PAICAP: l’irriverente acronimo del falsario Icilio Federico Joni

Dura è la vita degli artisti, ma quella dei falsari lo è molto di più. Ore e ore a dipingere un quadro famoso, riprodurlo fin nei minimi dettagli e con la stessa maestria dell’autore originale. Non è cosa alla portata di tutti.

Un falsario è un falsario, diciamolo chiaro e tondo ma, come in tutte le cose, bisogna esser bravi pure in questa, che può considerarsi un’arte. Il falsario di cui stiamo parlando è uno di quelli fermi nei propri principi, che conduce la sua personale lotta per la vita armato di colori e pennelli, perché lui è di una bravura sconcertante: stiamo parlando di Icilio Federico Joni.

Icilio Federico Joni


Icilio è uno specialista che sa il fatto suo, ma la sua vita non è affatto tranquilla (ma quale artista l’ha mai avuta?); la sua esistenza si snoda tra i colori da stendere sulla tela bianca ed episodi all’insegna dell’avventura. Lui è quel genere di artista che ha fatto penare tutti gli studiosi e gli intenditori d’arte, che spesso si son visti giocare sul loro stesso terreno, proprio a causa della sua innata capacità di riprodurre gli originali.

Icilio Joni nasce a Siena nella seconda metà dell’ottocento, per la precisione nel 1866. Viene subito abbandonato alla ruota dei gettatelli nell’antico Spedale di S. Maria della Scala: orfano ancora prima di venire al mondo, Icilio, è un “bastardo”, figlio del furiere maggiore del 53° reggimento di fanteria, Federico Penna di Sassari, e di Giulia Casini, rimasta incinta giovanissima. Frutto di un amore consumato prima del matrimonio, è oggetto di vergogna per entrambe le famiglie. Federico Penna muore suicida a soli 26 anni, il 3 settembre del 1865, prima della nascita del bambino. Lascia così la futura madre da sola a fronteggiare l’ostilità di entrambe le famiglie. I rispettivi genitori, di comune accordo per la prima volta, decidono che per evitare uno scandalo devono abbandonarlo nella ruota dei trovatelli, togliendolo alla madre, anche se poi lo riaccoglieranno in casa in un secondo momento, a 18 mesi, quando gli viene dato un secondo nome, Federico.

Icilio comunque, nonostante le iniziali difficoltà, cresce in un ambiente pieno di stimoli: Siena è una città che pullula di opere d’arte e soprattutto è piena di capolavori pittorici, come quelli di Domenico e Taddeo Di Bartolo, di Simone Martini, di Duccio di Boninsegna e del Pinturicchio, di Nicola e Giovanni Pisano e le sculture di Donatello; dunque non è difficile intuire che tanta bellezza lo abbia accompagnato fin dalla più tenera età.

Circondato da tali opere d’arte, in Joni nasce la passione per la pittura, e ancora ragazzino prende a frequentare la bottega di Angelo Franci, un artigiano doratore che ne ha riconosciuto sia la passione sia il talento. Così Icilio impara i primi rudimenti e poi, su suggerimento del suo Mastro bottegaio, riesce ad affinare la propria tecnica frequentando l’Istituto d’Arte, seppur saltuariamente.

Icilio apprende in fretta, e questo gli permette di progredire nello stile, e allo stesso tempo impara come inserirsi nel mercato artistico, che è fiorente: quelli sono gli anni del boom per la compra-vendita di opere d’arte, e vanno per la maggiore i pittori italiani del Tre-Quattrocento. I collezionisti sono disposti a sborsare ottime cifre per una tela o una scultura pur di ottenere il pezzo desiderato.

Il mercato degli oggetti d’arte “antica” è remunerativo, tanto che Icilio decide di darsi alla falsificazione di opere d’arte, coniando egli stesso il termine “falsi d’autore”.

Questi quadri sono da destinare a facoltosi collezionisti stranieri, la clientela che frutta di più. Joni si mette all’opera, anzi, per usare un termine un po’ più rude: sforna quadri su quadri che trovano poi facile collocazione, soprattutto all’estero.

