovette farlo sotto pseudonimo e con la falsa data di “Colonia, presso Pietro Mortier” per non far comprendere dove fosse stato stampato.

L’opera finì comunque all’Indice dal Sant’Uffizio di Roma

Il tempo trascorse e la Repubblica di Venezia cadde in mani francesi. Il monastero dei padri serviti con decreto napoleonico del 1806 veniva soppresso e spogliato di tutte le opere.

Nel 1821 era quasi del tutto demolito, eccezionalmente rimaneva in piedi solo la cappella dell’Addolorata che celava la tomba con i resti dell’illustre giurista. Era passato nuovamente poco più di un secolo quando nel 1828 il proprietario dell’area, Baldassare Vareton, decise di demolire quanto rimaneva e chiese l’assistenza dell’ingegnere Giovanni Casoni (1783-1857) e dello storico Emanuele Cicogna. Il 2 giugno, in una calda giornata, i colpi di piccone si scontrarono con la cassa sigillata. Il Casoni prima ancora di ingegnere si sentiva un archeologo alla Winckelmann, e girava la città nel tentativo di emularne le gesta. Quando capì che si trattava di una tomba la aprì velocemente, trovando l’iscrizione in lamina di piombo lunga venti centimetri e larga dieci sulla quale era indicato il nome di Paolo Sarpi e l’anno nel quale era stato trasportato nella cassa nuova.

L’emozione della scoperta indusse il Casoni a tenersi l’ulna dell’avambraccio destro, che chiuse in un’ampolla sigillata con ceralacca. Il resti vennero prima trasportati alla Biblioteca di San Marco e successivamente il 15 novembre tumulati nella chiesa di San Michele di Murano, oggi cimitero di San Michele, in un cassone di pietra d’Istria posto sotto il pavimento nel mezzo della chiesa tra la porta maggiore e l’ambulacro. Ancora oggi una lastra bianca di marmo greco fasciata di bardiglio porta scolpita la seguente epigrafe di Emanuele Cicogna: OSSA PAVLI SARPII / THEOL. REIP. VENETAE / EX AEDE SERVORUM / HUC TRASLATA / A. MDCCCXXVIII / DRECRETO PUBLICO.

Sotto, la Chiesa di San Michele in Isola. Fotografia di Didier Descouens condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

L’ulna che si tenne il Casoni venne da questi ceduta allo storico Cicogna il quale nel 1867 la donò al Reale Istituto Veneto, oggi Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, dove si può ammirare.

Ultima curiosità: prima di seppellire per l’ennesima volta quello che restava di Paolo Sarpi si diede indicazione al professore Gaetano Ruggeri di esaminarne il teschio. Un’analisi antropologica forense nella quale i risultati erano sorprendenti. Sulla tempia destra aveva riscontrato una fossetta irregolare di forma triangolare, quello che restava della ferita subita alla testa dal pugnale.

Quel pugnale era stato conservato nella chiesa dei Servi con il motto “Dei filio, liberatori”, posizionato vicino a un crocefisso. Successivamente donato a Lorenzo Giustiniani, oggi si trova nei depositi del Museo Correr a Venezia.

Bibliografia: A. Bazzoni, Le annotazioni degli inquisitori di stato di Venezia, in Archivio Storico Italiano, serie terza, vol. 11, no. (58) 1870, pp. 3-73.

A. Bianchi-Giovini, Biografia di fra’ Paolo Sarpi: teologo e consultore di stato della Repubblica di Venezia, Basilea 1847.

D. Busato, Tonache di sangue. Assassini, briganti e sicari del clero, Rusconi libri, Rimini 2018.

G. Cicogna Moschini, Memoria del trasporto delle ossa di F. Paolo Sarpi dalla demolita chiesa di Santa Maria de Servi a quella di San Michele di Murano, Venezia 1828.

C. Pin, Paolo Sarpi, Sopra l’Officio dell’Inquisizione, IVSLA, Venezia 2018.

M. Rossi, La chiesa gotica scomparsa di Santa Maria dei Servi a Venezia. Un indagine storico artistica dalla sua fondazione trecentesca al XV secolo, tesi di laurea, rel. G. Trovabene, Università di Ca’ Foscari Venezia, 2011/2012.

A. Zorzi, Venezia scomparsa, Mondadori, Milano 2001.

Davide Busato
Davide Busato

Davide Busato, ricercatore storico, si è laureato con una tesi sulla criminalità a Venezia. Ha pubblicato numerosi saggi tra i quali Metamorfosi di un litorale (2006) con Marsilio; I serial Killer della Serenissima (2012), Venezia Criminale: delitti e misteri del '700 (2013) e Laguna di sangue: cronaca nera veneziana di fine Ottocento (2016) con Helvetia editrice. Nel 2016 gli è stato conferito il Premio nazionale “Cronache del mistero” per le sue ricerche sui crimini storici. E’ inoltre curatore della mostra “Venice Secrets: Crime and Justice” (Palazzo Zaguri, Venezia, 31 marzo-30 settembre 2018).