Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, si dice. Una frase celebre, d’effetto, attribuita da taluni alla scrittrice Virginia Woolf e spesso utilizzata nei nostri tempi quando la consorte o compagna di un leader mondiale accompagna costantemente lo stesso, influenzandone, magari, anche le decisioni. Un tempo, neppure troppo lontano e specie distante dal cosiddetto Primo Mondo, vale a dire l’Occidente civilizzato, la figura femminile rappresentava invece un contorno della vita dell’uomo, un ornamento, un aspetto periferico da non mettere in mostra, ma da riporre nei cassetti più reconditi della propria sfera privata.

Per fare un esempio, tutti sappiamo il nome della moglie di Barack Obama o di Donald Trump (mogli, in quest’ultimo caso), pochi di noi conoscono invece quello delle molteplici consorti di Mao Tse-tung, di Lenin o di Stalin.

E proprio della seconda e ultima moglie dell’Uomo d’acciaio parliamo oggi: una donna forte, dalla vita tragica e dimenticata.

“Lei gli camminò a fianco, come una piccola barchetta agganciata a un enorme transatlantico.”

Il suo nome è Nadežda Sergeevna Allilueva ed è nata a Baku, odierna capitale dell’Azerbaigian, il 2 gennaio 1901, ultima dei quattro figli di Olga Fedotenko (1877–1951) e Sergej Alliluev (1866-1945).

A quell’epoca Stalin, al secolo Iosif Vissarionovič Džugašvili, è un ragazzotto di ventidue anni che, dopo un’infanzia segnata dagli abusi domestici, una giovinezza trascorsa tra il seminario teologico e le strade di Tiflis e un primo arresto, lavora e vive in un osservatorio fisico e sta compiendo il grande salto nella politica rivoluzionaria che stravolgerà la Russia.

Sergej, il padre di Nadežda, è un fabbro delle officine ferroviarie della Transcaucasica che abbraccia le stesse idee rivoluzionarie del compagno Stalin e di migliaia di russi stanchi del potere dello zar. Nel 1908, quando il futuro segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica evade dal carcere – in quel primo decennio del Novecento fu arrestato e deportato in Siberia per ben tre volte –, il signor Alliluev gli dà protezione in casa a Pietroburgo, dove gli Alliluev si sono trasferiti da qualche tempo; qui, nella enorme città costruita da Pietro il Grande, Stalin incontra per la prima volta Nadežda, allora una bambina di soli sette anni.

Il soggiorno dagli Alliluev non durerà molto: Stalin è riacciuffato poco dopo e internato nel 1913 a Kurejka, in Siberia, lungo il fiume Enisej, dove resta per ben quattro anni fino al marzo 1917.

Frattanto, Nadežda Allilueva è diventata una giovane donna. Bella, intelligente, affabile, ma anche decisa e ostinata, ha studiato al ginnasio e si è avvicinata ai movimenti rivoluzionari che stanno coinvolgendo ormai tutto il popolo e che da lì a poco tempo, con il golpe dell’ottobre 1917, porteranno all’abdicazione dell’ultimo zar Nicola II e al crollo dello zarismo. In quegli anni Nadežda lavora come segretaria per i leader bolscevichi, incluso lo stesso Lenin.

Si ha dunque l’immagine di una donna indipendente, interessata alla politica e alla società che la circonda e che sta velocemente cambiando, che nel 1918 però compie una scelta che si rivelerà infausta.

La Allilueva incontra nuovamente Stalin, l’amico del padre che ora è diventato un importante membro del comitato esecutivo centrale e ha fronteggiato trionfalmente i “bianchi” nelle battaglie sul Volga. La rivoluzione russa è finita positivamente per Lenin e compagni e Stalin è ormai uno degli esponenti più rispettati e influenti del Partito Comunista. Stalin è vedovo da tempo – la moglie Ekaterina Svanidze è morta giovanissima, nel 1907, di tisi – ed è padre di un figlio, Jakov di soli sei anni più piccolo di Nadja, ma è l’uomo più potente del mondo – il mondo inteso dai russi –; rappresenta il buon partito, come si suole dire, che la ragazza non si lascia fuggire.

