Prendere per mano i lettori e traghettarli da una parte all’altra del mondo senza aereo sulla propria isola. Che sia questo lo scopo del libro intitolato “Oltre e un cielo in più”, edito da Sperling & Kupfer, sbarcato il 23 gennaio sugli scaffali di tutte le librerie italiane?

Viene in mente la canzone di Edoardo Bennato “poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è”. Per ognuno di noi esiste un’isola che non c’è e, Luca Sciortino, nota penna di Panorama, ricercatore e scrittore, la sua, pare averla trovata. Partito in una calda giornata estiva del 2016 da un’isola sperduta della Scozia e, approdato a Tokyo il 13 novembre dello stesso anno, con alle spalle un viaggio rigorosamente no-fly, lungo 23mila chilometri, Sciortino si cimenta nella scrittura del suo libro. Un libro nel quale racconta l’essenza di Paesi Sfuggenti. Ma anche il suo viaggio inteso come metafora di vita. D’altronde a detta dell’autore “occorre mettersi in cammino, sempre, perché solo così prima o poi incontreremo la nostra isola”.

La conquista di nuovi mondi non è mai casuale. Per quale motivo hai scelto di volgere lo sguardo verso Oriente e non verso Occidente? Perché in quel periodo mi trovavo in Inghilterra. Ero Research Fellow all’Università di Leeds e il viaggio più naturale era verso Est. Volevo toccare il punto più lontano del continente euroasiatico perché la cultura orientale è quella che si allontana maggiormente da quella europea.

Sotto, cottage della campagna inglese nei pressi del Vallo Adriano di Housestead:

Esiste un punto, dove comincia l’Asia e dove finisce l’Europa? Sì,arriva un momento in cui capisci che l’Europa è davvero finita. Cambiano i paesaggi, cambiano i visi. Questi mutamenti era però interessante vederli apparire poco a poco. Oggi giorno tutti prendono l’aereo e piombano improvvisamente in un’altra cultura ma approdare a Shanghai partendo dalle steppe dell’Asia Centrale (on the road) è cosa ben diversa che arrivare a Shanghai con l’aereo: si perde di vista l’idea del cambiamento. In questo periodo c’è chi fa a gara a fare viaggi lunghissimi e in condizioni difficilissime. Mi viene in mente il deserto del Sahara in bicicletta. Il mio scopo non era tanto quello di realizzare una grande impresa quanto il voler vedere cambiare le culture lentamente.

La stazione di Haworth nello Yorkshire, patria delle sorelle Bronte e cornice dei loro romanzi:

A proposito di aerei, non ne hai voluti prendere. Come a dire che la vita sia un cammino da percorrere a piedi? Sì, il viaggio a piedi è una grande metafora della vita e il mio libro è ricco di metafore. Un monaco buddista mi disse “tu sei la strada”. Infatti succede proprio questo: a un certo punto ti guardi indietro, osservi la tua traiettoria e rivedi te stesso. Nella vita è come nel mio viaggio: sai più o meno verso cosa vuoi andare per assecondare le tue inclinazioni, il tuo daimon, come dicevano i Greci, ma poi la tua traiettoria dipende da fattori contingenti. Arrivato a una certa età ti guardi indietro e capisci meglio chi sei.

Le cupole della cattedrale di San Vladimiro a Kiev:

“Oltre e un cielo in più”. Il titolo sembra quasi un messaggio criptato. Quasi un appello ad andare oltre. Non solo verso Oriente ma anche oltre il pregiudizio, gli stereotipi i confini spazio temporali. Insomma verso l’infinito e oltre? E’ un’ottima osservazione. Nella fattispecie il termine “oltre” si riferisce al tentativo di spingermi ogni giorno sempre più lontano, verso Oriente. “Un cielo in più” allude invece alla “conquista” di nuovi paesi, persone e culture. Viaggiando si comprende che esistono molteplici situazioni, prospettive e punti di vista differenti. E se si guarda il mondo da queste nuove finestre, si va oltre, come dice il titolo.

Le acque turchesi del lago Big Almaty, sulle montagne del Tien Shan vicino Almaty, l’antica capitale del Kazakhstan:

Quali sono i pregiudizi dei quali ti sei liberato conoscendo altre culture? Per natura e per storia personale mi piacciono le differenze culturali. Anche per questo motivo ho sempre guardato con interesse e senza pregiudizi ai fenomeni migratori. Nonostante questo, il mio viaggio, nella parte europea, mi ha aiutato a capire di più le vicissitudini di chi fugge da Paesi difficili.

