Un’antica preghiera Sioux recita:

O Grande Spirito, trattienimi dal giudicare un uomo finché non avrò camminato nei suoi mocassini

Nel corso degli anni ’50 e ‘6o del XX secolo, il movimento per i diritti civili degli afroamericani imperversò negli Stati Uniti, con lo scopo di porre fine alla segregazione razziale e alla conseguente discriminazione delle persone afroamericane. Sebbene il movimento avesse numerosi sostenitori fra la popolazione di razza caucasica, molti altri esponenti erano invece a favore del mantenimento della segregazione razziale, abituati forse a considerare le persone afroamericane come inferiori o semplicemente credendo a delle supposte e infondate teorie biologiche.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Proprio al fine di far comprendere quanto la discriminazione portata dalla segregazione razziale avesse effetti devastanti sulle vite di chi la subiva ogni giorno, un’insegnante di scuola elementare decise di condurre un esperimento nella sua classe, in modo da far camminare i suoi alunni nei mocassini di un bambino afroamericano per un giorno.

L’esperimento divenne noto come esercizio Blue eyes/Brown eyes

Riceville e l’omicidio di Martin Luther King

Alla fine degli Anni ’60, a Riceville, nello Stato dello Iowa, vivevano meno di mille abitanti, e la vita nella cittadina statunitense trascorreva in una tranquilla routine, fra la messa della domenica mattina, le giornate di lavoro e le lezioni alla locale scuola elementare.
La popolazione era per la maggior parte composta da individui di razza caucasica.

Jane Elliott conosceva Riceville come le sue tasche. Nata e cresciuta in quella cittadina, dopo il diploma Jane si era trasferita a Cedar Falls per conseguire l’abilitazione come maestra elementare; dopo alcuni anni, aveva deciso di fare ritorno nella sua piccola città per insegnare alla scuola di Riceville. A trentacinque anni, Jane Elliott era sposata, aveva quattro figli ed era maestra in una classe di terza elementare formata esclusivamente da bambini di razza caucasica.

La sera del 4 aprile 1968, Jane decise di accendere la televisione per avere un po’ di compagnia mentre stava stirando, e si trovò di fronte a un segmento del telegiornale che dava la notizia dell’omicidio di Martin Luther King.

Martin Luther King Jr. aveva ricevuto il premio Nobel per la pace quattro anni prima, nel 1964, ed era uno dei leader del movimento per i diritti civili. Ispirato dalla sua fede cristiana, dagli insegnamenti di Gesù Cristo e dall’attivismo non violento del Mahatma Gandhi, Martin Luther King aveva condotto numerose proteste non violente e campagne di disobbedienza civile.

Martin Luther King era stato assassinato proprio quel giovedì 4 aprile 1968, ucciso da un colpo di pistola alla testa. La sua morte gettò nello sconforto la popolazione afroamericana, sfociando anche in disordini cittadini. Jane Elliott assistette sconvolta al notiziario, e iniziò a pensare al discorso da tenere ai suoi alunni il giorno successivo.

Quando la mattina del 5 aprile Jane Elliott ebbe una rapida conversazione sull’omicidio di Martin Luther King con alcuni colleghi nell’aula insegnanti della scuola elementare di Riceville, rimase perplessa dal fatto che nessuno di loro avesse pianificato di dire o fare qualcosa per discutere con i propri alunni della questione.

Una volta arrivata in classe, composta da ventotto alunni, Jane Elliott scoprì che tutti i bambini non avevano compreso perché Martin Luther King fosse stato ucciso, né che cosa questo comportasse; tutti loro avevano una vaghissima idea di cosa fosse la segregazione razziale e di ciò che comportasse venire discriminati.

A quel punto, Jane Elliott domandò ai suoi alunni se, per comprendere meglio come si dovesse sentire un bambino afroamericano, volessero provare a vivere per un giorno come vivevano tutti i bambini che subivano la segregazione razziale. Si levò un coro di sì entusiasti, e la maestra diede il via all’esperimento.

L’esperimento Blue eyes/Brown eyes

Jane Elliott preferì presentare l’esperimento ai suoi alunni come un esercizio, forse per adattarlo meglio al contesto scolastico o forse perché, nella sua ottica, quello era veramente un esercizio per far comprendere ai bambini la realtà della discriminazione.