Molto versatile nella sua arte, dipinge anche copertine di libri, rielabora delle antiche Biccherine del Comune di Siena, si dedica ai trittici realizzati tra fine ‘800 e inizio ‘900, e così via. Tutti i suoi lavori vengono venduti in Europa e negli Stati Uniti, addirittura apprezzati più degli originali.

Ma le opere che riscuotono il maggior successo sono le sue Madonne. Dipinge la Madonna con il bambino, Santa Maria Maddalena e san Sebastiano (da Neroccio di Bartolomeo dè Landi); nei decenni successivi si rifà molto ai pittori senesi del ‘300 e ‘400, come Duccio di Boninsegna, Pietro Lorenzetti, Santo di Pietro, Francesco di Giorgio Martini, il Beato Angelico e Giovanni Bellini.

Tanti di quei dipinti giungono sotto l’occhio vigile degli esperti, che vengono tratti in inganno e li etichettano come originali. Quelle tele, però, presentano una minuscola scritta al bordo: PAICAP, pseudonimo dello Joni.

Ben presto, dato l’elevato numero presente sul mercato, gli esperti cominciano ad avere i primi sospetti. Riconoscono che la qualità è elevata, quindi è davvero difficile distinguerli dagli originali. Infine si risale a Joni e stupisce la quantità di opere alla quale abbia messo mano, migliorando persino l’originale, in alcuni casi.

La voce si spande e la celebrità di Icilio Federico Joni esplode. A dire la verità l’attività di Joni non è un mistero, perché tra gli artisti la voce gira già da parecchio, ma nessuno ha mai avuto l’intenzione di denunciare la cosa. Da quella scoperta in poi è psicosi tra gli acquirenti e i collezionisti più sprovveduti: temono d’esser stati giocati senza essersene accorti. Non mancano gli episodi in cui ai collezionisti, al momento dell’acquisto, sorga il sospetto che un quadro antico sia un falso di Joni, nonostante si tratti di un’opera autentica. La diffidenza sale soprattutto davanti ai quadri con sfondo in oro, non a caso la specialità di Joni. Uno dei potenziali acquirenti arriva a esclamare:

Ma questo l’ha fatto quel figlio di buona donna dello Joni!

Per rimediare al danno che ha procurato, Icilio decide di pubblicare alcuni suoi primi lavori, scegliendo di proposito i peggiori, quelli più scadenti, sottolineando che le sue copie sono facilmente individuabili. Dichiara inoltre che i migliori, quelli pregiati e ai quali ha dedicato maggior tempo, non li espone proprio, perché teme che possano andare a finire, come di fatto è avvenuto, nelle mani di ricchi imprenditori privati, o in musei d’oltre oceano.

Joni però non è il solo a dipingere “falsi d’autore”, intorno a lui c’è una combriccola di altrettanti “pittori di quadri antichi” e restauratori che lavorano alacremente per ottenere un buon risultato: Igino Gottardi, Gino Nelli, Arturo Rinaldi (detto Pinturicchio), Bruno Marzi e Umberto Giunti sono quelli più costanti nella sua cerchia.

Tuttavia, Icilio non è un semplice falsario che ha messo in piedi una sua bottega, con una cerchia di amici a supportarlo. No, Joni ha messo in piedi qualcosa di decisamente diverso. La sua arte va oltre il “copiare”, perché nei suoi quadri c’è sì l’idea e lo stile originale, ma c’è sempre e comunque qualcosa di suo, e questo è innegabile.

A chi lo accusa di essere solamente un falsario risponde per le rime perché lui, sostiene, crea delle vere opere d’arte, al di là che siano copie o meno. Non chiederà mai scusa per il suo lavoro di falsario, anzi, rafforza le sue teorie e le sue idee nel libro “Le memorie di un pittore di quadri antichi”, autobiografia che da subito desta attenzione e curiosità da parte dei lettori perché avvolto da una certa ambiguità; ma è proprio questo aspetto a rendere il libro interessante, tanto è vero che viene tradotto anche in altre lingue, tra cui l’inglese.