Paesaggi della Siberia vicino Novosibirsk:

Durante il tuo viaggio hai incontrato pastori nomadi delle steppe mongole, hai parlato con monaci buddisti e con sciamani siberiani. E siccome si dice che viaggiare sia un po’ come innamorarsi, c’è un popolo che ha fatto breccia nel tuo cuore? Personalmente sono affascinato dai popoli nomadi: storicamente sono distruttori di civiltà, vivono in completa assenza dello Stato, non hanno una dimora fissa e hanno un rapporto simbiotico con gli animali. Questo loro modo di essere si adatta molto al mio temperamento un po’ anarcoide.

Una festa di paese dell’etnia Miao nella regione del Guagxi:

Quanto ti senti nomade? Quei quattro mesi di viaggio sono stati di sicuro il pezzo più nomade della mia vita. Come i nomadi sceglievo le opzioni più idonee per avanzare lungo il cammino. Credo che ogni persona dovrebbe prendere un pezzettino della propria vita e viverlo così.

 
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Il ponte di Chengyang e un campo di tè nella regione del Guangxi:

In un’intervista hai detto “le zone dove vi è ricchezza sono disumanizzate”. Che cosa intendevi? Intendevo dire che è nei posti dove la vita è difficile, tra i profughi, i pastori nomadi, i contadini delle campagne cinesi ecc., che vedi messa a nudo la grandezza umana. Lì vedi l’altruismo, il senso della comunità, l’ospitalità. Le zone frequentate dai turisti in città come New York, Shanghai o Dubai, sono in fondo tutte uguali, è come se l’umanità fosse sterilizzata.

Risaie vicino Longshen, in Cina:

Hai detto “il viaggio assomiglia alla vita, non riusciamo a conoscere tutto quello che vorremmo. La realtà è troppo abbondante per noi mortali”. In che senso? Nel senso che un viaggio puoi rifarlo infinite volte, ma tutte le volte che lo realizzerai sarà sempre un viaggio diverso. La gente che incontrerai sarà diversa, il tuo stato d’animo di fronte allo stesso paesaggio sarà diverso. Diciamo che la realtà è abbondante in questo senso. Non si finisce mai di scoprire.

Un pescatore con i cormorani sul fiume Li, vicino Yangshuo:

Un viaggio il tuo, raccontato anche attraverso le immagini, immagini che si sa, valgono più di mille parole. Esiste una foto che meglio sintetizza il tuo “giro del mondo”? In realtà sì. Si tratta di una foto che ho scattato mentre attraversavo la campagna ucraina. Raffigura una mamma che fa una carezza al proprio figlio nel sistemargli il cappellino. Entrambi si sorridono. Quella foto dice che, sebbene le culture cambino, ci sono dei gesti profondamente umani e universali.

Con il viaggio parti da te e ritorni a te ma carico di un’infinità di esperienze. Quanto questa rotta ha cambiato la tua bussola interiore? Quando parti per un viaggio, non sai mai se raggiungerai la meta perché sei consapevole che incontrerai mille ostacoli. Ma quando riesci a concludere un viaggio del genere provi un senso compiuto, una sensazione che raramente accade di provare nella propria vita. Spinoza diceva che la tristezza deriva dal nostro senso di imperfezione. Ecco quando porti a termine un’impresa del genere, invece, provi un senso di completezza e di perfezione.

Bimbi di etnia Miao in Cina:

A oggi ti senti più giornalista, scrittore o poeta? Penso che in Oltre e un cielo in più ci sia il giornalista che vuole scoprire nuovi luoghi dove succedono cose importanti ma anche il filosofo che viaggia per trovare risposte parziali a grandi questioni. Poeta non saprei, sarebbe bello viaggiare con la sensibilità di un poeta, con la capacità di notare e immaginare.

Uomini Basha nella provincia del Guizhou, Cina. I Basha sono una minoranza etnica della Cina e un sottogruppo dei Miao:

Sei partito dall’isola di Skye, in Scozia, il 15 luglio 2016. Viene in mente la canzone di Bennato “Poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è”. Per ognuno di noi esiste un’isola che non c’è. Qual è la tua isola? Durante il viaggio la mia Itaca era sicuramente il Giappone, nel libro anche. Nella vita chiunque ha la propria isola. Sulla mia sbarcherò più avanti: ho quarantotto anni e ora come ora amo vivere in una città ricca di stimoli, sarebbe troppo presto per ritirarmi in campagna. Però in futuro mi basterebbe un pezzettino di terra, degli animali e dei libri per vivere come piace a me.

Intervista a cura di Sara Cariglia, tutte le immagini sono di proprietà di Luca Sciortino

Sara Cariglia
Sara Cariglia

Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.