Mohammed Deif : il fantasma dietro gli attacchi di Hamas a Israele

L’attacco di Hamas a Israele di Sabato 7 Ottobre segnerà senza dubbio una svolta nella questione palestinese e nella storia del Medio Oriente. Segnerà una svolta per le atroci e ingiustificabili violenze perpetrate dai guerriglieri di Hamas, vi risparmio l’elenco perché è straziante solo a pensarlo, sicuramente avete sentito già le notizie, ma la segnerà anche perché di fronte a uno strappo tanto netto sarà difficile se non impossibile per gli altri stati mediorientali non prendere una posizione, a favore o contro Israele. Riuscire a districarsi per la politica araba sarà difficilissimo, e oggi fare previsioni non ha alcun senso. Dietro gli attacchi di Hamas c’è stata una regia consapevole e preparata, una regia che ha un nome preciso: “Mohammed Deif”, il Fantasma di Gaza, l’uomo invisibile del terrorismo palestinese.

Di solito tratto biografie di personaggi storici per i quali esiste un certo numero di fonti, primarie o secondarie. Ad esempio di Enrico VIII o Bonifacio VIII ormai sappiamo tutto (o quasi) quello che si poteva scoprire sulla loro vita. Spiegare la vita di Mohammed Deif, nome d’arte di Mohammed Diab Ibrahim al Masri, è invece molto più difficile, quindi perdonate eventuali mancanze. Prima di cominciare: fatemi sapere nei commenti altri dettagli della vita di Deif che possono essermi scappati e se volete iscrivetevi a Vanilla, a voi non costa nulla ma ci sostenete in modo concreto nel nostro lavoro, che vi garantisco sta diventando giorno per giorno più impegnativo. Grazie mille.

Mohammed Deif nasce nel campo per rifugiati di Khan Yunis nel 1965. Questo si trova nella striscia di Gaza, che all’epoca non era governata dagli israeliani ma dall’Egitto. Negli anni ’60 la striscia di Gaza è un luogo d’inferno, come sarà nei successivi decenni. L’Egitto controlla l’area, i palestinesi vengono seguiti a vista dai militari, ma il peggio deve ancora venire. Nel 1967 Israele prende il controllo dell’area dopo la guerra dei sei giorni strappandola all’Egitto, prende il controllo anche della Cisgiordania ai danni della Giordania e lo mantiene fino al 1994. Per strada ci sono militari israeliani armati che controllano tutto. Quel che mangi, dove cammini, cosa fai e anche cosa pensi.

Mohammed Deif cresce in questa situazione, prigioniero di una realtà violentissima dove la vita e la morte spesso la si decide per strada, in base all’umore di un soldato. Il padre e lo zio sono tra i miliziani palestinesi che negli anni ’50 si infiltrano in Israele. Mohammed lavora col padre, fa anche l’autista, poi va a studiare all’Università islamica di Gaza dove sono fortissime le influenze dei “Fratelli Musulmani”, un’organizzazione fondamentalista che viene considerata terrorista da molte delle nazioni mediorientali.  Si laurea in scienze, si dice addirittura che faccia parte di un collettivo teatrale, ma di qui ad esser sicuri delle attività extracurriculari del suo corso ne passa. Verso la fine degli anni ’80 Mohammed ha circa 22/23 anni ed entra a far parte di Hamas, in particolare delle brigate Ezzedin al-Qassam, il braccio armato del partito.

Israele riesce ad arrestarlo nel 1989 e trascorre 16 mesi in prigione, senza processo, con l’accusa di essere parte di Hamas, ma alla fine non vengono trovate prove e lui viene rilasciato. Nel 1994, Deif viene coinvolto nel rapimento e nell’uccisione dei soldati israeliani Shahar Simani, Aryeh Frankenthal e Nachshon Wachsman. È stato personalmente responsabile, insieme a Yahya Ayyash, chiamato “l’ingegnere” per la sua capacità di creare bombe, degli attentati sugli autobus a Gerusalemme e Ashkelon, attacchi che hanno ucciso circa 50 israeliani. E poi arma in continuazione altri attentatori, ma viene arrestato dalle autorità palestinesi su richiesta di Israele, che lo tengono in carcere per 16 mesi ma lo rilasciano nel 2001, l’anno a cui corrisponde la fotografia che vediamo qui. Oggi non siamo sicuri quale aspetto abbia.

Deif diventa il comandante militare supremo delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam dopo che Israele assassina Salah Shehade nel luglio del 2002. E’ difficile dire di cosa sia responsabile o meno, ma per Israele è il mandante dell’uccisione di dozzine di civili in numerosi attentati suicidi a partire dal 1995, non sto a elencarli tutti che sono un’infinità.

Fra le pochissime frasi che gli vengono attribuite c’è questa: “Le Brigate Izz ad-Din al-Qassam sono meglio preparate a continuare sulla nostra via alla quale non c’è alternativa, e cioè la via della jihad e della lotta contro i nemici della nazione musulmana e dell’umanità. Diciamo ai nostri nemici: state andando sulla via dell’estinzione, e la Palestina rimarrà nostra, compresa Gerusalemme, le sue città e villaggi dal mare Mediterraneo al fiume Giordano, dal nord al sud. Non avete diritto nemmeno a un centimetro di essa”.

Mohammed però non è più com’era vent’anni fa. Il Mossad, i servizi segreti israeliani, ha tentato almeno cinque volte di ucciderlo, almeno di queste cinque si ha contezza chissà poi quante altre ce ne saran state, e il capo militare porta sul proprio corpo i segni di quei tentativi. Ora su diversi fonti si legge che è in sedia a rotelle, che ha perso un occhio, un braccio o una gamba, e in base a chi scrive la narrazione cambia. Il primo tentativo è del 2001, poi l’anno dopo, nel 2002, un elicottero Apache riesce a colpire il furgone che sta guidando e lo ferisce gravemente, portandolo probabilmente all’amputazione delle gambe.

