Sul lungomare di Anzio, quasi a metà strada tra le Grotte di Nerone e il porto, si può ammirare un singolare monumento, risalente agli anni ’70 e raffigurante una bambina con le braccia alzate che sembra avere appena liberato i cinque gabbiani in volo che la circondano, realizzato in uno stile che ricorda altri monumenti, ad esempio quelli in memoria di Sadako Sasaki.

Sotto, il Google Street View del monumento:

È il monumento ad Angelita di Anzio o, volendo essere più precisi, un monumento a tutti i bambini vittime delle guerre, che prende spunto da una storia molto diffusa che però non si sa se sia vera oppure no.

La fama di questa storia è stata piuttosto circoscritta per una ventina di anni, poi una canzone di successo l’ha diffusa in tutto il mondo. Era il 1964 quando il gruppo musicale chiamato “Los Marcellos Ferial” scalò le vette delle classifiche dei 45 giri più venduti con il pezzo intitolato appunto “Angelita di Anzio”. “Los Marcellos Ferial” era in realtà un gruppo tutto italiano, costituito da tre musicisti originari di Piacenza, Marcello Minerbi, Carlo Timò e Tullio Romano, ma la casa discografica Durium aveva fatto cambiare loro il nome dall’originario “Trio Marcello Minerbi” per lanciarli come finto complesso messicano con un repertorio composto prevalentemente di cover latino-americane che, in quel periodo, ottenevano un enorme successo.

I tre, però, non avevano molta voglia di rimanere prigionieri a vita di questo cliché e, appena furono sicuri di aver raccolto intorno a sé, provarono a proporre qualche pezzo in Italiano. Il più famoso sarebbe stato il frivolo e divertente “Sei diventata nera”, hit gettonatissima nei juke-box durante l’estate dello stesso 1964.

“Angelita di Anzio” narra di una bambina (dagli “occhi pieni di favole” e “i capelli di grano”, che stringe in una mano “quattro conchiglie ripiene di sabbia”) incontrata sulla spiaggia da un gruppo di soldati appena sbarcati. Sebbene non sia mai detto espressamente, il tono della canzone fa capire che la bambina è morta.

Anzio, che dista circa 60 km di strada da Roma, è stata teatro di una delle più discusse operazioni militari della Seconda Guerra Mondiale, quella con il nome in codice di “Shingle”. Il 22 gennaio 1944, il VI Corpo d’Armata americano, comandato dal generale John Lucas, sbarcò sulle spiagge della cittadina laziale con l’intenzione di creare una testa di ponte (l’occupazione di un territorio di dimensioni limitate all’interno di un’area controllata dal nemico) alle spalle della “Linea Gustav”, ossia la linea fortificata lungo la quale, sfruttando la presenza dei fiumi Garigliano e Sangro, i tedeschi avevano bloccato l’avanzata degli Alleati nell’ottobre del 1943.

Quattro piloti del 99° Fighter Squadron il 29 gennaio 1944, subito dopo che ciascuno aveva abbattuto un aereo tedesco sopra Anzio. Da sinistra: il tenente Willie Ashley, Jr., il tenente W.V. Eagleson, il capitano C.B. Hall e il capitano L.R. Custis.

La presenza di questa testa di ponte doveva servire a distogliere le forze tedesche dalla difesa di Cassino, che già si prospettava molto difficile da conquistare. In realtà, sia Lucas sia il suo superiore Mark Clark, comandante della V Armata, erano piuttosto scettici sull’esito dell’operazione, che ricordava loro la disastrosa sortita analoga compiuta dagli Inglesi a Gallipoli in Turchia nel 1915, per cui lo sbarco e la successiva avanzata furono condotte con molta prudenza, dando tempo ai tedeschi per riorganizzarsi. Una continua successione di attacchi tedeschi e di contrattacchi americani non cambiò di molto la situazione, a parte provocare un terrificante macello di soldati, fino al maggio del 1944, quando la linea Gustav cedette agli attacchi e ai bombardamenti, aprendo agli Alleati la strada per la liberazione di Roma.

Tutto ciò che sappiamo di “Angelita” proviene, in modo quasi esclusivo, dalla corrispondenza attribuita a Christopher S. Hayes, un caporale di un reparto inglese aggregato al VI Corpo d’Armata americano, il II Battaglione, compagnia A, dei “Royal Scots Fusiliers”, che sbarcò verso le 2 di notte del 22 gennaio sulla spiaggia rimasta deserta dopo un bombardamento e si imbatté in una bambina di cinque o sei anni che indossava un abito nero sul quale era ricamato il nome “Angelina Rossi”.

