Per immaginare (o forse sognare) come fosse un viaggio a bordo dell’Orient Express basta guardare uno dei film tratti dal famoso romanzo di Agatha Christie.

Nel periodo d’oro del treno più famoso del mondo, tra la prima e la seconda guerra mondiale, a bordo si potevano trovare nobili, diplomatici, ricchi uomini d’affari e probabilmente qualche avventuriero in cerca di fortuna.

Il capolinea est del treno era Istanbul, città dai molti nomi e dalle molte culture, che negli anni a cavallo del ‘900 era affollata da viaggiatori europei facoltosi, arrivati spesso proprio con l’Orient Express. La Compagnie Internationale des Wagon-Lits, che gestiva il servizio a bordo del treno (famoso tra l’altro per la sua raffinata cucina), pensò di investire sulla massiccia presenza di facoltosi europei a Istanbul, costruendo un hotel di lusso, con annesso casinò, su un’isola poco distante dalla città.

L’orfanotrofio Prinkipo a Büyükada

Fonte immagine: Jwslubbock via Wikipedia – licenza CC BY-SA 4.0

Poco al largo di Istanbul c’è un piccolo arcipelago chiamato “Isole dei Principi”, perché qui venivano mandati in esilio membri della nobiltà, prima bizantini e poi ottomani.

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Sulla piccola isola di Büyükada fu edificato, nel 1898, quello che doveva diventare un hotel extra-lusso, il Palazzo Prinkipo, costruito in legno su disegno di un famoso architetto dell’epoca, Alexander Vallaury (lo stesso che aveva progettato il prestigioso Pera Palace di Istanbul).

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Oggi è uno sgangherato edificio color marrone, dalle tristi finestre senza vetri, che potrebbe assomigliare a una casa stregata, se non fosse per le sue dimensioni.

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Il Palazzo Prinkipo ancora oggi mantiene un primato: é l’edificio in legno più grande d’Europa, e il secondo del mondo, con i suoi ventimila metri quadrati di superficie, che però non accolsero mai i facoltosi clienti della Compagnie Internationale des Wagon-Lits: il sultano Abdul Hamid II negò l’autorizzazione ad aprire l’esercizio, perché considerava il gioco d’azzardo un’attività immorale.

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Non rimase comunque vuoto il Palazzo Prinkipo, perché lo comprò Eleni Zarifi, moglie di un ricco banchiere che apparteneva alla minoranza greca della capitale ottomana.

La signora donò l’edificio al Patriarcato ecumenico di Istanbul, che ne fece un orfanotrofio. Tra il 1903, anno di apertura, e il 1964, quando fu chiusa, la struttura fu la casa e la scuola di circa 5800 bambini greci-ortodossi, rimasti orfani.

Una lezione all’Orfanotrofio Prinkipo

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Si possono immaginare le corse su e giù per la collina, e le risate dei bambini durante i momenti di svago, magari anche i loro sguardi spaventati quando il mare ruggiva in tempesta, poco distante.

Il dormitorio

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Ma difficilmente si può immaginare l’antico splendore dell’edificio, destinato ai viaggiatori più ricchi d’Europa, e che oggi ospita solo una colonia di corvi.

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L’orfanotrofio fu chiuso nel 1964, ufficialmente per motivi d’igiene sopravvenuti, guarda caso, in un periodo nel quale erano forti le tensioni tra Turchia e Grecia per la questione di Cipro.

La scuola professionale

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Da allora, il Palazzo Prinkipo è stato lasciato in stato di abbandono, a consumarsi sotto il caldo torrido dell’estate, il freddo pungente dell’inverno, e il vento che spazza incessante la piccola isola.

Dopo una lunghissima controversia legale tra il governo turco, che aveva sequestrato l’immobile, e il Patriarcato greco, il Palazzo Prinkipo è stato restituito alla minoranza greca, nel 2012.

Bambini di Prinkipo con le loro insegnanti

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Considerate le notevoli risorse necessarie per un restauro, l’ex orfanotrofio continua a essere abbandonato, nonostante l’interessamento di Europa Nostra e della Banca europea per gli investimenti. Nuove tensioni tra Grecia e Turchia, anche in merito alla conservazione del patrimonio culturale greco di Istanbul, non agevolano certo una soluzione, mentre il tempo inesorabilmente consuma ciò che ancora resta di un edificio storico di grande importanza per la storia della Turchia e della sua minoranza greca.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.