Arriva l’inverno del 1919 – un giorno non confermato tra febbraio e marzo – e Iosif Stalin convola a seconde nozze con Nadežda Allilueva, l’ultima figlia dell’amico Sergej. Lei ha diciotto anni, lui quaranta. Il matrimonio non è seguito da alcuna cerimonia dato che l’ideale bolscevico disapprovava il costume.

Stalin vorrebbe che la moglie diventi sua segretaria personale, ma Nadja, donna autonoma, non vuole restare reclusa nella casa di Usovo, al servizio del marito, ed esige la propria libertà. Stalin asseconda il suo volere e la giovane continua a occuparsi degli affari di Lenin.

Improvvisamente, due anni dopo, nel 1921, Nadežda Allilueva viene però espulsa dal Partito Comunista. La donna protesta, non capisce le ragioni di quella decisione, ma Stalin fa spallucce non sapendo cosa risponderle – gli storici sostengono invece che la scelta di allontanare la Allilueva dal Partito sia stata promossa proprio dalla Guida, desideroso di mettere un freno a quella moglie troppo intraprendente e di confinarla a casa. A dare una mano alla volontà “contenitiva” di Stalin è la nascita del primo figlio della coppia Vasilij Iosifovič (1921-1962) a cui il futuro tiranno dà manforte accogliendo in casa pure Jakov, il figlio avuto dal primo matrimonio, e Artëm Fëdorovič Sergeev, figlio appena nato di Fëdor Andreevič Sergeev, rivoluzionario e stretto amico di Stalin, morto in un incidente nel luglio di quello stesso 1921. Nel giro di pochi mesi, dunque, la giovane Nadežda, vent’anni, si trova ad accudire due neonati e un giovanotto poco più giovane di lei.

Sotto, Jacov Stalin, catturato e morto durante la seconda guerra mondiale:

La donna manderà giù il boccone e stringerà i denti, rimanendo nel suo nuovo appartamento al Cremlino a badare ai ragazzi. Sarà riaccolta nel Partito nel 1924. Quell’anno muore Lenin e Stalin diventa segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ma il ruolo di Nadja, nonostante il marito sia al vertice della nazione, sarà sempre più marginale. Così nel 1929, dopo aver partorito il secondo e ultimo figlio, una bambina, Svetlana Iosifova (1926-2011), Nadežda comincia a coltivare altri interessi e per rendersi più appetibile agli occhi del Partito – ignara che il primo a non volerla nelle sale del potere fosse il marito – si iscrive all’accademia industriale di Mosca diventando presto ingegnere.

Stalin, impegnato nelle sue variegate azioni di repressione di ogni libertà in ogni angolo dell’Unione Sovietica, baderà a mantenere sempre nelle retrovie la moglie, nascondendo a molti dei suoi collaboratori finanche la sua relazione. In pochi, infatti, sanno che Nadežda Allilueva – appunto Allilueva e non Džugašvila, come usanza russa, o addirittura Stalina – sia la regolare consorte del dittatore.

Dal canto suo, Tatka – il vezzeggiativo con la quale la chiama il marito nei rari momenti di tenerezza – inizia ad aprire gli occhi, a comprendere l’impossibilità di realizzazione degli obiettivi del suo Iosif, primo tra tutti la collettivizzazione dell’agricoltura che il consorte ha come chiodo fisso e ha cominciato a mettere in atto in quegli anni.

È forse da quel momento che tra Nadežda Allilueva e Iosif Stalin si rompe qualcosa. I litigi tra i due cominceranno a essere continui, come riportato anche da Polina Zhemchuzhina (o Polina Molotova), moglie del ministro degli Esteri Vjačeslav Molotov (quello del famoso patto Molotov-Ribbentrop tra URSS e Germania) e amica di Nadežda. La signora Stalin non sta più bene accanto a quell’uomo riservato, poco amorevole, ossessionato dal timore di essere tradito dai sottoposti e forse comincia a maturare l’intenzione di lasciarlo.

Se Stalin ha tutte le sue manie, anche la moglie può essere considerata una persona poco serena e instabile. La Allilueva, infatti, soffre di vari disagi riconducibili alla depressione e al disturbo borderline di personalità. Svetlana, la secondogenita della Allilueva, userà senza troppi patemi la parola schizofrenia per definire i disturbi della madre.

