Moschetti &Sangue a Cavallo! Quando il Principe Vittorio Emanuele di Savoia uccise un uomo e la fece franca

La docuserie sul secondogenito dell’ultimo Re d’Italia che sta spopolando su Netflix e che è intitolata Il Principe, non ha niente a che fare coi santini e le sviolinate che siamo abituati a succhiarci nei soliti documentari sulle vite dei reali.

Trattasi infatti del racconto, neanche troppo velato, di una vicenda di cronaca pazzesca in cui Vittorio Emanuele di Savoia è niente popòdimenoche – appizzate bene gli orecchi! – un assassino impenitente. O per lo meno un presunto assassino impenitente. E la neo regista Beatrice Borromeo Casiraghi – forte, evidentemente, della storica protezione da parte degli alti prelati presenti nella lista dei suoi antenati – qui si accolla l’ardua responsabilità di mostrarci come l’aspirante tronista di una delle dinastie più longeve d’Europa, si sia reso responsabile di un fatto tanto grave e abbia creduto di poter fregare il mondo, mistificando prove e negando la verità a oltranza. Ma lasciate che ve la racconti più nel dettaglio questa storia, son certa che molti di voi ancora non la conoscono.

E’ uno sparo nel buio che cambierà la vita di tantissime persone quello partito nella notte tra il 17 e il 18 agosto del 1978 sull’isola di Cavallo a sud della Corsica, dove si trova in vacanza un gruppo di ragazzi. Tra questi ci sono il giovane medico e noto  playboy Nicky Pende e la modella diciassettenne Birgit Hamer. Quest’ultima, appena poche ore prima, aveva chiesto ai genitori di partecipare a una gita in barca che si sarebbe protratta sino al mattino successivo ma loro le avevano risposto che sarebbe potuta andare solo accompagnata dal fratello maggiore Dirk, che in fretta e furia e senza farselo ripetere due volte, aveva riempito uno zaino con l’orrente per la notte e si era fiondato sull’imbarcazione con tutta la comitiva.

Uno scorcio dell’isola di Cavallo [font Wikipedia]

Ma quella che doveva essere solo una spensierata gita estiva si era tramutata in tragedia quando, a un certo punto della serata, i ragazzi avevano commesso l’errore di prendere in prestito un gommone, e non uno qualunque; il proprietario era niente popo di meno che il Principe Vittorio Emanuele di Savoia che, non avendo digerito l’affronto, aveva deciso di vendicarsi organizzando un agguato notturno.

A questo punto vi starete chiedendo cosa c’entrino i Savoia con un’isoletta sperduta della Corsica e un gruppo di giovani figli di papà della Roma bene, e qui il refresh storico è d’obbligo: per chi non lo sapesse – tipo la sottoscritta prima di vedere la docuserie! – quando al Referendum Istituzionale del 2 giugno del 1946, agli italiani veniva chiesto se mantenere la Monarchia o introdurre la Repubblica e quest’ultima aveva vinto col 54,27% dei voti, Re Umberto II – il papà del Vittorio Emanuele protagonista di questa vicenda – aveva deciso di andare volontariamente in esilio in Portogallo per evitare una possibile guerra civile tra monarchici e repubblicani. Qui l’unione con Maria José, già minata da una serie di vicissitudini personali, si era incrinata definitivamente, tanto da spingere l’ex regina a lasciare il marito e la Penisola Iberica per trasferirsi a Merlinge, nei pressi di Ginevra, con il loro secondogenito.

Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio durante la cerimonia di nozze, 1930. [font Wikipedia]
Il principino ereditario era quindi cresciuto in Svizzera coccolato da madre e tate, senza preoccuparsi un granché, neanche quando ormai grandicello, di qualsivoglia questione. Per sua stessa ammissione:

«Quando terminai il liceo e divenni maggiorenne mio padre decise che noi figli dovessimo godere di un appannaggio mensile, che era di mille franchi svizzeri per ciascuna delle mie sorelle e di duemila per me. Vivevo ancora a Merlinge, ma grazie a quel denaro potevo permettermi di studiare all’università, fare un viaggio ogni tanto e…insomma potevo incominciare in qualche modo a gestirmi da solo »

Ma il parco giochi aveva smantellato i capanni quando, dopo un lungo e contrastatissimo fidanzamento durato circa sedici anni, nel 1971 il Principe aveva deciso di sposare un’umile ex campionessa di sci nautico, Marina Doria. Così:

«Un bel giorno, questo prezioso appannaggio mi fu tolto all’improvviso. Sono sicuro che non fu mio padre a prendere questa decisione, ma che gli fu suggerita dai soliti cortigiani malevoli… »

Quindi si era dovuto cercare un’occupazione per mantenere moglie e figlio, e aveva iniziato a fare la spola tra Ginevra e Teheran quando “finalmente” aveva trovato lavoro come rappresentante di elicotteri per lo Shah di Persia, una robuccia modesta insomma. In più, essendo ancora in esilio – l’anatema, caduto sulle loro teste trent’anni prima, impediva agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e a tutti i loro discendenti maschi l’ingresso e il soggiorno, anche temporaneo, in tutto il territorio nazionale a tempo indeterminato – capirete quanto fosse ancora più incazzato.

Re Vittorio Emanuele III e il suo nipote omonimo, 1938 [Font Wikipedia]
Quello sull’isola di Cavallo era il rifugio dove Vittorio Emanuele &family potevano rilassarsi, lontani dall’insostenibile tram tram di tutti i giorni e dall’umiliazione di essere considerati “non graditi” dal Paese che i loro stessi antenati avevano appassionatamente contribuito a riunire. Paese, sottolineiamolo, da cui erano esiliati per modo di dire, dal momento che pare si concedessero – pare eh! – anche qualche capatina clandestina via mare sulle coste della Sardegna e della Riviera Ligure.
Tuttavia molti dei protagonisti di questa storia concordano sul fatto che il Principe ce l’avesse a morte con gli italiani e che non mancasse di farlo sapere a familiari e conoscenti ogni qualvolta ne avesse l’opportunità, soprattutto dopo due/tre shottini di whisky.

Riavvolgiamo quindi il nastro e torniamo alle prime righe di questo racconto, quando vi parlo di una spensierata gita estiva che si tramuta in tragedia. In preda ai fumi dell’alcol e nero di rabbia per aver scoperto di esser stato depredato di un canotto di sua proprietà da un gruppo di giovani e aitanti italiani, il Savoia gli tende un agguato nella notte, quindi spara due colpi di carabina verso Nicky Pende che riesce a schivarli e a lanciarsi sul Principe per disarmarlo. Ma uno di questi finisce direttamente su una delle pareti dell’imbarcazione dei ragazzi, riuscendo a passare attraverso un vetro blindato e a colpire dritto all’arteria femorale il diciannovenne Dirk Hamer – il fratello della modella tedesca, ricordate? – che riposava beatamente su uno dei divanetti di bordo. Purtroppo le sue condizioni appaiono da subito disperate. Intanto che il carnefice si da alla macchia, il giovane viene trasportato in elicottero al più vicino ospedale di Ajaccio dove si appresta a ricevere le primissime cure e dove, per sicurezza, viene messo in coma farmacologico.

Poche settimane dopo viene trasferito all’ospedale della Charite di Marsiglia dove morirà a seguito della lunga agonia causata dai numerosi interventi per cercare di limitare i danni della rottura dell’arteria femorale.

