Ottavia Penna Buscemi: la prima donna candidata alla Presidenza della Repubblica

Madre di tre figli, cattolica devota, monarchica convinta, ma anche anticonformista e paladina della lotta per la parità dei diritti e dell’emancipazione femminile, e soprattutto donna dalla personalità spiccata che si è fatta spazio nella politica italiana, quando questa era ancora considerata “una cosa da uomini”. Una donna che è arrivata a sfiorare, nel 1946, la presidenza (provvisoria) della Repubblica Italiana, risultando solo terza nelle votazioni, osteggiata da chi non vedeva in lei una figura politica in grado di fare qualcosa di buono per un paese ancora sotto le macerie dalla Seconda Guerra mondiale.

Una pasionaria al servizio dello stato, anche conosciuta come “la giustiziera della notte”, per il suo coraggio nello sfidare l’autorità spesso al servizio di ataviche ingiustizie, e un mondo ancora declinato tutto al maschile. Una donna capace di scalare una vetta irta di difficoltà pur di arrivare ai suoi obiettivi e dar corpo ai suoi ideali.

Tutto questo è stata Ottavia Penna Buscemi.

Ottavia Penna Buscemi

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Ottavia nasce in una nobile famiglia siciliana, il 12 aprile del 1907, a Caltagirone: suo padre è il barone Francesco Penna e sua madre è la duchessa Ignazia (Ines) Crescimanno. È la terzogenita di cinque figlie e, come tutte le ragazze di nobili natali della sua epoca, riceve un’educazione privata da un’istitutrice, per poi continuare gli studi nel collegio di Poggio Imperiale in Toscana, e a Trinità dei Monti, a Roma.

Ottavia ha la fortuna di crescere in un ambiente culturale permeato anche da passione politica, che la stimola e la appassiona. Il suo temperamento si avvicina a quello del nonno paterno, Guglielmo, deputato liberale nel collegio di Modica (XIX e XX legislatura); ma non solo lei si interessa alla politica, anche sua sorella, Carolina, si avvicina sia all’Azione cattolica sia al Partito popolare, fondato da Don Luigi Sturzo, nativo anche lui di Caltagirone e amico della famiglia Penna.

Don Luigi Sturzo

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La vita di Ottavia scorre tra la passione per la politica e il suo impegno sociale: insofferente alle prepotenze dei possidenti siciliani e sensibile al grido di aiuto dei meno abbienti, durante i difficili anni della guerra, di notte si reca nelle masserie dove qualche “barone” locale nasconde sacchi di grano per rivenderli al mercato nero. Lei sottrae la quantità necessaria per sfamare la povera gente, così come non esita a distribuire tra loro qualche razione di carne tra quelle conservate nelle aziende familiari (non avrebbe potuto farlo, perché i viveri andavano distribuiti in base alle tessere annonarie). Ottavia non ha paura di sfidare proprietari terrieri e gendarmi, e per questi suoi gesti impavidi viene soprannominata la “giustiziera della notte”.

Andando avanti negli anni la sua passione per la politica si fa sempre più forte, ma trova tempo anche per l’amore: conosce Filippo Buscemi, un medico che diventerà suo marito nel 1933 e dal quale avrà tre figlie: Maricò, Ines e Cristina.

Ottavia intensifica la sua attività politica, interessandosi a temi delicati, quelli che fanno parecchio storcere il naso ai più conservatori: l’emancipazione femminile e la parità di diritti fra uomo e donna sono gli argomenti che suscitano più astio nei dibattiti; anche le sue scelte non sono sempre condivise, anzi, spesso destano perplessità, se non addirittura molti sospetti. L’ostilità da parte dei cittadini vicini agli ambienti religiosi non si fa attendere, in particolare quando sceglie di abbracciare l’ideologia del “Fronte dell’uomo qualunque”, espressa dal giornale fondato nel 1944 da Guglielmo Giannini (noto giornalista satirico di quegli anni), antesignano del concetto di antipolitica.

Guglielmo Giannini

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Nonostante Ottavia sia una forte sostenitrice della monarchia, non ha paura delle idee innovatrici che stanno trovando sempre più spazio in Italia.

Presa dalla voglia di far cambiare il vento nel proprio paese, decide di candidarsi alle elezioni politiche del 1946 – quelle che devono dar vita all’Assemblea Costituente – proprio come esponente del Fronte dell’uomo qualunque, e a sorpresa viene eletta (risulta terza come numero di preferenze generali) nel collegio di Catania, nonostante la preponderante forza degli “eredi di Don Sturzo”, rappresentati nell’occasione da un Mario Scelba (capolista della D.C. e primo in assoluto come numero di preferenze) assai contrariato per quell’inaspettata vittoria.

Composizione dell’Assemblea Costituente

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Ottavia dunque entra a far parte dell’esiguo numero di donne elette all’Assemblea Costituente: 21 a fronte di 556 colleghi uomini, e lei è l’unica che sieda tra i banchi della destra. Per qualche giorno partecipa, insieme ad altre quattro donne – Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce e Maria Federici – ai lavori della Commissione dei Settantacinque, incaricata della stesura di un primo abbozzo di Costituzione, poi si dimette da questo incarico. Continua però a far parte dell’Assemblea, pur rimanendo abbastanza defilata, forse per il carattere schivo. Lei è, secondo le parole della collega democristiana Angela Gotelli “una distinta signora con cui c’erano rapporti cortesi ma che non fece mai gruppo con noi”. Nonostante questo, si può certamente affermare che anche grazie al suo contributo viene approvato l’articolo 3 della Costituzione, fortemente voluto dalle Madri costituenti:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione , di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Le Madri Costituenti della Repubblica Italiana

Forse la sua appartenenza a un movimento politico disprezzato da tutti gli altri partiti la isola dalle altre madri costituenti, tanto che lei è l’unica a non essere invitata ad un ricevimento organizzato dal’UDI (Unione Donne Italiane) per le 21 onorevoli. Una scortesia che trova spazio nei giornali dell’epoca, mentre il settimanale “Oggi” la definisce una novella “Giovanna d’Arco”, per quel lato intransigente e combattivo del suo carattere, per nulla disposto a scendere a quei compromessi tanto amati dalla politica.

