Alla galleria d’arte Tate Britain di Londra è esposto un dipinto ad olio eseguito durante il regno della regina Vittoria: esso raffigura un angolo di natura, in cui piante e arbusti verdeggianti si affacciano su uno scorcio d’acqua. Tuttavia, qualcosa di macabro, sebbene artisticamente mascherato, incrina l’idillio del luogo: si tratta del cadavere di una giovane donna che galleggia nell’acqua, circondato da fiori e dipinto con pennellate talmente vivaci da offuscare l’idea di morte che esso emana.

L’autore del quadro, il pittore preraffaellita John Everett Millais, nel 1852 decise di realizzare questo dipinto ispirandosi al personaggio da cui la tela stessa prende il suo titolo: Ofelia, uno dei personaggi secondari della tragedia Amleto di William Shakespeare.

La storia tragica di Ofelia, rappresentata nel dipinto di Millais come ormai priva di vita, ha ispirato numerosi altri quadri, e ancora oggi il personaggio è protagonista di canzoni, film e romanzi – sebbene non sia certo da dove il grande drammaturgo inglese abbia tratto ispirazione per delineare la sua storia.

Tuttavia, alcuni documenti storici che si ricollegano alla vita di Shakespeare possono permettere di ipotizzare le storie vere che portarono alla creazione di Ofelia e del suo triste destino.

La morte per annegamento in epoca Tudor

Shakespeare scrisse le sue celebri opere teatrali tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento, alla fine di un’epoca che in Inghilterra era conosciuta come periodo Tudor, iniziato con la fine della Guerra delle Due Rose e terminato con la morte della regina Elisabetta I.

Si tratta di un tempo e un luogo molto diversi da quelli che siamo abituati a conoscere, in cui l’assenza di elettricità, di tecnologia e di acqua corrente rendevano difficoltoso svolgere numerose delle attività quotidiane, fra cui anche le faccende di casa. Il contatto con l’acqua, in epoca Tudor, era pressoché inevitabile: più volte al giorno quasi tutte le persone avevano la necessità di avvicinarsi a un fiume o a un laghetto, per abbeverare gli animali impiegati nei lavori dei campi o per procurarsi l’acqua.

Ritratto di William Shakespeare:

Molte bambine, donne o ragazze si recavano almeno due o tre volte al fiume più vicino armate di secchio per portare l’acqua in casa, quasi tutti i contadini in estate facevano il bagno nel lago e le massaie trascorrevano giornate intere inginocchiate su piattaforme di legno a lavare abiti e lenzuola.

Poche delle persone sia nobili sia del popolo erano in grado di nuotare

Gli incidenti erano all’ordine del giorno, e le morti per annegamento in epoca Tudor erano il 40% dei decessi che avvenivano ogni anno. Molti annegamenti erano dovuti alla forza della corrente: chi si faceva il bagno in un fiume talvolta si spingeva dove la forza dell’acqua diventava inarrestabile e non era in grado di risalire a nuoto e di aggrapparsi a un ramo o a una roccia.

In altri casi, il fango e le pietre scivolose della riva facevano sì che, quando il malcapitato metteva un piede in fallo, scivolasse lungo la sponda e finisse in acqua. Questo accadeva spesso alle bambine o alle ragazze che venivano mandate a prendere l’acqua per la cucina o per il bagno, o alle lavandaie che inciampavano sulle piattaforme di legno bagnate o coperte di brina o ghiaccio.

Infine, non mancavano i suicidi: fra chi sceglieva di togliersi la vita, alcuni si gettavano in un fiume o in un lago. I vestiti dell’epoca, con le loro camicie, giacche e sottane di stoffa pesante, s’impregnavano rapidamente d’acqua, trascinando verso il fondo le persone che, se anche erano in grado di nuotare e avevano cambiato idea in extremis, non riuscivano più a risalire in superficie.

Fu questo il caso che circonda la leggenda del pozzo di Margaret, una piccola ma profonda pozza d’acqua che un tempo era stata parte della proprietà dei Clopton, una famiglia del Warwickshire che possedeva un mulino. La figlia del mugnaio, Margaret Clopton, nel 1580 venne abbandonata dall’uomo che amava e, per la disperazione, si era gettata nella fossa che ora prende il suo nome: l’acqua aveva impregnato la stoffa dei suoi vestiti e l’aveva trascinata verso il fondo.

