Nüshu (o Nu Shu), significa letteralmente “scrittura delle donne” in cinese, ed è una forma di scrittura sviluppata dalle donne nella provincia contadina di Hunan, in Cina. Questo particolare sistema venne utilizzato nella contea di Jiangyong, ma probabilmente anche in quelle di Daoxian e Jianghua, nelle vicinanze.

Un villaggio nella Contea di Jiangyong

Fermo immagine da video di  Nuova Cina TV

Prima della sua riscoperta, negli anni ’80, la scrittura “Nü shu” ha corso il rischio di essere dimenticata per sempre, e di estinguersi insieme alle ultime donne che sapevano scriverla. Anche se le testimonianze più antiche risalgono agli inizi del 20° secolo, il “Nü shu” ha indubbiamente radici molto più remote. I caratteri venivano usati per scrivere su carta, ma erano anche ricamati su abiti, scarpe e tessuti per la casa, confezionati dalle donne stesse nelle lunghe giornate trascorse, in segregazione, nelle “stanze delle donne”. Molte testimonianze del Nü shu sono andate certamente perdute, perché lettere, manoscritti, ventagli e altri oggetti personali di una donna venivano bruciati sulla sua tomba, per consentirle di portarli con sé dopo la sua morte.

Anche se talvolta il Nü shu viene definito come una lingua, in realtà si tratta di un modo di scrivere il dialetto locale con caratteri differenti da quelli usati dagli uomini. I ricercatori cinesi hanno individuato in questa scrittura tra i 1000 e i 1500 caratteri, tra cui diverse varianti per la stessa pronuncia e funzione; i caratteri cinesi tradizionali sono di solito ideogrammi (che rappresentano idee o parole), mentre quelli del Nü shu sono per lo più fonogrammi sillabici (che rappresentano i suoni).

La zona in cui era utilizzata è quella in cui i popoli di Han e la gente di Yao vissero e mescolarono le loro culture, in un’area dal clima favorevole, dove l’agricoltura era l’attività prevalente. La cultura della zona era, come nella maggior parte della Cina, basata su un sistema patriarcale, dove vigeva la regola delle “tre obbedienze”: una donna doveva obbedire prima al padre, poi al marito e infine al figlio maggiore. La pratica della fasciatura dei piedi – alla quale scampavano solo le bambine di famiglie poverissime – che riduceva le estremità a dei moncherini, impediva alle donne di muoversi in libertà e veniva usata dagli uomini per contrattare i matrimoni migliori dal punto di vista economico.

Donna cinese del XIX secolo, con i tradizionali piedi fasciati, secondo la tradizione del “Loto d’Oro”

Fonte immagine: Library of Congress

Le adolescenti non ancora sposate rimanevano confinate nelle “stanze delle donne”, dove ricamavano, tessevano e preparavano il corredo nuziale; nella contea di Jiangyong erano definite le “ragazze del piano di sopra”.

Nel matrimonio tradizionale cinese era la donna a spostarsi: la sposa si trasferiva a casa della famiglia del marito, a volte in villaggi lontani da quello d’origine, secondo la tradizione “patrilocale” comune anche in Europa con radici antichissime, addirittura risalente all’epoca Paleolitica. La giovane passava sotto il controllo del consorte e della suocera, mentre il suo nome non veniva inserito nella genealogia familiare.

Nel 19° e 20° secolo, in quella contea nel sud-ovest della Cina, le donne potevano contare su questa scrittura speciale, che nessun uomo poteva leggere o scrivere: il “Nü shu” ha permesso loro di scrivere poesie e storie, e di comunicare con le “sorelle giurate”, ragazze non consanguinee legate da un rapporto di sorellanza speciale.

A metà del 20° secolo non era inconsueto che donne di classi economiche agiate scrivessero ballate, canzoni, poesie o storie. Era raro che l’attività di scrittura venisse esercitata da donne di basso rango sociale, come quelle che vivevano nel mondo contadino.

Quando il “Nü shu” fu scoperto per la prima volta al di fuori dei confini di Jiangyong, molti pensarono che si trattasse di un linguaggio usato per dissacrare una società di tipo patriarcale, o più in particolare gli uomini. In realtà non è così: molti scritti riguardano il matrimonio, il dolore per la separazione dalla famiglia di origine, lodi della futura sposa da leggere durante le complicate cerimonie nuziali. Gli uomini non conoscevano il “Nü shu” semplicemente perché non erano interessati ad esso, esattamente come non erano interessati al ricamo.

Fonte immagine: Nuova Cina TV

Le esatte origini del Nü shu sono ancora avvolte nel mistero: potrebbe derivare da forme di scritture di alcune minoranze locali, o addirittura da iscrizioni trovate sulle ossa di animali. Una leggenda locale narra che per la prima volta fu usato da una concubina imperiale, alla fine dell’undicesimo secolo, per raccontare il dolore della sua difficile vita. La spiegazione più diffusa vede il “Nü shu” come una forma di ribellione: storicamente, la scrittura era un privilegio riservato agli uomini, mentre alle donne veniva praticamente negato l’accesso all’alfabetizzazione. Anche se non esistono prove concrete a favore di nessuna di queste teorie, “l’emergere di questo tipo di fenomeno era coerente con una società molto segregata” , afferma Cathy Silber, professore allo Skidmore College di New York, che da molti anni studia questo particolare sistema di scrittura.

La pratica del “Nü shu” veniva trasmessa da madre in figlia, almeno fino alla metà del 20° secolo, ma quando le donne cominciarono ad avere maggiore accesso all’istruzione cadde rapidamente in disuso. Tra il 1966 e il ’76, durante gli anni della rivoluzione culturale cinese, il Nü shu venne considerato un pericoloso linguaggio criptato, analizzato da molti esperti accademici, che non riuscirono a decifrarlo.

Oggi, tutte le donne che conoscevano questa scrittura segreta sono morte, e la sua sopravvivenza è nelle mani di quei pochi studiosi che l’hanno appresa dalle anziane abitanti di Jiangyong.

Un bellissimo libro, da cui è stato tratto anche un film di cui trovate il trailer sotto, racconta la storia di due sorelle giurate e dell’uso del Nü shu: Fiore di Neve e il ventaglio segreto

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.