Il 20 marzo 1916 Ota Benga, un giovane di 32 anni originario del Congo, si sparò al cuore, perché costretto a rimanere negli Stati Uniti contro la propria volontà: un’estrema dimostrazione di dignità e di ribellione ai soprusi a cui era stato sottoposto da troppi anni. La breve e tristissima vita di Benga fu segnata dalla violenta cupidigia del colonialismo, e dalla pseudo-antropologia dell’inizio del 20° secolo.

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Sopra: Ota Benga in mostra allo zoo del Bronx (New York) nel 1906

La sua storia comincia in quello che era il Regno del Congo che, fino alla fine del 19° secolo, era solo un grande spazio bianco nelle cartine geografiche: una fitta foresta pluviale e un fiume non navigabile avevano reso difficilissima la sua esplorazione. Malgrado i Portoghesi fossero entrati in contatto con il Regno del Congo già nel XV secolo, grazie alle sue caratteristiche geografiche il paese riuscì per molti secoli a rima2ed2nere indipendente, fino alla fine del 19° secolo, quando divenne una proprietà personale di Leopoldo II, re del Belgio, che inviò diverse spedizioni per mappare il terreno e per avere un’idea delle ricchezze da sfruttare.

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Schiavi congolesi con le mani mozzate dai soldati belgi

Sotto l’amministrazione privata del sovrano, (il paese divenne una colonia dello stato belga nel 1908) lo Stato Libero del Congo, come era stato ribattezzato, divenne un inferno per i suoi abitanti, sottoposti a lavori forzati, amputazioni, stupri, uccisioni di massa. I crimini raggiunsero livelli talmente alti che perfino altre potenze coloniali, come la Gran Bretagna, protestarono per il modo in cui veniva trattata la popolazione locale. Secondo alcune stime furono uccisi 10 milioni di congolesi durante i 23 anni di regno personale di Leopoldo II.

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Ota Benga nel 1904

Questo è il contesto in cui nacque Ota Benga. Apparteneva alla tribù dei Pigmei Mbuti, che vivevano di caccia e raccolta nella foresta dell’Ituri, divisi in gruppi familiari di 15/20 persone. Benga si sposò molto giovane, ebbe due figli, e probabilmente sperava di poter un giorno essere a capo del suo gruppo familiare, come accadeva da migliaia di anni ai membri della sua tribù.

Il Congo era però precipitato nel baratro del colonialismo, che vide deportazioni di massa, incursioni dei mercanti di schiavi arabi, e l’invasione della Force Publique, l’esercito del sovrano belga, composto da ufficiali e sottufficiali belgi, e da truppe di mercenari di altre nazioni, e anche da membri di tribù di guerrieri congolesi e dell’Africa Occidentale. Uno dei compiti della Force Publique era quello di fare rispettare le quote di raccolta della gomma, usando l’intimidazione e la forza: molti villaggi furono bruciati, le donne violentate, mani e teste mozzate venivano usate per sfruttare la manodopera locale. Il clan familiare di Benga fu sterminato da soldati della milizia belga, ma lui rimase in vita perché era a caccia, lontano dall’accampamento.

Per un cacciatore-raccoglitore la famiglia è la vita stessa. Senza di essa, per il giovane pigmeo l’alternativa era quella di vagare da solo, o cercare un nuovo gruppo familiare che lo accogliesse. Il destino decise diversamente, perché Benga fu catturato da mercanti di schiavi, che lo trascinarono lontano dalla foresta, la sua ‘casa’.

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Ota Benga, il secondo da sinistra, con altri pigmei

Finì a lavorare in un villaggio agricolo dove lo trovò, nel 1904, Samuel Verner, un uomo d’affari americano, esploratore dilettante, inviato in Congo dalla Louisiana Purchase Exposition, che stava progettando una mostra per la Esposizione Universale di St. Louis. Si voleva “educare” il pubblico, secondo un concetto razzista dell’antropologia, mettendo in mostra alcuni autentici pigmei africani, ritenuti gli anelli mancanti dell’evoluzione umana. Vedendo Benga, un ragazzo molto nero, molto basso e magro, con i denti appuntiti, Verner pensò di aver trovato quello di cui aveva bisogno. Comprò Benga per un chilo di sale e un rotolo di stoffa.

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Esposizione Universale del 1904 a St. Louis

Benga, ed altri africani portati come lui negli Stati Uniti, furono messi in mostra all’Esposizione Universale di St. Louis del 1904, dove si resero conto che la folla voleva vedere dei veri ‘selvaggi’, così iniziarono a imitare le danze di guerra che vedevano fare ai Nativi Americani, come loro esposti a beneficio del pubblico pagante. Benga, che in questo contesto conobbe il Capo indiano Geronimo, attirava molto interesse (la gente pagava 5 centesimi supplementari per poter vedere i suoi denti), tanto che si rese necessaria la presenza della Guardia Nazionale per controllare la folla.

Dopo la fiera, Benga viaggiò insieme a Verner, e addirittura tornò in Africa, per un certo periodo. Nel 1905 si unì ad una tribù congolese, i Batwa, e si sposò. Il matrimonio durò solo pochi mesi, perché la donna morì per il morso di un serpente. Benga tornò negli Stati Uniti con Verner nel 1906. Fu esposto al Museo Americano di Storia Naturale, dove doveva deliziare i visitatori fingendo di essere un balbettante uomo-scimmia.

Benga rappresentava l’attrazione maggiore del museo, ma il direttore si rifiutò di pagare a Verner la cifra concordata, così l’uomo decise di trasferirlo allo zoo del Bronx, che voleva ampliare la ‘casa’ delle scimmie. Il pigmeo aveva il permesso di circolare liberamente nello zoo, ma la sua amaca era appesa nella gabbia dei primati. Fu anche esposto alla mostra sull’evoluzione umana, organizzata dalla Società Antropologica di New York. Alcuni membri neri del clero locale rimasero sconvolti, e chiesero che fosse impedita ogni ulteriore speculazione.

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Benga fu quindi affidato a James Gordon, l’uomo che si era battuto per liberarlo, e andò a vivere prima in un orfanotrofio per neri, e poi presso una famiglia in Virginia. Gordon continuò a interessarsi di Benga, che all’epoca aveva 27 anni: gli fece sistemare i denti e lo iscrisse a una scuola per bambini di colore. Riuscì anche a farlo lavorare in una piantagione di tabacco, dove il ragazzo divenne molto popolare, raccontando la sua storia in cambio di un boccale di birra.

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Nel 1914 Benga decise di tornare definitivamente in Congo, grazie ai soldi guadagnati lavorando nella piantagione. La vita in America non gli piaceva, e rimpiangeva la sua foresta e la sua gente. Purtroppo, lo scoppio della 1° guerra mondiale gli impedì di realizzare il suo sogno: l’occupazione tedesca del Belgio aveva gettato il Congo in un caos burocratico, e nessuno poteva né entrare né uscire dal paese. Il 20 marzo 1916, non sopportando più l’idea di non poter rivedere la sua foresta, Ota Benga si sparò al cuore.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.