Si possono leggere, su diverse pagine anche sul web, alcuni estratti dalla corrispondenza di Hayes, che arrivano fino agli anni ’60 e narrano che i soldati presero la bambina con loro, con l’intenzione di riportarla alla famiglia. Ma l’area era completamente devastata dalle bombe e dai combattimenti, e di civili non si vedeva neppure l’ombra. Dopo qualche ora, la portarono nelle retrovie e la affidarono a una delle infermiere americane che stavano soccorrendo i feriti che affluivano dalla prima linea. Qualche minuto dopo, però, cominciò un bombardamento da parte dei tedeschi che stavano preparandosi a contrattaccare.

A questo punto, la versione di Hayes si contraddice.

In una lettera scritta al sindaco di Anzio il 15 febbraio 1961, scrive che l’infermiera, la bambina e tre soldati inglesi si rifugiarono in una buca che fu centrata da un colpo di cannone, e non ci furono superstiti.

Anzio, primi del 1900, attuale Largo Angelita, dove oggi è posto il monumento:


In un’intervista rilasciata al settimanale inglese “Weekend” nel settembre del 1964, disse invece che la bambina era stata affidata a un’infermiera e che entrambe erano salite su un camion della Croce Rossa americana in una piazzetta vicino alla stazione di Carroceto. Questo camion sarebbe stato centrato da un colpo di cannone prima di poter partire, e tutti gli occupanti sarebbero morti.

Lo storico militare italoamericano Carlo D’Este, autore di un importante libro sullo sbarco di Anzio, intitolato “Fatal Decision”, sostiene che la storia di Angelita è un’invenzione di Hayes. Non solo c’è la contraddizione sulle circostanze in cui sarebbe morta la bambina, ma altri dettagli sono palesemente inesatti. Il II Battaglione dei “Royal Scots Fusiliers” non era sulla spiaggia di Anzio, quel giorno. Il capitano W. E. Pettigrew, che secondo Hayes ordinò ai soldati di portare la bambina nelle retrovie, quel giorno si trovava a Cassino, dove fu anche ferito così gravemente da dover essere rimpatriato. Troppe cose non tornano.

Solo una delle tante mitologie costruite a posteriori sulla base di fatti con pochi e confusi testimoni, dunque?

Potrebbe non essere così.

Nel 2015 l’associazione 00042 di Anzio, attivissima nella promozione di ogni sorta di iniziative riguardanti la cultura, l’arte e la Storia ad Anzio, ha curato la pubblicazione del libro di memorie di un cittadino di Anzio, il signor Ciro Spina, intitolato “Racconti di Portodanzio” (purtroppo questo volume ha avuto una scarsa diffusione fuori della città e sul web non è possibile reperire neanche un’immagine della sua copertina). In questo volume è riportata anche la testimonianza di un altro cittadino di Anzio, l’imprenditore Giorgio Buccolini, che propone una versione molto più credibile della storia di Angelita. Il sig. Buccolini ricorda che la sua bisnonna Leandra Castaldi, vedova Retrosi, il 29 gennaio 1944 era rifugiata nel campo profughi allestito nella città di Anzio, insieme alle figlie bambine Nicla e Paola. Mentre Paola era china a cucinare delle uova miracolosamente rimediate in campagna, una bomba tedesca cadde sul campo: le sue schegge ferirono diverse persone, tra cui Leandra e Nicla. Sul posto erano presenti anche dei soldati americani, che caricarono i feriti su due jeep che partirono verso l’ospedale allestito a Nettuno, distante circa 3 km.

Madre e figlia furono separate, finendo su due mezzi diversi. Leandra, ferita al braccio sinistro e al petto, arrivò regolarmente a Nettuno, dove fu medicata e restò alcuni giorni ricoverata prima di poter tornare al campo profughi. Dell’altro mezzo, però, non seppe più nulla.

Leandra non si rassegnò alla perdita della figlia e cominciò a girare tra i reparti militari chiedendo notizie. La prima risposta che ottenne fu che la jeep era stata colpita da un’altra bomba e tutti gli occupanti erano stati uccisi prima di arrivare a Nettuno. Successivamente, altri americani dissero a Leandra che le cose non erano andate così. Nicla era arrivata all’ospedale ma le sue ferite, soprattutto all’addome, erano così gravi che nonostante le cure era morta dopo qualche giorno. Non avendo documenti di identità, era stata chiamata “Angel” dal personale dell’ospedale. Sembra che gli americani chiamassero “Angel” tutti i bambini sconosciuti in cui si imbattevano.

Leandra continuò a cercare notizie di Nicla fino al 1948, arrivando fino a Napoli e poi alla Sicilia inseguendo racconti di bambine ferite o che avevano perso la memoria. Poi si rassegnò. La prima figlia di Paola, la sorella sopravvissuta, prese il nome di Nicla in ricordo della bambina scomparsa.

Nicla Retrosi risulta essere la sola bambina dispersa nella zona di Anzio nel periodo ai primi del 1944, nonché la più giovane vittima civile durante tutta la guerra tra la popolazione di Anzio.

Si ringrazia Alessandro Tinarelli e l’associazione 00042 per la collaborazione.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.