Il suo corpo venne rinvenuto il giorno seguente, quando i familiari, accortisi che la ruota del mulino era ferma, andarono a controllare e trovarono il cadavere di Margaret incastrato fra le pale.

Shakespeare era sicuramente a conoscenza di quanto la morte per annegamento fosse frequente negli anni in cui visse e scrisse le sue opere, e sicuramente lesse o ascoltò notizie che riportavano di questa o quella persona trovata affogata.

E Shakespeare stesso si trovò vicino a delle vicende che, molto probabilmente, lo ispirarono sia nella stesura dell’Amleto sia nella costruzione del personaggio di Ofelia.

Il suicidio di Ofelia

Ophelia (1889) di John William Waterhouse

Nella tragedia Amleto, principe di Danimarca, Ofelia è la fragile figlia del consigliere reale Polonio e vive la tesa atmosfera di un lutto non onorato alla corte di Elsinore: questo l’ha allontanata dal principe Amleto, con cui aveva una relazione non approvata dai familiari. La rottura diventa insanabile quando Amleto la rifiuta bruscamente e uccide per errore il padre della ragazza.

Questo conduce rapidamente Ofelia nella spirale della follia; senza che nessuno si prenda più cura di lei, la ragazza vaga per la reggia in preda ai vaneggiamenti, cantando canzoni d’amore e raccogliendo compulsivamente dei fiori che dona a chiunque incontri.

La tragica parabola di Ofelia si conclude con la sua morte:

La ragazza muore affogata

Nella tragedia di Shakespeare, la morte di Ofelia è narrata dalla regina Gertrude, la quale racconta come la ragazza, intenta a decorare con i suoi fiori un salice piangente, sia caduta in acqua e, trascinata verso il fondo dai suoi vestiti bagnati, sia annegata; tuttavia, nel corso del suo funerale, viene sollevato il dubbio che la sua morte sia stata fatta passare come un incidente per darle una sepoltura cristiana. È invece implicato che Ofelia si sia suicidata.

Il personaggio ha avuto molta fortuna, nel corso dei secoli, e molti studiosi si sono interrogati sulle origini di Ofelia e della sua tragica morte. Infine, gli archivi storici hanno svelato una potenziale verità.

Ofelia ritratta da John William Waterhouse, 1910:

William Shakespeare era nato a Stratford-upon-Avon, una cittadina nella contea di Warwickshire che, come dice il suo nome, era stata costruita sulle sponde del fiume Avon – fiume dove, negli anni, avevano trovato la morte diverse persone, soprattutto marinai e donne e ragazze. Quando il drammaturgo era bambino, la famiglia Shakespeare viveva in una casa non molto lontana dal fiume Avon e vicina alla dimora di alcuni parenti, gli Shaxspere, che a loro volta avevano una figlia poco più piccola di William: Jane.

William e Jane si conoscevano molto bene e avevano l’abitudine di giocare insieme; un giorno, tuttavia, Jane, che aveva due anni, sfuggì al controllo dei genitori e dei domestici, e si avventurò da sola fino alle sponde del fiume Avon per raccogliere dei fiori.

Mentre giocava, la bambina scivolò e cadde in acqua, annegando

Shakespeare venne naturalmente informato della notizia e, sebbene avrebbe scritto l’Amleto solo quarant’anni dopo, la perdita della sua compagna di giochi dovette segnarlo a tal punto da imprimergli nella memoria le circostanze di quel tragico evento.

Data la facilità con cui era facile annegare in epoca Tudor, la morte di Jane Shaxspeare non fu l’unica occasione in cui qualcuno che il drammaturgo conosceva perse la vita nell’acqua.

Quando Shakespeare aveva quindici anni, in una fredda giornata di dicembre, un’altra ragazza perse la vita nelle acque del fiume Avon ma, a differenza di Jane, non si trattò di un incidente. Katherine Hamlet viveva a Tiddington, un villaggio non molto distante da Stratford-upon-Avon, e il 17 dicembre 1579 uscì di casa per non tornarvi mai più. Il suo corpo senza vita venne ritrovato mentre galleggiava sulla superficie dell’acqua del fiume Avon.

