Operazione Tannenbaum: il piano per l’invasione Nazista della Svizzera

Durante la seconda guerra mondiale la Svizzera non subì gli effetti devastanti del conflitto: storicamente neutrale, non visse in quegli anni, se non attraverso piccole parentesi, il dramma della distruzione bellica. Ma la sua posizione geografica non era del tutto tranquilla e da Berna la preoccupazione di una possibile invasione tedesca era alta: il paese, nel giugno 1940, si trovava infatti sull’orlo dello scontro.

1939: la Germania, il 1° settembre, invase la Polonia. La Svizzera percepì, nei precedenti e roventi giorni di fine agosto, il precipitare degli equilibri geopolitici: la Germania, ormai impellente dinanzi ai propri progetti di conquista, divenne a tutti gli effetti una minaccia. L’atteggiamento passivo che venne assunto negli anni ‘30 nei confronti di Hitler, da parte delle potenze democratiche occidentali, era prossimo ad una fase di superamento: la guerra era nell’aria. Il 15 agosto, con la firma del patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop tra Germania e URSS, Berlino poté assicurarsi i pretesti per l’invasione occidentale della Polonia.

Firma del trattato da parte di Molotov alla presenza di Ribbentrop e Stalin:

Da questo momento, inoltre, la Wehrmacht poteva concentrare le proprie energie anche sull’Europa dell’ovest: per Hitler, la Svizzera era un pezzo mancante della Grande Germania. Il pangermanesimo, infatti, includeva nei piani anche la Svizzera tedesca e il pericolo di una annessione, dopo l’Anschluss nel 1938, rischiava seriamente di tramutarsi in realtà: per questo il 30 agosto 1939 fu eletto a Berna, in qualità di Comandante in Capo dell’Esercito Svizzero, Henri Guisan (1874-1960). Ottenne il grado di Generale, con 204 voti sui 227 seggi disponibili, e la sua carica, all’interno della Svizzera, era straordinaria:

Esisteva solo in tempi di guerra

Primo piano del generale Henri Guisan:

“Un brufolo sulla faccia dell’Europa”: con queste parole, Hitler evidenziò la sua avversità nei confronti dell’esistenza della Svizzera. L’eterogeneità linguistica, la democrazia e il suo capitalismo finanziario in opposizione al corporativismo tipico dei regimi totalitari di quel periodo non erano elementi, agli occhi del Führer, di lode. Un evento chiave, pur contraddittorio, nelle relazioni tra Berna e Berlino dopo la salita al potere di Hitler si verificò nel 1934: venne istituito, in Svizzera, il segreto bancario. A livello pubblico e popolare, a Hitler serviva per attaccarla verbalmente. A livello privato e diplomatico, era invece un punto d’appoggio essenziale per i capitali tedeschi. Questo divenne, forse, il principale elemento di salvezza della Svizzera dinanzi alla minaccia tedesca.

Alla fine degli anni ‘30, il profilo delle relazioni tra Svizzera e Germania era chiaroscuro: nel 1937, per esempio, Hitler garantì il rispetto della neutralità, ma l’affermazione non rassicurava Berna, apparendo puramente di facciata. Il 1938, poi, permise di comprendere più a fondo la realtà dei fatti. Quell’anno, in Svizzera, i timori crescevano, a causa di due eventi chiave: il primo, datato 12 marzo 1938, quello dell’annessione dell’Austria alla Germania. Il secondo, del 30 settembre, quello della Conferenza di Monaco, quando venne firmato l’accordo tra Francia, Inghilterra, Germania e Italia (senza la presenza della Cecoslovacchia) che garantiva a Berlino la presa della regione, allora ceca, dei Monti Sudeti, a maggioranza tedesca: la Svizzera, con questi due avvenimenti, non si sentiva più al sicuro.

Poco dopo, la situazione peggiorò ulteriormente: Maurice Bavaud, classe 1916 e originario di Neuchâtel, fu arrestato in Germania nel novembre 1938 perché ufficialmente sprovvisto di biglietto sul treno. Su di lui, tuttavia, pendeva un sospetto confermato poi davanti al giudice dall’imputato stesso: Maurice pianificò l’attentato a Hitler, considerandolo come un pericolo per l’umanità e per la Svizzera. Venne condannato a morte e decapitato a Berlino il 14 maggio 1941. Dinanzi alla sentenza del Tribunale del Popolo, avvenuta il 19 dicembre 1939, la diplomazia svizzera assunse un atteggiamento di totale passività: l’ambasciatore svizzero di stanza a Berlino, Hans Frölicher, non perorò a sufficienza la causa. La condanna a Maurice fu revocata dalla Confederazione svizzera nel 1955, quattordici anni dopo la sua morte.

