Il paesaggio è idilliaco negli Avollonais, in Borgogna, dove le valli sono punteggiate da vecchi mulini, piccoli villaggi che sembrano usciti da una favola, e da grotte scelte come rifugio dagli uomini dell’età della pietra.

Il villaggio di Saint Moré

Immagine di Cjulien21 via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Agli inizi del secolo scorso, chiunque attraversi quell’amena regione non manca di fare una puntatina alla grotta della “Colombina”. Non è difficilissimo arrivarci, ma nemmeno troppo agevole: c’è un sentiero che conduce fino a otto metri sotto l’ingresso, ma è solo con l’aiuto di una corda che ci si può arrampicare per arrivare finalmente alla caverna.

Una delle Grotte di Saint Moré

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

In quei primi anni del ‘900 la “Colombine” ha un’attrazione: non reperti preistorici ma un “vecchio troglodita”, un uomo che ha fatto della grotta la sua casa, Pierre-François Leleu.
Non è un eremita padre Leleu (così viene chiamato da tutti): non ha abbracciato uno stile di vita ascetico e solitario, ma sceglie di diventare un cavernicolo forse perché non ha altre opportunità o forse perché è quello che vuole.

Pierre-François Leleu

Certamente è un personaggio fuori dal comune Leleu, che arriva a St. Moré nel 1886, quando ha 50 anni. Della sua vita precedente si sa molto poco, e tra quel poco è difficile separare il vero dal falso, perché l’uomo ha una fervida immaginazione, ama raccontare storie e declamare poesie scritte la lui stesso a tutti quelli che si arrampicano fin lassù, arrivati da lontano solo per conoscerlo e vedere la “sua” grotta.


Sembra certo che Leleu sia nato nel 1836 a Parigi, dove il padre ha una lavanderia. La sua famiglia vive più che dignitosamente, tanto che il piccolo Pierre-François studia con insegnanti privati, forse fino a diplomarsi.

Leggenda vuole che, ad appena tre anni, durante una processione quaresimale, abbia compreso il valore dell’Amore. Poi si sposa, ha dei figli, e nel 1871 aderisce al breve esperimento libertario della Comune di Parigi.

Leleu racconta di aver avuto un ruolo di primo piano tra gli insorti, ma certamente scappa dalla capitale quando da Versailles parte l’offensiva dell’esercito francese. Viene comunque fatto prigioniero e spedito in prigione a Brest, dove forse conosce due anarchici che hanno avuto, loro sì, un ruolo di primo piano nella Comune, Elie e Elisée Reclus.


Quando viene rilasciato, non si sa esattamente quando né perché, Leleu non si riunisce alla famiglia (sulla quale non si hanno notizie), ma inizia una vita da vagabondo. Lui racconta di essere stato in Algeria, in Tunisia e in Corsica, comunque alla fine, nel 1886, si ferma a St. Moré, dove conosce un certo Guyard, che ha una cava di argilla e lo assume come operaio nonché custode. Leleu prende dimora nella grotta “Colombine” che lui chiama la sua “casa” e che poi prenderà il nome di “grotta di padre Leleu”.

La “Casa” di padre Leleu

Immagine di pubblico dominio

Per raggiungerla, l’uomo usa una corda annodata, che in seguito delizierà i turisti in visita alla grotta. Nel 1887 Leleu si sente sufficientemente sistemato nella “sua casa” e decide di condividerla con una donna, Alice-Almira Liézard, che da Parigi si trasferisce a St. Moré.

Come l’ha conosciuta? La donna sa cosa l’aspetta?

Difficile dare delle risposte, e comunque sia la “borghese”, come la chiama Leleu, sopravvive appena quattro anni a quella sua nuova esistenza. Si ammala quasi subito, finisce a letto (un giaciglio di foglie) e non si alza più. Muore in una fredda notte di dicembre del 1891, a 48 anni d’età. Leleu vorrebbe seppellirla nella caverna, ma le autorità locali glielo impediscono. Il trasporto della rozza cassa di legno che contiene il corpo della donna è drammatico: la bara dalla grotta rotola a valle e si rompe, ma alla fine viene ricomposta e portata con una carriola fino al cimitero del villaggio.

Leleu rimane quindi solo e per giunta disoccupato, perché la cava di argilla chiude. In quegli anni l’uomo non è ben visto dagli abitanti del luogo, che non approvano il suo stravagante modo di vivere e non immaginano che, di lì a poco, sarebbe diventato una vera attrazione locale. Lui si arrangia come può, aiutando negli scavi due archeologi dilettanti, parroci della zona, Padre Parat e Padre Paulaine.