Ophelia di John William Waterhouse:

In Inghilterra, la temperatura in inverno si abbassa notevolmente, e l’acqua di fiumi e laghi è spesso gelida; l’impatto con l’acqua doveva probabilmente aver fatto perdere i sensi a Katherine, la quale era affogata in pochi minuti. All’epoca, la sua morte era stata spiegata come un incidente: la ragazza era uscita di casa portando con sé un secchio per riempirlo con l’acqua del fiume, e il medico che esaminò il suo corpo suppose che Katherine fosse salita su una piattaforma in legno e si fosse chinata per prendere l’acqua – ma, forse perché la piattaforma era ghiacciata, era scivolata cadendo nel fiume, ed era stata trascinata verso il fondo dai pesanti abiti bagnati e dalle alghe che le si erano attorcigliate intorno alle caviglie.

Questa fu la versione ufficiale della sua morte, ma prima, durante e dopo il suo funerale si continuò a vociferare che la famiglia della ragazza avesse pagato le autorità affinché facessero figurare la scomparsa di Katherine come un incidente e potessero seppellire il suo corpo in un cimitero cristiano. Tuttavia, molti che conoscevano Katherine raccontarono che ella aveva da poco subito una delusione d’amore, e che per questo si fosse suicidata gettandosi volontariamente nel fiume Avon.

La morte di Jane e le voci sul possibile suicidio di Katherine probabilmente influenzarono Shakespeare che, scrivendo l’Amleto, decise di rendere Ofelia una ragazza resa folle per amore che aveva trovato la morte – forse per sua stessa volontà – in una tomba d’acqua, descrivendo il suo corpo senza vita come quello di una bella addormentata su una superficie di blu, circondata da fiori.

L’immagine e la storia di Ofelia, senza dubbio poetiche, ispirarono anche numerosi pittori che rappresentarono la sua morte su tela. Il più famoso dipinto è proprio quello di Millais, il quale nasconde una vicenda tragicamente simile a quella di Ofelia.

La donna che posò come Ofelia senza vita si chiamava Elizabeth Siddall, ed era una ragazza che aveva già lavorato come modella per molti pittori pre-raffaeliti quando Millais le chiese di posare per lui. A Elizabeth, ventiduenne, venne chiesto di recarsi nello studio del pittore e di immergersi, vestita solo di un abito leggero, in una vasca da bagno piena d’acqua, dove avrebbe dovuto restare per ore immobile per dar modo all’artista di ritrarla.

Millais, consapevole del freddo che regnava nel suo studio nei mesi invernali in cui portò a termine il dipinto, era solito collocare delle lampade accese sotto la vasca da bagno, in modo tale da riscaldare l’acqua e da non lasciare che Elizabeth patisse il freddo.

Un pomeriggio, le lampade sotto la vasca da bagno si spensero, ma in un primo istante né Elizabeth né Millais se ne accorsero; fu solo dopo diverso tempo che il pittore, assorto nel suo lavoro, si rese conto che la ragazza era stranamente immobile e silenziosa.

Sotto, Elizabeth nelle vesti di Regina Cordium ritratta da Dante Gabriel Rossetti:

Millais riuscì a tirare fuori Elizabeth dall’acqua e a riscaldarla prima che morisse d’ipotermia, ma la ragazza contrasse comunque una polmonite.

Millais, sentendosi colpevole, pagò tutte le cure mediche di Elizabeth, la quale tuttavia si riprese solo in parte:

La polmonite contribuì probabilmente allo svilupparsi della tubercolosi di cui la giovane soffrì tutta la vita

Elizabeth finì con il soccombere alle conseguenze di quel tragico incidente: il giorno del suo matrimonio, malata di tubercolosi in stato avanzato, dovette essere trasportata in chiesa, e le sue condizioni di salute la fecero precipitare in uno stato depressivo molto profondo, fino alla morte sopraggiunta prematuramente all’età di trentadue anni – destino molto simile all’apoteosi di una maledizione, il destino di Ofelia e di altre ragazze morte annegate.