Maurice Bavaud accanto a una fotografia di Adolf Hitler:

I venti di guerra, nella Svizzera del 1939-40, soffiavano impetuosi. Furono aumentati i finanziamenti alla Difesa e fu esteso il numero delle reclute, fortificando le strisce di frontiera più a rischio. Non bastò, infatti, invocare la neutralità: già in passato, per esempio, all’inizio della Prima guerra mondiale, la Germania invase il Belgio, trasgredendo ogni principio di neutralità e questo avrebbe potuto ripetersi ancora. Nel marzo 1939, quindi, furono inviati alcuni corpi riservisti al confine con la Germania, col compito di presidiare il confine. Da settembre, dopo l’invasione tedesca della Polonia, furono inviati tre copri d’armata nelle frontiere ad est e ad ovest, potenziando ulteriormente l’apparato a nord. Le riserve, nel frattempo, si spostarono nel centro e nel sud del paese.

In un clima di forte preoccupazione, la mobilitazione toccò circa centomila uomini e fu allungata l’età massima per il servizio militare, passando dai 48 ai 60 anni d’età. La Svizzera sarebbe partita, sulla carta, svantaggiata. Pur disponendo (ancora oggi) della leva obbligatoria, il numero di militari professionisti era scarso e le tattiche pianificate erano esclusivamente difensive: in sostanza, si studiavano i migliori piani di resistenza. Nacque l’idea, quindi, di schierare il grosso dell’esercito sulle montagne, creando linee difensive nei centri più strategici delle Alpi e del massiccio del Giura: per l’est, in chiave anti tedesca, fu scelta Sargans, cittadina del canton San Gallo prossima al confine con il Liechtenstein e porta d’ingresso verso le imponenti montagne del canton Grigioni. Per il sud, in chiave anti italiana, l’alto passo del San Gottardo (al confine tra il canton Ticino e Uri). Per l’ovest, in chiave anti francese (in caso di presa tedesca) Saint-Maurice, nel canton Vallese, non lontano dall’Alta Savoia più il canton Giura con le sue più basse montagne.

Mappa dei cantoni Svizzeri. Immagine via Wikipedia:

Tra i complessi di fortificazione furono eretti, ai confini e in modo sparso all’interno dello stato, blocchi in cemento per ostacolare il passaggio di eventuali carri armati: negli ambienti meglio accessibili al passaggio furono create apposite strisce formate da numerose piramidi che presero il nome di Tobleroni, in quanto somiglianti ad una delle più note tavolette di cioccolata svizzera, dalla forma del Cervino.

Lo scopo? Ritardare l’invasione

Erano, però, semplici previsioni: risultava molto difficile controllare a fondo ogni metro di confine. Un altro problema che si aggiunse era quello relativo ai maggiori centri urbani del paese: sono tutti distribuiti in aree collinari e pianeggianti e non lontani dall’estero. Berna e Zurigo non superano i cento chilometri di distanza dalla Germania. Basilea e Ginevra sono due città di frontiera. L’eventuale presa delle metropoli interne, dunque, avrebbe aumentato notevolmente le possibilità di capitolazione. Intanto, gli abitanti più vicini alla Germania, nel corso del 1939-40, furono sollecitati ad un maggiore lavoro nei campi, aumentando la semina oltre la quantità annuale. L’eventuale evacuazione dei civili necessitava di quante più scorte alimentari possibili: la maggior parte di loro avrebbe trovato riparo nelle Alpi.

Una delle opere difensive del Ridotto nazionale. Fotografia di Clément Dominik via Wikipedia CC BY-SA 2.5:

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L’apice dell’apprensione, poi, si raggiunse tra il maggio e il giugno 1940: ad ovest la Wehrmacht, che invase i Paesi Bassi, il Belgio, il Lussemburgo e la Francia il 10 maggio, era inarrestabile. A giugno, le forze d’aviazione svizzere abbatterono undici aerei tedeschi, rei di avere invaso lo spazio aereo elvetico. Da Berlino si alzò per questo una minacciosa protesta contro Berna ed il generale Henri Guisan vietò, in una nuova ordinanza, il combattimento aereo:

Ogni piccola scintilla poteva fungere da pretesto per un attacco

Arrivò, in seguito, il 25 giugno 1940: la Francia capitolò davanti ai colpi della Wehrmacht e firmò l’armistizio di resa. Per la Svizzera, dunque, la realtà della guerra si acutizzò: era, ormai, completamente accerchiata dalle forze dell’Asse.

La Germania a nord e a est, l’Italia a sud, la Francia collaborazionista del generale Henri Pétain a ovest

L’Operazione Tannenbaum (Abete, in tedesco) originariamente doveva chiamarsi Operazione Grün (Verde): era stata pianificata attraverso un documento, in mano ad Heinrich Himmler, denominato Aktion S, dove S sta per “Schweiz”. La tattica tedesca avrebbe previsto l’uso massiccio della dodicesima armata, precedentemente impegnata nella Campagna Francese, e sarebbe stata guidata dal Generale Wilhelm von Leeb. I soldati di fanteria tedeschi sarebbero penetrati dal Giura, gli italiani dal Ticino. La capitolazione svizzera avrebbe portato alla spartizione del paese: i cantoni germanofoni sarebbero andati alla Germania, quelli francofoni alla Francia di Pétain, quello italofono del Ticino più il romancio Grigioni e il franco-tedesco Vallese all’Italia.