Nel giro di qualche anno il “troglodita” diventa una celebrità: molti appassionati di archeologia, e non solo, arrivano da Parigi per conoscere Leleu, che già solo per l’aspetto è un personaggio: occhi vivi e luminosi sopra una lunga barba, un cappello a nascondere la testa calva, un modo di presentarsi un po’ rozzo che non manca però di educazione.

A Leleu non manca probabilmente nemmeno un certo senso degli affari, che gli suggerisce come il suo modo di vivere pittoresco possa portare dei vantaggi economici, aiutato in questo dal droghiere del villaggio, tale Momon.

Le voci su quell’eremita sui generis corrono, diffuse anche grazie a delle cartoline che lo ritraggono nel suo ambiente idilliaco, del quale si appropria (a parole), parlando della “mia casa, le mie rocce, i miei campi, il mio fiume”.

Accorrono visitatori curiosi di vedere quel pittoresco signore che, a seconda dei giorni, suona dolci melodie, declama poesie, racconta storie improbabili. Stupisce i “borghesi” mostrando le vipere vive che tiene chiuse in vasi di vetro, mentre offre loro (a pagamento) limonata o birra. I turisti, che immancabilmente vogliono conservare un ricordo di quell’esperienza, comprano le “sue” cartoline e qualche souvenir archeologico. Leleu li accompagna in giro per le grotte (sempre a pagamento) e mostra una tomba preistorica travata, a suo dire, proprio da lui, nella caverna a fianco alla sua.

Padre Leleu diventa l’eroe di St. Moré, tanto che nel 1897 un giornalista locale pubblica una sua biografia, che lui puntualmente vende ai turisti.


Seppure a metà tra un prezioso aiuto per archeologi dilettanti e un ladro di reperti, Leleu viene menzionato con affetto da Padre Poulaine, che riconosce al “vecchio troglodita” il merito di aver riesumato i resti di animali preistorici come mammut, orsi delle caverne, rinoceronti, oltre a oggetti di terracotta e vasi di vetro, nonché lance gallo-romane.

Difficile dire quanti di questi reperti siano stati venduti ai curiosi turisti arrivati alla grotta di Padre Leleu. Certo è che chi giunge fin lì in cerca di qualcosa di pittoresco non rimane deluso. Nel 1971 il giornalista Marcel Gauthier scrive:

“Ho avuto personalmente l’opportunità di incontrare Padre Leleu nella grotta dove si era sistemato, con tutto ciò che lo circondava, in particolare i cani da guardia e, in bottiglie, vipere viventi. Questo rifugio era una specie di bric-a-brac dove trovavamo, mescolati, gli elementi della sua sussistenza e gli oggetti archeologici scoperti nelle grotte”.


Ben lontano dall’essere un eremita, padre Leleu fa molto parlare di sé da vivo e anche da morto. Se ne va improvvisamente, in circostanze mai chiarite, il 27 gennaio 1913. Nei pressi della grotta il droghiere Momon, anziché vedersi venire incontro l’amico, sente i suoi quattro cani abbaiare furiosamente. Poco distante c’è il corpo dell’uomo, steso a terra con le braccia chiuse e la testa insanguinata. Le autorità locali, dopo l’autopsia, dichiarano che la morte dell’uomo è dovuta a cause accidentali, ovvero a una più che probabile caduta.

Eppure, c’è chi parla di omicidio: chi ha ucciso il vecchio troglodita?

“E’ D., un lottatore della fiera (che di teneva in quei giorni in un paese vicino)”;

“No, è P., ha persino comprato una casa”,

“No, è lo sconosciuto che lo ha visitato il giorno del crimine: c’erano due bicchieri sul tavolo”.

Le interpretazioni più fantasiose si susseguono e ancora oggi, dopo un centinaio d’anni, c’è chi ne discute.

Le circostanze della morte di Leleu sono state all’epoca abilmente manipolate per continuare ad attirare turisti nella zona?

Secondo uno studioso locale, Hervé Chevrier, l’intera vita di Leleu è un imbroglio, fabbricato ad arte dal droghiere Momon, in un periodo dove i fenomeni da baraccone (e Leleu in un certo senso lo era) avevano grande successo. A consolidare questa teoria c’è un particolare significativo: il “vecchio troglodita”, che viveva apparentemente in miseria, aveva risparmiato la bellezza di 80.000 franchi d’oro, mentre Momon era quasi milionario

Comunque siano andate le cose, l’improvvisa e drammatica morte di Leleu sembra la perfetta conclusione della sua storia che ha il sapore della leggenda.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.