Il fascino eterno dell’antico Egitto è legato alle storie di potenti faraoni, delle loro mogli, di preziosi tesori sepolti nelle tombe reali. E poi le Piramidi e la Valle dei Re: la storia millenaria di questo popolo ci riporta immancabilmente agli uomini potenti che lo governarono. Ma può essere molto interessante ripercorrere anche la storia di un “cattivo ragazzo” egiziano, nato all’incirca nel 1244 a.C, mentre regnava Ramses II.

Si chiamava Paneb questo bad boy di quasi 3500 anni fa, e probabilmente non immaginava di essere ricordato per così lungo tempo come il protagonista di una storia di corruzione e violenza che, ahimè, lo rende un personaggio molto vicino alla nostra epoca.

Uno dei templi dell’antica Tebe

Fonte immagine: Mostafa AlSaghir 76 via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Paneb lavorava nelle necropoli di Tebe, sulla riva occidentale del Nilo, dove sorgeva anche Deir el-Medina, il villaggio dove vivevano tutti gli operai addetti alla costruzione e alla decorazione delle tombe dei faraoni. Erano operai privilegiati, alle dirette dipendenze dell’amministrazione reale, che godevano quindi di un trattamento di favore, all’interno di una comunità dove la maggioranza aveva un buon livello di istruzione: quasi tutti, comprese le donne, erano in grado di leggere, e qualcuno anche di scrivere.

Deir el-Medina

Fonte immagine: Steve FE-Cameron via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Paneb non era un semplice manovale, ma un mastro artigiano che aveva sotto di sé una delle due squadre di operai in cui erano divisi i lavoratori di Deir el-Medina. Ovviamente, noi non sapremmo nulla di lui se il suo comportamento criminale non fosse stato messo nero su bianco su un papiro, il Papyrus Salt 124, oggi conservato al British Museum.

Il Papyrus Salt 124 – recto

Fonte immagine: British Musem – licenza CC BY-NC-SA 4.0

Il papiro fu portato in Gran Bretagna agli inizi del XIX secolo dall’archeologo Henry Salt, ma solo nel 1929 fu pubblicata la traduzione integrale del testo, a cura dell’egittologo Jaroslav Cerny.

Il Papyrus Salt 124 – verso

Fonte immagine: British Museum – licenza CC BY-NC-SA 4.0

Il papiro è in realtà una lettera inviata da un certo Amennakht al visir Hori, dove l’uomo elenca una serie di crimini commessi da questo Paneb, che peraltro era un suo nipote adottivo.

Non va giù leggero Amennakht, parlando di soprusi, adulterio, furti nelle tombe, comportamento dissoluto e violento. Anche ammettendo che l’uomo abbia esagerato, le accuse rimangono comunque pesanti come macigni, e soprattutto costituiscono il primo caso conosciuto nella storia in materia di molestie sessuali:

l’accusatore chiede il licenziamento di Paneb anche per il suo disinvolto modo di comportarsi con le donne

Il Papyrus Salt 124 – recto

Fonte immagine: British Museum – licenza CC BY-NC-SA 4.0

Tuttavia, nel papiro egiziano manca qualsiasi accenno a ciò che oggi è invece considerato fondamentale:

Il consenso

Ma partiamo dall’inizio: quello di capo squadra era un incarico prestigioso e remunerativo, che tradizionalmente (anche se non legalmente) era ereditario. Nella lettera, Amennakht racconta che l’incarico era passato da suo padre al fratello Neferhotep, che aveva  adottato Paneb. Neferhotep era poi stato ucciso da persone che lo scrivente definisce come “il nemico”, un’espressione usata per indicare sia invasori stranieri sia alcuni soldati egiziani, ma forse anche lo stesso Paneb.

Perché una notte il bad boy aveva inseguito il padre, che era riuscito a nascondersi in casa, serrandosi all’interno. Paneb aveva colpito la porta con una pietra, e urlando aveva minacciato “Lo ucciderò durante la notte”. Se poi l’uomo abbia veramente ucciso Neferhotep non è specificato nella lettera, ma sicuramente in seguito fece in modo di ottenere il posto di caposquadra, che sarebbe invece spettato ad Amennakht. Paneb ci riuscì corrompendo il visir Preemhab, a cui regalò cinque servi, che peraltro erano di proprietà di Neferhotep. Nella lettera si parla anche di una “bustarella” data a una scriba perché lo tenesse fuori dai guai.

Ma non è la velata accusa di omicidio, e poi anche di furti all’interno delle tombe (un sacrilegio punibile con la morte), dell’uso improprio (e personale) degli operai reali, dell’abitudine a ubriacarsi e fare a botte, che di recente ha riportato il caso di Paneb all’attenzione del pubblico. Ciò che più stuzzica l’interesse sulle vicende di quest’uomo rissoso sono le accuse di adulterio e, forse, stupro. Addirittura, uno dei suoi figli accusò di depravazione Paneb, testimoniando che aveva sedotto quattro donne sposate, tra le quali c’erano anche una madre e sua figlia… Anche se nell’antico Egitto l’attività sessuale delle persone non sposate non era soggetta ad alcun tipo di norma sociale, per gli uomini e le donne coniugate era previsto un comportamento improntato alla fedeltà: l’adulterio poteva sconvolgere la vita all’interno delle mura domestiche e all’interno delle piccole comunità, com’era quella di Deir el-Medina.

La tomba di un operaio a Deir el-Medina

Oltre ad accusare Paneb di adulterio, Amennakht racconta di una donna, chiamata Yeyemwaw, che il capo operaio avrebbe spogliato, spinto contro un muro e poi “violato”. Anche se la descrizione è inquietante, non è chiaro se ci fu un’aggressione sessuale, perché viene usato un verbo che significa fornicazione, in base al quale è impossibile stabilire se ci fosse o meno il consenso da parte della donna. In realtà, non si sa se il moderno concetto di “consenso” fosse presente nella cultura egiziana, ma sicuramente non ne è rimasta traccia, forse perché, come afferma l’egittologa Janet Johnson, sono “estremamente rari i documenti che possono essere interpretati come scritti dal punto di vista della donna”.

Quella che ci arriva attraverso i papiri, è ovviamente un’immagine parziale della vita nell’antico Egitto, passata attraverso il filtro di chi scriveva, e poi a quello del tempo. Le voci delle donne “molestate” da Paneb non sono arrivate fino a noi: solo grazie all’interesse personale di Amennakht sappiamo qualcosa su di loro, ma non da loro. Non assunsero mai un ruolo da vittime, perché la denuncia del presunto abuso sessuale serviva solo a dimostrare come Paneb fosse “indegno di questo ufficio”, ovvero del ruolo di caporeparto.

Cosa ne fu di Paneb non si sa, né se fu punito, né se fu licenziato, ma il suo ruolo fu assunto poco dopo da un certo Aanakht

A migliaia di anni di distanza, di fronte alla storia (esagerata o meno) di un cattivo ragazzo come Paneb, l’unica considerazione possibile è che, in fondo in fondo, la civiltà (intesa come progresso scientifico e tecnologico) ha fatto passi da gigante, ma la natura umana è rimasta uguale a se stessa.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.