Secondo alcune fonti tutti i problemi di salute della donna sarebbero stati causati dai molteplici aborti cui è stata costretta a ricorrere, considerato che in Unione Sovietica vigeva il controllo delle nascite.

Arriva il 7 novembre 1932. Nadežda Allilueva è sulla Piazza Rossa insieme ai compagni, tutti pettinati e in livrea: è in corso il quindicesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre. Improvvisamente la donna è colpita da uno dei suoi insistenti mal di testa ed è costretta a far ritorno nelle sue stanze al Cremlino.

La sera successiva prende parte alla cena di gala organizzata da Stalin e dal commissario del popolo per gli affari militari e navali Kliment Vorošilov. Alla cena sono presenti i più importanti esponenti del Partito e l’alcol scorre a fiumi. D’un tratto Stalin e Nadja cominciano a litigare, davanti a tutti; pare che la Guida stesse flirtando, sotto gli occhi della moglie, con Galina Egorova, la giovane moglie di Aleksandr Egorov, un soldato che qualche anno dopo sarà ucciso durante le Grandi purghe staliniane.

Placati per il momento gli animi, a un certo punto della cena Stalin chiede un brindisi per la sua lotta contro i nemici del popolo. Tutti alzano i calici in aria tranne Nadežda, sua moglie. Lo sgarbo deve sembrargli intollerabile, proprio lì dinanzi tutti i suoi fedeli. Stalin non si controlla e lancia qualcosa addosso alla donna (un mozzicone, un pezzo di pane o una scorza d’arancia); lei lo fulmina con lo sguardo, si solleva dalla sedia e abbandona la cena. L’aria nella sala diventa gelida, e non solo per l’autunno inoltrato; poi l’amica Polina Zhemchuzhina si alza e raggiunge Nadja fuori dal Cremlino. Le due discutono, la Zhemchuzhina prova a giustificare Stalin dicendo che forse ha bevuto un po’ troppo. La Allilueva pare calmarsi, si congeda dall’amica e va a dormire.

Scende la notte a Mosca fin quando, alle prime luci dell’alba del 9 novembre 1932, il silenzio non è squarciato da un colpo d’arma da fuoco.

Nadežda Allilueva, la moglie di Stalin, si è uccisa a soli trentuno anni nella sua stanza da letto

Un colpo con la pistola che poco tempo prima aveva richiesto al fratello Pavel, sostenendo di non sentirsi molto sicura nella Capitale. A trovare per prima il corpo è la domestica personale della famiglia.

Stalin, che ha trascorso la notte fuori e con tutta probabilità anche in dolce compagnia, è scosso dalla morte della sua Tatka – come sostiene lo storico Robert Conquest, «fu l’unica occasione in cui gli videro gli occhi pieni di lacrime» –, ma decide di non divulgare la notizia che la coniuge si sia uccisa. Sceglie perciò di diffondere la versione di una morte per appendicite. In molti apprenderanno in quella tragica occasione che la Allilueva fosse coniugata al dittatore.

La tomba di Nadezhda Alliluyeva al cimitero di Novodevichy a Mosca. Fotografia di Сергей Семёнов condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Il funerale della donna sarà il successivo 12 novembre e in forma riservatissima. Stalin farà tumulare la moglie al cimitero di Novodevičij, dove riposano i più famosi scrittori, artisti, militari e politici russi, e su Nadja e la sua misteriosa scomparsa calerà il gelo – i figli della donna conosceranno dopo molti anni la vera versione della morte della madre.

Attorno alla seconda moglie di Stalin si sono formate, nel corso dei decenni, molte leggende, ostili, fantasiose, stucchevoli: una donna fragile di nervi, una martire, prima vittima di un uomo spregevole. Importante lettura per conoscere la vita di Nadežda Allilueva è Venti lettere a un amico (da cui è tratta la citazione all’inizio dell’articolo), libro scritto dalla figlia Svetlana Allilueva e pubblicato in Italia da Mondadori. Da leggere anche la biografia Stalin del già citato Robert Conquest, sempre edito Mondadori.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".