La maestra andò alla lavagna e scrisse a caratteri cubitali la parola melanina, procedendo a spiegare come essa fosse il pigmento che determina il colore dei capelli, della pelle e degli occhi. Aggiunse tuttavia un’informazione deliberatamente falsa, sostenendo che la melanina influenzasse anche l’intelligenza delle persone:

Jane Elliott mentì dicendo che una maggior quantità di melanina nell’organismo andasse di pari passo con un’intelligenza più spiccata

La maestra proseguì spiegando che i bambini con più melanina avessero gli occhi più scuri e fossero più intelligenti degli altri. A quel punto, separò gli alunni con gli occhi azzurri dagli alunni che avevano gli occhi neri e castani: Jane iniziò a sminuire i bambini con gli occhi chiari, sostenendo che fossero di gran lunga meno intelligenti dei bambini con gli occhi scuri, che essi fossero solo in grado di perdere tempo, che non ricordassero nulla di ciò che veniva loro insegnato, e che non fossero in grado di giocare o lavorare senza rompere ciò che stavano utilizzando; al contrario, i bambini con gli occhi scuri erano più brillanti, più ordinati ed eseguivano meglio i compiti assegnati in classe.

Per aumentare il senso di separazione fra i due gruppi, Jane fabbricò delle bande di cartone verde e chiese a ogni bambino con gli occhi chiari di indossarne una al braccio, e dichiarò che da quel momento in poi tutti gli alunni con gli occhi chiari avrebbero dovuto usare dei bicchieri di plastica per bere l’acqua dal rubinetto in classe. Quando un bambino dagli occhi scuri insinuò che quest’ultima regola fosse in realtà una precauzione, poiché chi aveva gli occhi chiari avrebbe potuto infettare gli altri alunni con qualche malattia, Jane non lo smentì.

Dopodiché, la maestra iniziò con la lezione, portandola avanti come se fosse stata una comune mattinata scolastica, ma le fratture causate all’interno della classe dalla divisione sulla base del colore degli occhi cominciarono a emergere fin da subito, così come i cambiamenti nelle personalità dei bambini.

Jane notò che i suoi alunni con gli occhi scuri che fino a quella mattina stessa erano stati timidi e introversi iniziarono a comportarsi in maniera più esuberante, e anche quelli che avevano difficoltà di apprendimento riportarono prestazioni migliori negli esercizi in classe e acquisirono più fiducia in se stessi. Questo, tuttavia, incise in maniera negativa su altri aspetti del comportamento: i bambini con gli occhi scuri iniziarono a dimostrarsi prepotenti e beffardi nei confronti dei loro compagni con gli occhi chiari.

Quando un bambino sbagliò una banale operazione di matematica, alcuni compagni con gli occhi scuri dissero che era normale che avesse compiuto un tale errore, poiché aveva gli occhi chiari e dunque era poco intelligente.

I bambini con gli occhi chiari, dal canto loro, mostrarono un calo generale delle loro prestazioni scolastiche. Una bambina dagli occhi azzurri che era sempre stata molto brillante e capace in aritmetica iniziò a compiere errori di moltiplicazione e a dimenticarsi le tabelline; in generale, Jane Elliott notò che gli alunni con gli occhi chiari avevano subito un crollo della loro motivazione e dell’umore, spesso si affliggevano o piangevano di fronte a un semplice sbaglio e si erano auto-isolati in un atteggiamento remissivo e sottomesso nei confronti dei compagni con gli occhi scuri.

Nel corso dell’intervallo dopo la pausa pranzo, due bambine con gli occhi scuri che stavano passeggiando a braccetto si videro la strada sbarrata da una compagna di classe con gli occhi chiari, e una di loro le disse:

Dovresti scusarti con noi per esserti messa in mezzo, perché noi siamo migliori di te

La bambina dagli occhi chiari chinò il capo e si scusò.

Il lunedì seguente, Jane Elliott tornò in classe annunciando di essersi sbagliata: dichiarò infatti che una minor quantità di melanina in corpo fosse segno d’intelligenza più spiccata, e che dunque i bambini con gli occhi chiari erano in realtà più brillanti. La maestra ripeté l’esercizio, e notò le medesime reazioni del venerdì precedente nei gruppi che ora si trovavano alternatamente in una posizione dominante o svantaggiata.