Opuscolo del piano Svizzera:

Nonostante i timori, l’ordine di attacco però non avvenne: dopo la vittoriosa campagna contro la Francia, la Germania puntò gli occhi altrove, sui Balcani, Regno Unito e URSS. Più tardi, lo Sbarco in Normandia chiuse definitivamente il progetto tedesco di conquista. Per la Germania, intanto, la Svizzera restava un punto d’appoggio: era una rapida via d’accesso per il trasporto delle armi verso l’Italia. Il governo svizzero, nonostante la minaccia, non boicottò la Germania: la partnership proseguiva con tutti, dall’Asse agli Alleati (godevano, questi ultimi, di un forte consenso popolare interno). In quanto paese neutrale, dopo la firma della Convenzione de L’Aia del 1907 ed entrata in vigore ufficialmente nel 1910, era tenuto a commerciare con tutti i paesi in guerra.

La Svizzera, tra il 1940 e il 1942, esportava in Germania prodotti chimici, utensili d’uso comune per i soldati al fronte e macchinari industriali. Dalla Germania, provenivano i beni fondamentali come il carbone, il petrolio, le derrate alimentari e le materie prime per le fabbriche: si calcola che negli anni 1939-1944 il commercio con gli Alleati fosse solo un terzo di quello con i paesi dell’Asse. Inghilterra e Stati Uniti, però, non dissentivano: tutte le potenze reciprocamente nemiche vendevano oro alla Svizzera e questo provocò, dopo la seconda guerra mondiale, forti critiche interne. Da una parte, per il ruolo economico della Svizzera: gli scambi con la Germania potrebbero essere stati la causa del prolungamento della guerra e del ritardo della resa tedesca. Dall’altra, per la provenienza dell’oro tedesco: quello confiscato, molto probabilmente, agli ebrei deportati nei lager.

Dal 1944, la Svizzera diminuì infine drasticamente le esportazioni verso la Germania, indirizzando le proprie risorse quasi totalmente agli Alleati

In quanto alla politica, la comunicazione con la popolazione non fu di grande efficacia: i discorsi radiofonici da Berna erano spesso vaghi e la paura, dietro al pronunciamento di una sola parola sbagliata, era frequente. Fu il generale Henri Guisan, invece, ad assumere le vesti di assoluto protagonista. Divenne famoso, infatti, il Rapporto del Grütli del 25 luglio 1940, dove Guisan con la sua oratoria invitò non solo i propri ufficiali alla calma ma, in caso di invasione, alla massiccia resistenza contro i nazisti, sfruttando la conoscenza di ogni singola porzione di territorio. Il discorso avvenne sul prato del Grütli, sulle rive del Lago dei 4 Cantoni: considerato come la culla della Svizzera, secondo la leggenda è il luogo dove avvenne il Patto Confederale del 1° agosto 1291, data dell’inizio della storia ufficiale del paese.

La Svizzera, dopo lo Sbarco in Normandia e la minaccia nazista rientrata, riuscì comunque ad uscire incolume dai sanguinosi anni di conflitto?

Non proprio. Il territorio svizzero venne colpito almeno 50 volte, provocando oltre 80 vittime e il momento più drammatico avvenne a Sciaffusa, la mattina del 1° aprile 1944: città situata in un angolo del paese circondato per tre quarti dalla Germania, in un giorno apparentemente normale piovvero 400 bombe, provocando 44 morti e la perdita della casa per circa 500 persone. Fu un clamoroso errore di calcolo dell’aviazione statunitense: per Sciaffusa, divenne fatale la posizione. Il centro storico della città sorge infatti appena oltre il Reno e il fiume era il punto di riferimento aereo per distinguere la Svizzera dalla Germania: non venne però considerata, nell’area, la presenza del confine politico accanto a quello naturale. Gli aerei che sganciarono le bombe, partiti dall’Inghilterra, puntarono a colpire Ludwigshafen sul Reno, città tedesca del Baden-Württemberg, sede del colosso chimico IG Farben: a causa delle pessime condizioni meteorologiche, invertirono la rotta e puntarono il sud-ovest della Germania, colpendo però Sciaffusa.

Sotto, veduta di Sciafussa. Fotografia di chensiyuan via Wikipedia CC BY-SA 3.0:

Oggi il dibattito storico tra l’errore (dovuto alla geografia) e l’intenzione (dovuto al commercio tra Svizzera e Germania) resta ancora aperto.

Al termine di questo racconto possiamo chiederci come trascorse, la Svizzera, i primi anni post bellici. Nonostante la generale incolumità preservata dopo la seconda guerra mondiale, a causa della crisi internazionale post bellica, della sua esigua autosufficienza economica e dei progetti statunitensi di contenimento anti sovietici, la nazione fu comunque inclusa nel piano Marshall: ricevette dagli Stati Uniti, nel biennio 1950-51, un pacchetto di aiuti pari a 250 miliardi di dollari.

Nicola Pisetta

Nicola Pisetta, trentino, appassionato di storia, geografia, sport, viaggi, montagna e mare. Mi basta un libro da leggere in cima alla montagna, nel bosco, steso in spiaggia o davanti al caminetto per sentirmi bene!