Nel 2006 con un attacco aereo Israele riesce a colpire un edificio con alcuni leader di Hamas (secondo il Financial Times in quell’occasione perde un braccio e una gamba, secondo la BBC un occhio e alcuni arti). E poi ancora, nel 2014 le bombe israeliane fanno crollare un palazzo dove si pensa si trovi Deif. Lui non c’è, ma al suo posto ci sono la moglie e il figlio piccolo, che muoiono sotto le macerie.

Io non vi dirò come è mutilato perché la verità è che non lo sa nessuno se non i suoi collaboratori più stretti, ma è sicuramente molto provato fisicamente da bombe e attentati che gli hanno provocato menomazioni importanti, quali siano però non è dato saperlo con certezza. Ha perso moglie e figlio nei raid del 2014, ma la controffensiva di questi giorni dovrebbe avergli fatto perdere un altro figlio e altri parenti. Oggi Mohammed è un uomo che non ha nulla da perdere. Ma d’altronde se sei nato e cresciuto nella Striscia di Gaza non hai mai avuto qualcosa da perdere.

Nel gennaio 2011 muore sua madre. Tutti i leader di Hamas partecipano al funerale. Tutti tranne lui. Non si sa se sia presente o meno, alcuni dicono che fosse lì mentre altri dicono che avesse evitato di andare per evitare un altro potenziale attentato da parte di Israele, ma il fatto è che anche se ci fosse stato non lo avrebbe riconosciuto nessuno.

Sabato è andato in onda su tutte le televisioni e i media del mondo con un messaggio in cui si vede solo la sua sagoma, viene ripreso di fronte ma non si distinguono le fattezze. Ha voluto motivare l’attacco contro la popolazione israeliana e le postazioni militari. Ha citato l’embargo in vigore da più di 16 anni sulla Striscia di Gaza, ha parlato del moltiplicarsi delle colonie israeliane in Cisgiordania e le rivendicazioni sulla moschea di al Aqsa a Gerusalemme, uno dei principali luoghi di culto per l’islam dove sono frequenti gli scontri tra israeliani e palestinesi.

Tutto questo può essere la motivazione logica dietro le azioni disumane che ha appena compiuto Hamas. Ma c’è dell’altro. Perché se Mohammed Deif è riuscito ad armare centinaia di miliziani con armi sofisticate e addirittura dei parapendii a motore, dietro non ci può essere un’organizzazione esclusivamente partita da Gaza. I terroristi sono stati addestrati al di fuori della striscia, probabilmente a partire dal 2022, poi sono tornati e hanno compiuto quella strage disumana contro i civili israeliani.

Adesso siamo nel campo delle ipotesi e delle illazioni, quindi prendete le parole che vi dico con le pinze. Però sono un esercizio di fantapolitica che potrebbe non discostarsi molto dalla realtà. Dietro un attacco così ben organizzato potrebbe celarsi l’Iran, deciso a bloccare eventuali accordi fra paesi arabi e il mondo occidentale, Israele prima di tutti ma anche gli Stati Uniti. L’effetto ottenuto sarebbe quello di bloccare l’intesa fra Arabia Saudita e Israele per la realizzazione di un corridoio economico che colleghi l’India al mondo occidentale. Forse non ne avete mai sentito parlare, si chiama India-Middle East-Europe economic corridor, un corridoio di trasporti via nave e rotaia che parte via nave dall’India, attraversa in treno gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita e poi arriva in Israele ad Haifa, dove partono le merci via nave dirette al porto del Pireo, in Europa ma controllato da soggetti cinesi. E da questo percorso è escluso l’Iran e il suo International North–South Transport Corridor, che dall’India porta alla Russia, e che vuole ovviamente rimanere al centro dei traffici commerciali fra Asia ed Europa.

E ancora. L’Arabia Saudita con gli accordi di Abramo si è assicurata il supporto statunitense nella realizzazione di centrali nucleari, ma oggi, con le tremende ritorsioni di Israele nei confronti dei palestinesi, potrà ancora trattare con quel mondo occidentale? Se mantenesse i rapporti con Israele non rischierà di trovarsi isolata all’interno del mondo islamico, possibile deriva di una Jihad interna fra correnti di musulmani? Mi rendo conto che la complessità di questi argomenti sia elevata, ma questa situazione geopolitica è talmente intricata che è difficile spiegarla in modo più semplice.

Mohammed Deif è stato un regista di grande capacità, è soprannominato “il gatto” per le sue nove vite, ma anche il fantasma per la capacità di scomparire nel nulla senza che nessuno se ne accorga. Ha combattuto la sua battaglia più importante contro gli israeliani, è riuscito a condurre un’operazione sotto i baffi del Mossad senza che i servizi segreti più efficienti al mondo si accorgessero di nulla. Persegue con mezzi disumani un obiettivo condivisibile, la liberazione del popolo palestinese dall’occupazione armata israeliana, e forse è stato la pedina per utilità macro-economiche di larga scala in Medio Oriente.

E’ un uomo spietato pronto a tutto, un criminale, ma fa parte del suo popolo e del suo tempo, si sta confrontando in una battaglia disumana con Israele, una battaglia che sa benissimo di non poter vincere, ma che potrebbe esser funzionale a spostare equilibri internazionali a favore della causa palestinese. Una cosa è certa: chi pagherà per la lotta fra i vertici di Hamas e Israele saranno i civili, israeliani e palestinesi, entrambi vittime innocenti di un conflitto che sembra non avere fine.


Pubblicato

in

da