Nel suo libro Icilio parla di se stesso come di un moderno “Leonardo Da Vinci”, ma dalla vita assai più avventurosa, per quando vissuta sempre nel medesimo luogo, trascorsa tra divertimenti e amori fugaci, poche regole e tanta anarchia.

Ma nel libro sono presenti anche riferimenti ben precisi al funzionamento del mercato dell’arte e dell’antiquariato. Tra falsari e imbroglioni, Joni mette in luce l’aspetto più oscuro di un mercato che presenta molte falle e non poche pecche.

Non manca neppure di riferire, tramite anagrammi davvero ingegnosi, i nomi degli acquirenti che come allocchi hanno comprato i suoi falsi senza neppure accorgersene. Insomma, si burla delle sue vittime con sana ironia e tra i tanti nomi c’è pure quello di Enzo Carli, noto critico e storico d’arte.

In un aneddoto molto curioso, racconta di quanto si sia divertito a rifilale un suo falso ad un “ignaro” acquirente, un famoso storico dell’arte di nome Bernard Berenson (nel libro viene anagrammato in Somberen), che, a quanto pare, è stato il primo ad essersi accorto dell’inganno, ma sta comunque al gioco; le parti in questo caso si invertono perché Joni è convinto di ingannare l’acquirente, mentre in realtà il “truffato” sa benissimo del gioco che si sta facendo ai suoi danni, ma lascia fare. Poi, molte di quello opere finiscono nel Regno Unito e negli Stati Uniti, ma nessuno sa se siano vendute come “copie” d’autore o spacciate per autentiche.

Lo stesso Joni riporta un episodio che definire assurdo è dir poco: la moglie del critico, su espresso consiglio del marito, decide di non acquistare più certi quadri antichi, convinta che siano sei falsi. In realtà i quadri sono degli originali e il critico non li ha riconosciuti. Joni, piccato, si vendica così tra le pagine della sua autobiografia, riportando grossomodo la sua verità:

Dica al rammollito di suo marito che ci sarà da ridere molto di questa cosa, perché non potrebbe finire qui. […] il Signor Somebern che comperava i quadri moderni fatti da Joni per antichi, e che, quando Joni gli portò dei quadri antichi, non li volle acquistare perché li credette moderni. Ci sarebbe da ridere di gusto, le pare?

Icilio sorride, tronfio dei propri successi, e ogni volta che una vendita va in porto festeggia con gli amici nella sua villa, acquistata coi guadagni dei suoi falsi. Ride in faccia a quei critici che ritrattano ogni parola d’elogio quando scoprono di esser stati giocati. Lui prosegue il suo lavoro e viene pure ingaggiato per dipingere copie di opere da preservare, come: ilPolittico di Agnano, da Cecco di Pietro (Pisa, palazzo Giuli Rosselmini Gualandi), Madonna con bambino, Santa Maria e san Sebastiano, da Neroccio di Bartolomeo dè Lendi
Madonna con bambino, da Pietro Lorenzetti, Madonna con bambino, san Girolamo e san Bernardino, da Neroccio di Bartolomeo dè Landi, La lapidazione dei santi Cosma e Damiano, da Sano di Pietro, Madonna con il bambino- stile prossimo a Duccio di Buoninsegna (Ugolino di Nerio), Cristo in pietà fra i dolenti – stile prossimo ad Andrea Mantegna (da Giovanni Bellini).

Joni muore nel 1946, nella città dove ha sempre vissuto, e oggi riposa al Cimitero del Laterino. Con lui se ne va un grande talento, seppur da falsario. Ora, se qualcuno si stesse chiedendo cosa significhi PAICAP, è bene sapere che non è solo il nome del gruppetto messo in piedi da Icilio, ma un acronimo che è tutto un programma, e anche un “gentile” pensiero rivolto a tutti i suoi acquirenti:

“Per Andare In Culo Al Prossimo”.


Pubblicato

in

da