Ottavia Penna Buscemi

La sua carriera politica comunque va avanti e a sorpresa viene candidata, dal Fronte dell’uomo qualunque, alla Presidenza della Repubblica. Guglielmo Giannini la presenta come: “Una donna colta, intelligente, una sposa, una madre”.

Assieme a lei sono in lista altri sei nomi, tutti uomini ovviamente, che prenderanno rispettivamente i seguenti voti: Enrico De Nicola, 396; Facchinetti, 40; Orlando, 12; Sforza, 2; De Gasperi,1; Proia,1. Ottavia raccoglie 32 preferenze, e risulta terza.

Un risultato non da poco, se si pensa che quella candidatura alla Presidenza della Repubblica, di una donna e per giunta dichiaratamente monarchica, ha il sapore della provocazione. Il Giornale di Sicilia riporta così la notizia:

Molto commentati i voti che escono dall’urna in favore della deputata qualunquista Ottavia Buscemi Penna. Giuliano Giannini, con la sigaretta spenta tra le labbra, rientra nell’aula e salito al banco dove siede la candidata s’inchina a baciare la mano della signora, che il gruppo per una singolare affermazione di qualunquismo ha voluto designare alla suprema direzione dello Stato.”

Tuttavia, l’esperienza con il movimento qualunquista finisce presto, perché a lei, sempre coerente con i suoi principi, la propensione al compromesso di Giannini proprio non va giù. Si ricandida, con il partito monarchico, alle elezione amministrative del 1953, a Caltagirone. Gioca in casa la baronessa e viene eletta nelle fila dell’opposizione, ma si trova di fronte la sorella Carolina, che milita nella D.C e diventa sindaco.

Molto presto comunque abbandona l’impegno politico, troppo delusa da quanto avviene nel Paese, sia a livello nazionale sia a livello locale. Sempre dalla parte dei più sfortunati, degli “infelici”, esplica al meglio il suo “personalissimo pensiero” quando ci sono da prendere decisioni pratiche. Come dimostra con i suggerimenti dati a De Gasperi, che nel 1948 le chiede consiglio in merito ai provvedimenti urgenti da prendere per i disoccupati siciliani. Con una lungimiranza che ancora oggi pochi dimostrano, Ottavia Penna si dichiara sfavorevole a contingenti sussidi in denaro (“non essendo mai adeguati ai bisogni innumerevoli di chi li riceve finiscono col sembrare un’elemosina”), e propone di sviluppare un più ampio programma di ricostruzione di strade, case e scuole (distrutte dalla guerra), e soprattutto volto a “combattere l’ignoranza tremenda del nostro popolo”, e a trovare un “ricovero” per i bambini abbandonati, destinati inevitabilmente a una vita di delinquenza.

Da parte sua, offre il suo contributo alla lotta contro l’ingiustizia sociale con la fondazione, nella sua Caltagirone, della Città dei Ragazzi dove giovani sfortunati, spesso senza famiglia, possano trovare un porto sicuro per il loro futuro.

Questo oggi rimane di Ottavia Penna: la sua grande umanità, l’impegno silenzioso verso i più umili, e la straordinaria coerenza con i propri principi, anche quando erano decisamente controcorrente. La baronessa non chiama mai la Repubblica Italiana col suo nome, ma la definisce “questa repubblica”; oltre a ciò, esprime fino alla fine dei suoi giorni una singolare quanto personale protesta, mettendo sulle buste, da spedire via Posta, il francobollo a testa in giù.

Può sembrare il gesto stizzoso di una donna fuori dal tempo, eppure Ottavia Penna oggi, in un’epoca nella quale le distanze politiche di quegli anni sono ampiamente superate, è da considerare come un’esponente importante delle prime lotte per la parità dei diritti delle donne, combattute in un’isola come la Sicilia, dove quelle battaglie non rappresentavano certo una priorità.

Dopo aver abbandonato la politica, la baronessa conduce una vita ritirata nel suo palazzo di Caltagirone, dove muore il 2 dicembre 1986. Ai suoi funerali c’è una folla di gente “qualunque”, ma nessuna autorità pronuncia un discorso per ricordare una donna, tra le poche, ad aver fatto parte dell’Assemblea Costituente. Forse proprio perché donna, e per giunta “scomoda” per le sue convinzioni politiche, e certamente non in cerca di visibilità.

Per ricordare Ottavia Penna, nel 2008 viene posta una lapide sulla casa di famiglia, e nello stesso anno nasce un’associazione, che porta il suo nome, volta a tutelare i diritti “delle donne e dei bambini nelle situazioni di disagio, di violenza e di emarginazione attraverso la reale promozione e integrazione sociale e lavorativa, la diffusione della cultura di parità di genere, l’affermazione delle donne nella politica e nelle istituzioni”.


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