Vittorio Emanuele di Savoia negli anni ’60
[font Wikipedia]
Il ragazzo è deceduto e i testimoni oculari sono troppi, così il Principe viene messo sotto custodia cautelare con l’accusa di omicidio colposo e condotto a processo in tempi brevissimi, nonostante continuino a giungere appelli accorati da parte dei suoi fedelissimi nel tentativo di minimizzare quanto accaduto sull’isola. In tribunale i suoi legali propongono una serie di prove d’innocenza al quanto discutibili: in primo luogo tentano di dimostrare che il proiettile estratto dalla gamba della vittima non corrisponda a quelli utilizzati dal Principe per la sua arma; poi fanno riferimento all’impossibilità di ricostruire chiaramente la dinamica dei fatti per via dello smantellamento repentino della scena del crimine (siamo negli anni Settanta e la cura nel repertamento degli indizi era ancora considerata un elemento marginale). Ma la controparte è altrettanto spietata e non solo in aula: amici e parenti di Hamer combattono ferocemente, avvalendosi dei giornali e della risonanza mediatica che la tragedia ha generato per via del suo protagonista, per tentare di smascherare il Principe furbone che, con il suo eloquio naif e i modi di fare di chi ha appena schivato con un passo un meteorite di centinaia di tonnellate, tenta di far leva su tutta la sua presunta ingenuità.

Dopo un lungo e tortuoso percorso legale fatto di perizie campate per aria e testimonianze manipolate, la tenace e determinata Birgit Hamer deve rassegnarsi al fatto che l’assassino di suo fratello non pagherà mai per i suoi errori: è il 1992 quando Vittorio Emanuele di Savoia viene definitivamente assolto dall’accusa di omicidio e si becca solo sei mesi di detenzione – mai veramente scontati – per possesso illegittimo di arma da fuoco. Ma restate con me che c’è il colpo di scena finale, perché quanto accaduto in quella calda estate del 1978 torna a conquistare le prime pagine dei settimanali di tutto il mondo nel giugno del 2006, quando l’erede al trono si lascia andare a dichiarazioni particolarmente imbarazzanti, e proprio dal carcere.

Ryke Hamer, papà di Dirk, che mostra una foto del figlio in tribunale
[Font Wikipedia]
Era successo che Vittorione, che stavolta proprio non era riuscito ad evitare il carcere poichè coinvolto in storie di riciclaggio e sfruttamento della prostituzione legate alla sua nuova attività post-esilio non proprio limpidissima – il rientro dei Savoia era stato votato dalla Camera dei Deputati e di seguito accordato nel 2003 – ignorando completamente il fatto che nella sala mensa del carcere di Potenza vi fossero telecamere e microfoni dappertutto, aveva candidamente raccontato al suo compagno di cella di aver combinato una bravata negli anni settanta e di averla passata liscia alla facciaccia nostra:

“Anche se avevo torto, devo dire che li ho fregati […] E’ davvero eccezionale: venti testimoni e si sono affacciate tante di quelle personalità importanti”.

E qui chiarisce definitivamente la dinamica dei fatti: 

“Ho sparato un colpo così e un colpo in giù […] e ha preso la sua gamba”.

É a questo punto che alle autorità italiane inizia a sorgere il leggero sospetto che alla polizia francese fosse sfuggito qualcosa, ma ormai è tardi poichè in Francia non si può essere processati per lo stesso reato per più di due volte; Birgit Hamer tenterà l’impossibile per ottenere e condividere il video allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica, tuttavia l’intercettazione verrà considerata un prodotto manipolato in post-produzione e quindi definita ininfluente ai fini della dimostrazione della verità.

Oggi Vittorio Emanuele di Savoia – un quasi novantenne dalle gote rosee e il sorriso sornione, le cui vicissitudini giudiziarie nel corso della sua lunga vita, pare non l’abbiano sfiorato nemmeno con un dito – continua a sostenere di aver pagato il suo debito con la giustizia, che in tutto fanno sette giorni di detenzione e un mese ai domiciliari per quello spiacevole incidente del 2006. E sui fatti di Cavallo nega ogni responsabilità, sostenendo a spada tratta la tesi, eventualmente, della manipolazione del famoso video del carcere.

Lui è innocente, lo è sempre stato e lo sarà sempre. Si è solo trattato dell’ennesimo complotto ad opera dei soliti cortigiani malevoli.


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