Narciso: il Mito che rivive sui Social Network

Chi di noi non conosce il mito di Narciso, protagonista di una delle storie più famose della mitologia greca, talmente noto da diventare una parola di uso comune: infatti, quando l’attenzione nei confronti di se stessi diventa esagerata e l’amore per la propria persona smisurato, ecco allora che si diventa un “Narciso” o un “narcisista”, esattamente come il protagonista dell’omonimo mito che perse la vita perché perdutamente innamorato di se stesso.

Ma in cosa risiede l’attualità di questo mito e quale il suo legame con i social network? In che modo la storia di Narciso rappresenta una metafora della nostra epoca e della nostra società fittamente popolata da tanti Narciso 2.0?

Ripercorriamo in breve il mito del quale esistono diverse versioni, la cui fonte più autorevole è Ovidio con le sue Metamorfosi.

Narciso era figlio di Cefiso e della ninfa Liriope. Quando nacque, i genitori interrogarono l’indovino Tiresia per conoscerne il destino e questi rispose che Narciso sarebbe vissuto fino a tarda età, se non avesse conosciuto se stesso. Il giovane, crescendo, divenne di una bellezza straordinaria, e sebbene di lui si innamorassero molte fanciulle e ragazzi, egli rifiutava chiunque, non lasciandosi amare da nessuno. A restare vittima della sua bellezza anche la ninfa Eco, la quale, a causa di un sortilegio della dea Giunone, non poteva servirsi della propria voce se non per pronunciare solo le ultime parole altrui. Eco provò a dichiararsi, ma dopo essere stata respinta bruscamente, cominciò a dimagrire per il dolore, e alla fine, di lei, restò solo la voce. A questo punto gli dei decisero di punire la crudeltà del giovane e mandarono Nemesi, Dea della vendetta, che infierì sul giovane compiendo la profezia dell’Oracolo. Un giorno Narciso, recandosi ad una sorgente per bere, s’innamorò all’istante della propria immagine riflessa nell’acqua che cercò invano, per giorni e giorni, di abbracciare e afferrare. In questo modo Narciso si consumerà lentamente sino a morire, vittima del proprio fascino e dell’amore per se stesso.

Nel posto in cui morì spuntò un fiore, al quale fu dato, per l’appunto, il suo nome: Narciso. Non a caso il nome greco “ναρκάω” (“intorpidisco”, “stordisco”) fa riferimento all’odore inebriante dello stesso, che obnubila, stordisce, provoca stupore, come quello provato da Narciso quando vide, per la prima volta, la sua immagine. Allo stesso modo, l’azione del narcisista manipolatore, sin da subito, è proprio quella di confondere con la fascinazione.

Il narcisismo individua, dunque, un carattere umano che affonda le sue radici nel passato, è un fenomeno antico che affonda le sue radici nell’antica Grecia dove gli uomini erano spinti dalla “cultura della vergogna” a una continua ricerca di approvazione da parte della società. Gli eroi, pertanto, si riconoscevano come tali, si sentivano realizzati e sapevano di “esistere” solo se venivano riconosciuti come tali dagli altri e dall’opinione collettiva, unico parametro di giudizio riconosciuto.

E questa continua ricerca di approvazione da parte degli altri continua ad essere presente anche nella nostra società dove il pubblico riconoscimento sembra passare sui social a furia di selfie e a colpi di like. Ecco dunque che i social si sono trasformati in una vetrina in cui le parole d’ordine sembrano essere “ostentazione”, “autocelebrazione”, “esibizionismo” e in cui gli utenti, alla continua ricerca di consensi, appagano il proprio ego in misura proporzionale al numero di cuoricini ricevuti o di follower raggiunti, creando contenuti spudoratamente egoriferiti, confezionati ad hoc attraverso la scelta del sottofondo musicale giusto, del filtro bellezza migliore, dell’inquadratura ottimale e dell’hashtag che garantisce maggiore visibilità.

Il selfie, vera ossessione della nostra epoca, è il simbolo dell’io narcisista e assolve allo scopo di apparire in quella dimensione social che sembra essere indenne alla polvere erosiva del tempo, tempo che appare fermarsi e fissarsi in quel mondo virtuale in cui siamo sempre tutti belli, affascinanti, performanti, seducenti, in cui le rughe non ci sono, la solitudine non esiste e la noia è cosa d’altro mondo, quello reale per l’appunto.

In tal modo il confronto con gli altri diventa un momento di autocelebrazione, narcisismo e individualismo. Senza considerare i risvolti di isolamento e chiusura in se stessi, per cui, paradossalmente, gli strumenti di socializzazione si trasformano in strumenti di solitudine.
Ecco, questi aspetti sembrano tradire la parola utilizzata per indicare queste piattaforme, la parola “social”, che è stata in qualche modo privata del suo significato originario. L’autocelebrazione e l’individualismo la fanno ormai da padrone e hanno preso il sopravvento sui nostri devices dove l’ombra di Narciso è sempre dietro l’angolo.

Certamente non possiamo negare che ognuno di noi – almeno in minima parte – sia un po’ innamorato di se stesso. Basta osservare i piccoli gesti di una persona, come specchiarsi al finestrino di una macchina per controllare se i capelli sono in ordine o ancora basti pensare alle decine di selfie scattati prima di trovare quello migliore da pubblicare sui social…

Ma quando la situazione degenera e l’attenzione nei confronti di se stessi diventa esagerata, il narcisismo diventa un vero e proprio disturbo della personalità.

Ed ecco allora che il mito di Narciso, con il suo tragico epilogo, continua ad essere quanto mai attuale e dovrebbe fungere, oggi più che mai, da monito contro quell’eccesso di amor proprio e di egotismo dilaganti ed imperanti nell’era dei Social e dei selfie.

Narciso è metafora della nostra epoca e rappresentazione ante litteram della nostra società, una società esibizionistica, popolata da tanti Narciso 2.0: come Narciso si specchiava nell’acqua, l’uomo contemporaneo si specchia nello schermo del suo smartphone e di tutti gli altri device, completamente perso nel suo stesso riflesso social, vera e propria proiezione estetica di sé dietro cui si cela la totale mancanza del sè.


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