A capo della NKVD durante le “grandi purghe” promosse da Stalin, braccio destro e collaboratore tra i più sanguinari del dittatore, che però presto lo elimina fisicamente così come dalla storia: è Nikolaj Ivanovič Ežov, nato a San Pietroburgo il 1º maggio 1895.

Con poca voglia di studiare – completerà appena la scuola elementare – il giovane Nikolaj decide di servire presto il suo popolo e all’età di vent’anni, mentre infuriano i venti di protesta che sfoceranno nella rivoluzione, si arruola nell’esercito dello zar, nonostante la scarsissima altezza – era alto appena 1,51 m – e la salute non invidiabile.

Nikolaj Ivanovič Ežov – 1938 circa

Poco scolarizzato, ma scaltro e lungimirante, Ežov capisce che l’impero russo è prossimo alla capitolazione e nel 1917, dopo le prime schermaglie della rivoluzione di febbraio, si unisce ai bolscevichi guidati da Lenin. Lo zar Nicola II nel frattempo è caduto, costretto a scappare con tutta la sua famiglia: comincia la rivoluzione d’ottobre e la successiva guerra civile che porterà alla nascita dell’Unione Sovietica.

È un momento storico segnato da repentini cambiamenti e per Ežov, uno dei soldati che più si è distinto tra le fila dell’Armata Rossa, si aprono le porte della politica: già dal febbraio 1922 è segretario di vari comitati regionali del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Da quel momento la scalata di Ežov sarà lenta ma costante – istruttore e vicecapo del reparto di distribuzione e contabilità del partito comunista, delegato del Commissariato del popolo per l’agricoltura, reparto degli affari speciali, del personale e dell’industria – finché nel 1934, in concomitanza con l’uccisione dell’importante dirigente del Partito Sergej Mironovič Kirov, viene nominato membro del Comitato centrale del Partito comunista sovietico. È la svolta.

L’anno seguente è già segretario dello stesso Comitato Centrale e, sempre più apprezzato da Stalin, ormai dittatore inamovibile dell’URSS, nel 1936 diventa commissario del popolo per gli affari interni, capo della NKVD che si era trasformata in polizia politica.

Fedele all’ideologia sanguinaria di Stalin, Ežov guida le Grandi purghe, durante le quali perderanno la vita acclarati oppositori politici e presunti cospiratori, in una parola tutti coloro – e saranno centinaia di migliaia – che venivano identificati come “nemici del popolo”. I processi sono delle autentiche farse in cui gli imputati vengono costretti a confessare colpe mai commesse, a seguito di fortissime pressioni psicologiche se non di torture. I “colpevoli” subiranno la condanna a morte anche il giorno stesso della sentenza.

Negli anni in cui Nikolaj Ivanovič Ežov è capo della NKVD (1936-1938) le sentenze capitali sono state 681.692, un numero impressionante. Oltre un milione e trecentomila, invece, le persone arrestate e spedite nei gulag in Siberia – dove in quegli anni la popolazione triplicherà – ai lavori forzati, dove si registreranno 140.000 vittime a causa di malattie, malnutrizione e sevizie di ogni genere.

Nikolaj Ežov con Stalin – 1937

Il compito di Ežov non si limita agli arresti, ma è anche quello di creare delle false prove per incastrare i sospettati di tradimento (tra tutti i nomi di spicco ci sono Genrich Grigorevič Jagoda, predecessore di Ežov a capo della NKVD, e Grigorij Evseevič Zinovev, rivoluzionario e già Presidente del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista).

Per far capire quanto Ežov sia stato influente in questo periodo di “terrore” in salsa russa, basti pensare che l’epoca delle Grandi purghe è conosciuta in Russia anche come Ežovščina, vale a dire l’Era di Ežov.

In questo periodo il fedelissimo di Stalin sarà soprannominato Riccio di ferro o più frequentemente Nano sanguinario, a causa della sua bassa statura.

Il suo potere comincerà a diminuire, inesorabilmente, già dalla metà del 1938, quando gli viene affidata la carica, molto meno prestigiosa, di commissario del Popolo per il Trasporto dell’Acqua, nomina che coinciderà pochi mesi più tardi con la fine del suo mandato a capo della polizia segreta (sarà succeduto da Lavrentij Pavlovič Berija).

Da persona sveglia qual è, Ežov comprende che la sua ascesa si sta concludendo, ma con una frazione di ritardo. Ormai non più nelle grazie di Stalin, incline a eliminare i collaboratori più influenti, nel marzo del 1939 sarà sollevato da tutti gli incarichi del Partito comunista dell’URSS. Passa un solo mese e l’ormai ex fedelissimo di Stalin viene arrestato e processato per spionaggio, tradimento, omosessualità e sadismo. Gli piomba sul capo pure l’accusa gravissima di aver preso parte a un complotto volto a uccidere Stalin, per mettere le mani sul potere: anche Ežov ora è visto come un pericoloso “nemico del popolo”. Da eliminare alla svelta.

Prima pagina di un giornale sovietico dell’epoca con la notizia dell’avvicendamento tra Ežov e Jagoda alla direzione dell’NKVD

L’ex capo della NKVD sarà rinchiuso nel carcere (noto per essere un luogo di torture) di Suchanovka che, ironia del destino, lo stesso ufficiale aveva contribuito a costruire.

Nel corso del processo a porte chiuse a suo carico dirà:

“Durante le indagini preliminari ho detto che non ero una spia, non ero un terrorista, ma non mi hanno creduto e mi hanno picchiato duramente. Durante i venticinque anni di servizio, ho combattuto onestamente e ucciso i nemici. Posso essere fucilato per questi crimini, e ne parlerò più tardi, ma non ho commesso quelli che mi sono stati imputati dall’accusa e non sono colpevole. […] Se avessi voluto compiere un atto terroristico contro un qualsiasi membro del governo, non avrei reclutato nessuno, ma, usando la tecnologia, lo avrei potuto fare da un momento all’altro…”.

Ricevuta la – ovvia – sentenza di colpevolezza, l’immagine del Riccio di ferro si scioglierà come neve al sole: Ežov avrà un collasso nervoso e, vistosi rifiutare anche un’estrema richiesta di grazia, comincerà a piangere tra le braccia dei militari.

Trascinato a forza sul luogo della esecuzione (secondo altre fonti diametralmente opposte, invece, si sarebbe incamminato verso il patibolo sereno, canticchiando anche l’Internazionale), sarà fucilato il 4 febbraio 1940. Il suo corpo cremato sarà disperso in una fossa comune del cimitero Donskoj di Mosca.

La morte di Ežov sarà tenuta nascosta sino al 1948 e su di lui calerà una damnatio memoriae che porterà al ritiro delle onorificenze ottenute in carriera, a cambiare il nome della città che, come da tradizione sovietica, gli era stata intitolata (l’attuale Čerkessk, capitale della Repubblica di Karačaj-Circassia) e quello dello stadio che prendeva il suo nome (l’attuale Dynamo Lobanovskyj di Kiev): in una parola Ežov sarà cancellato dalla storia dell’Unione Sovietica. La sua immagine non è mai stata riabilitata.

Per approfondire la storia di Nikolaj Ivanovič Ežov, il Nano sanguinario, e delle Grandi purghe di Stalin consigliamo due libri: Arcipelago Gulag (Mondadori) del Premio Nobel per la letteratura Aleksandr Solženicyn e Vita e destino (Adelphi) di Vasilij Grossman.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".