Era un giorno di freddo pungente quel 29 novembre del 1864, sul fiume Sand Creek, in Colorado. L’alba sorprese i nativi Cheyenne e Arapaho non solo con la luce nebbiosa del mattino, ma anche con il frastuono di cavalli lanciati al galoppo e urla di soldati in cerca di gloria. Gloria conquistata combattendo contro avversari valorosi, secondo il resoconto dei vincitori, ma che in realtà fu un massacro compiuto su persone inermi:

Erano pochissimi i guerrieri presenti al campo, perché la maggioranza era a caccia di bisonti

Le donne, i bambini e gli anziani si rifugiarono sotto il simbolo di pace che secondo i trattati avrebbe dovuto proteggerli, la bandiera americana, ma furono uccisi, scalpati e orribilmente mutilati. Il numero dei morti tra i nativi è incerto, compreso tra le 125 e le 175 vittime, mentre perirono 24 soldati dell’esercito statunitense. Alle tre del pomeriggio, tutti gli scampati al massacro si erano nascosti, in attesa del buio.

John Chivington, il colonnello che comandò il massacro sul Sand Creek

Incredibilmente, una ragazza di 23 anni chiamata Mo-chi, si alzò incolume dal terreno cosparso di cadaveri. Stordita e tremante, mentre il fumo e la polvere l’avvolgevano, riconobbe i corpi del marito e del padre. Poco prima un soldato le aveva ucciso la madre con un colpo in testa dentro al loro tepee, tentando poi di violentare Mo-chi, che gli aveva sparato col fucile del nonno, uccidendolo. Il dolore assunse la consistenza della rabbia, e dentro di sé, nel suo cuore affranto, giurò vendetta. Prese il fucile e si nascose fino all’arrivo dell’oscurità, quando si incamminò verso nord in cerca di salvezza, mentre il villaggio bruciava e i soldati ridevano e massacravano i sopravvissuti. Insieme ad altri scampati alla carneficina, Mo-chi camminò sulla neve per circa 70 chilometri, prima di raggiungere un campo dei Sioux.

Mo-chi nel 1875 circa

Il massacro del Sand Creek scatenò la rabbia dei nativi delle pianure: molte tribù si unirono per combattere contro i bianchi che non avevano rispettato i trattati di pace, e neppure la bandiera bianca sventolata da una bambina di appena sei anni.

Oltre alla vendetta, gli indiani cercavano anche cibo e coperte, per sopravvivere al lungo inverno. Il 7 gennaio 1865, 1.000 guerrieri (Cheyenne, Sioux e Arapaho) attaccarono Camp Ranking, seguiti da molte donne che governavano i cavalli di scorta. Tra loro c’era anche Mo-chi, che organizzò il carico di tutto ciò che riuscirono a prendere dai magazzini del forte abbandonato dai soldati, attirati fuori da un’avanguardia di guerrieri. Proprio durante quell’incursione, Mo-chi conobbe Medicine Water, l’uomo a cui rimase legata per il resto della vita, uniti dallo stesso spirito di resistenza.

Medicine Water – capo Cheyenne


Il 1865 fu un anno difficile per i coloni bianchi: i Cheyenne facevano continue incursioni nei ranch, che spesso venivano bruciati; sempre in quell’anno arrivarono a distruggere i cavi del telegrafo, isolando la città di Denver. Tra loro erano sempre presenti Mo-chi e Medicine Water, che non vollero mai aderire ai nuovi trattati di pace del 1867, combattendo sempre fianco a fianco.

George A. Custer nel 1865

Come in un tragico ripetersi della storia, all’alba di una gelida mattina di novembre del 1868, il giorno 27, il tenente colonnello George A. Custer (proprio quello che poi morì a Little Big Horn nel 1876) attaccò, con 700 uomini del 7° Cavalleria, un accampamento di nativi sul fiume Washita. Il capo del villaggio, Pentola Nera, era sopravvissuto al massacro del Sand Creek, ma questa volta non ce la fece:

lui e sua moglie furono uccisi, colpiti alle spalle mentre tentavano di fuggire

Il capo Cheyenne Pentola Nera

Mo-chi rivisse l’incubo del suo villaggio bruciato e disseminato di cadaveri, come nel gelido inverno di quattro anni prima. La donna e il marito, insieme alle figlie, riuscirono a fuggire, aiutati da un altro guerriero, che morì proprio per proteggerli.

Dopo quell’ennesimo massacro, Mo-chi decise di diventare una guerriera, allo stesso modo degli uomini della sua tribù:“Oggi prometto vendetta per l’omicidio della mia famiglia e della mia gente”, disse Mo-chi, secondo la storia orale dei Cheyenne. “Oggi dichiaro guerra a te, uomo bianco. Oggi divento un guerriero, e un guerriero sarò per sempre.”

Negli anni che seguirono, Mo-chi e il marito lottarono contro i cacciatori di bufali, che stavano massacrando senza scopo la principale risorsa dei nativi. L’unica ragione dell’uccisione degli animali era infatti proprio quella di lasciare senza risorse i nativi. E infatti nel 1875 la coppia, insieme ad altri membri della tribù, decise di arrendersi:

in caso contrario sapevano di essere destinati a morire di fame

Mo-chi e Medicine Water

Mo-chi, il marito, e altri 30 guerrieri furono condotti in catene, durante un viaggio di sei settimane, fino in Florida, dove furono imprigionati per tre anni, senza aver subito alcun processo. Mo-chi era l’unica donna, e fu l’unica nativa americana a essere considerata una prigioniera di guerra.

Mo-chi e Medicine Water nella prigione di Fort Marion, in Florida

Nel 1878 Mo-chi e il marito furono rilasciati, ma il ritorno alla loro terra fu amaro, nella riserva dove ormai il modo di vivere tradizionale dei Cheyenne era solo un ricordo da conservare e raccontare alle nuove generazioni, perché non se ne perdesse anche la memoria. Mo-chi morì nel 1881, a 41 anni, di tubercolosi, mentre il marito visse fino a 90 anni. Nella sua lunga vita, riuscì a trasmettere ai più giovani l’orgoglio di appartenere a una grade nazione, quella dei Cheyenne, sconfitta ma mai domata dall’uomo bianco.

Struggente la canzone di Fabrizio De Andrè dedicata al massacro sul “Fiume Sand Creek”:

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Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.