Al termine della giornata, Jane annunciò di aver mentito riguardo all’influenza della melanina sull’intelligenza, e che quello era in realtà l’esercizio a cui la classe aveva chiesto di essere sottoposta.

Alcuni bambini scoppiarono a piangere di sollievo, altri si strinsero in degli abbracci sollevati

Jane si assicurò che nessuno di loro fosse rimasto troppo scosso dall’esperienza, dopodiché chiese loro di scrivere un breve testo su quell’esercizio.

Conseguenze

Jane Elliott non aveva pianificato di portare avanti il suo esperimento oltre lunedì 8 aprile, e si limitò a correggere i temi dei bambini e a farli leggere a sua madre Margaret, raccontandole dell’esperienza. Era semplicemente felice che i suoi alunni avessero potuto comprendere i sentimenti di chi veniva discriminato solo in base al colore della sua pelle.

Fu Margaret a pensare che l’esercizio della figlia meritasse più visibilità, così consegnò i temi dei bambini all’editore di un settimanale locale. L’esperimento e stralci degli elaborati dei bambini vennero pubblicati sul Riceville Recorder con il titolo “Come ci si sente a essere discriminati”.

Alcuni bambini avevano scritto dei sentimenti di superiorità che avevano provato nei confronti dei loro compagni ritenuti poco intelligenti, e di come si sentissero legittimati anche a far loro del male solo perché sapevano essere “inferiori” a loro. Altri alunni dichiararono che l’essere stati discriminati anche solo per un giorno avesse insinuato in loro un profondo senso di tristezza, tanto da aver pensato di non tornare più a scuola.

Jane Elliott disse: “Credo che questi bambini abbiano camminato nei mocassini di un bambino di colore per un giorno”.

Più la fama di Jane e del suo esperimento crescevano, più le critiche iniziarono a piovere sull’insegnante e sull’esperimento stesso. Jane ricevette molte lettere in cui accusavano il suo esercizio di essere crudele, e di aver traumatizzato per sempre dei bambini in nome del suo ego. Una di esse recitava:

I bambini neri crescono abituati a questo comportamento, ma non c’è modo che i bambini bianchi lo comprendano

Jane iniziò a essere isolata dai suoi colleghi a scuola, sentendo gli altri insegnanti bisbigliare alle sue spalle e vedendoli alzarsi e andarsene ogni volta che lei entrava in una stanza. La drogheria di suo marito vide entrare un sempre minor numero di clienti, e i suoi figli furono vittime di bullismo a scuola: uno di loro venne violentemente picchiato da un compagno, mentre le due figlie furono accusate di prostituirsi con uomini afroamericani.

Tuttavia, l’esperimento diede i suoi frutti. Volto a far comprendere quanto assurda fosse la discriminazione basata su un tratto meramente fisico o biologico, e come si sentisse chi subiva questa ingiustizia ogni giorno della sua vita, l’esercizio Blue eyes/Brown eyes fece capire ai bambini della classe – e a tutti coloro a cui Jane lo sottopose negli anni a venire – quali fossero gli effetti della segregazione razziale: profonda tristezza, senso d’isolamento e perdita di autostima; esso ebbe inoltre la capacità di suscitare empatia.

Il giorno del lunedì, infatti, Jane Elliott notò che i comportamenti discriminatori messi in atto dai bambini con gli occhi chiari ai danni dei bambini con gli occhi scuri, seppur presenti, erano più attenuati e meno incisivi rispetto al venerdì precedente: l’insegnante attribuì questo comportamento al fatto che gli alunni con gli occhi chiari, avendo subito sulla loro pelle la discriminazione, fossero meno propensi ad attuare gli stessi comportamenti discriminatori sui loro compagni di classe – avevano imparato, dunque, a camminare nei mocassini di qualcun altro prima di giudicarlo.

Andrea Vittoria Apostolo
Andrea Vittoria Apostolo

Nata e cresciuta in Piemonte, si laurea in Psicologia Clinica e Neuropsicologia a Milano. Attualmente vive e lavora a Manchester. Da sempre crede che ogni luogo meriti di essere scoperto e che ogni storia valga la pena di essere raccontata