L’antica facciata color rosso porpora della basilica di Sant’Eustorgio in cui si dice che furono contenute le reliquie dei Re Magi, una moderna ruspa gialla, parcheggiata nell’omonima piazza durante i lavori per il suo rinnovamento e uno scheletro deposto in una fossa di nuda terra. E’ questa l’immagine  che l’emblematica mostra fotografica intitolata Milano Sepolta. Dieci anni di archeologia urbana a Milano – aperta al pubblico fino al 13 maggio – ha scelto come testimonial di se stessa per raccontare un viaggio fotografico lungo duemila anni. Un viaggio fatto di scatti inediti e allestito grazie al permesso della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Milano, non a caso nei sotterranei del Civico Museo archeologico, sulle orme dell’antica Mediolanum.

Al fine di offrire ai milanesi “un assaggio del proprio patrimonio archeologico servito nel polveroso e caotico piatto dei cantieri urbani di un decennio (2005-2015)”. Quelli che parlano di una Milano ancora troppo poco conosciuta. Un’altra Milano. Una Milano imperiale. Quella che per più di cento anni, tra il 286 e il 402 d.C., fu capitale dell’Impero romano. Una Mediolanum incastonata a due metri di profondità (e anche più) rispetto all’attuale superficie di calpestio, che giace silenziosa sotto le vesti della cosiddetta Terra nera.

Una “mamma” dark, atta a separare il mondo romano da quelli successivi

Gli archeologi curatori della rassegna sono Ilaria Frontori e Pietro Mecozzi entrambi classe ’83. Chi meglio di loro avrebbe potuto riprodurre questo viaggio figurativo a spasso tra i cantieri della Milano sepolta? Pietro Mecozzi ha 34 anni ma è da quando ne ha 20 che fa l’archeologo: “E se non fossi diventato archeologo probabilmente oggi sarei fotografo”. Le foto, infatti, pur immortalando contesti di proprietà dello Stato (perché gli scavi sono sotto la giurisdizione statale) sono sue e di altri colleghi: “Amo la fotografia e i miei sono più che altro scatti artistici che documentano una storia poco divulgata perché il mondo dell’archeologia è tutelato (per ovvie ragioni) da parecchia privacy; ma poiché parliamo di luoghi che sono patrimonio della collettività, è senz’altro utile siano resi noti. Nei tempi e nei modi giusti naturalmente” spiega Mecozzi, rammentando la volta in cui fece la sua prima scoperta. Si trattava di un anello d’oro: “Quando lo scoprii impazzii di gioia ma fu solo con il tempo che capii il vero significato del mestiere che svolgo: quando scavi non scopri solo oggetti, ma scopri contesti. Pezzi di muri, parti di tombe demoliti e ricostruiti uno sull’altro. Contesti che devi smontare e rimontare proprio come in un puzzle”.

A proposito di contesti, quello in cui Mecozzi si trova più a suo agio, è il cantiere: “Qui vedi proprio il contrasto tra modernità e archeologia. Ma la mia vera passione sono le sepolture”. Questo spiega perché gli scavi all’Ospedale Policlinico di Milano e quelli a Sant’Eustorgio rappresentino per lui le esperienze più significative.

Duemila anni fa questi spazi ospitavano due grandi necropoli

Per quanto riguarda Sant’Eustorgio: “Gran parte delle tombe le abbiamo trovate tra il 2007 e 2008 e guarda caso a cinquanta centimetri di profondità” ha puntellato l’esperto, alludendo a come il piano di calpestio della chiesa (realizzata nel IV secolo) sia rimasto invariato. Curioso, se si pensa che a Milano la maggior parte dei siti archeologi romani giace a un dislivello di due, tre, quattro metri di profondità, sotto a un mare magnum di detriti, di terra, di ghiaia, di stratificazioni naturali e artificiali. Questo dimostra come l’accrescimento stratigrafico corrisponda talvolta a cambianti storici molto grossi. Come quello subito dall’adiacente corso d’acqua, canalizzato in epoca romana, nel quale furono ritrovati una miriade di oggetti di valore: “Centinaia di monete ma pure secchielli di bronzo, lanterne, frammenti di epigrafi funerarie, statue che hanno riempito stanze intere della Soprintendenza”.

Se a tre metri di profondità sono stati rinvenuti infiniti reperti di rilevante valore, qualche metro più in là, nella piazza, sono state riportate alla luce numerose tombe pertinenti a un arco cronologico molto ampio, tra il I e il XVIII secolo. Tra di esse è stata rinvenuta anche una sepoltura infantile in anfora

Qui dentro, date le piccole dimensioni, erano seppelliti i bambini

Bisogna immaginare che a quell’epoca il collo delle anfore talvolta veniva lasciato fuoriuscire dalla terra. Un escamotage studiato ad hoc dai romani per riporre al loro interno numerose offerte: non solo fiori ma anche cibo, acqua, vino, latte, miele, olio, pappe a base di cereali e legumi, pani, pesce e pollame, il sangue delle vittime sacrificate o profumi. “Alle volte le boccette di profumo venivano rotte direttamente sulle ossa combuste del defunto per profumarle – continua l’archeologo – Ossa che erano raccolte in urne di vetro o ceramica, oppure in anfore insieme agli oggetti del corredo”. Ecco spiegato il perché di quella fornace romana del 350 d.C. riesumata appena fuori dalla necropoli di Sant’Eustorgio, nei pressi di Porta Ticinese.

Spesso, infatti, le aree artigianali si sviluppavano fuori città, in prossimità dei cimiteri. Tant’è vero che in età imperiale una delle professioni maggiormente remunerative era il ceramista, seguita a ruota da fabbri, carpentieri, falegnami, artigiani del rame, fabbricanti di carri, cucitori, calzolai e artigiani che lavoravano l’osso.

Tuttavia, se Porta Ticinese era l’anticamera della necropoli di Sant’Eustorgio, l’asse viario di Porta Romana era preludio alla più vasta area sepolcrale di Mediolanum: “Fu abbandonata probabilmente nel III secolo d.C.. A oggi le tombe scavate sono circa 350. I lavori si sono svolti tra il 1999 e il 2012 e sono ancora in corso d’opera”. A detta dell’archeologo si tratta di sepolture standardizzate appartenenti a fasce medi/basse della popolazione. La scoperta più curiosa risale al 2007, quando fu rinvenuta una lucerna fittile a forma di piede con calzare (I sec. d.C.) da una sepoltura a cremazione oggi esposta all’antiquarium Alda Levi di via de Amicis nella mostra: “Al passo coi tempi” commenta Mecozzi.

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Per i mediolanensi, infatti, deporre una lucerna come corredo, fonte di luce nell’oscurità dell’oltretomba, era cosa normale. Normale come adagiare una moneta sopra la stessa lucerna: “Il cosiddetto obolo di Caronte, serviva a pagare il traghettatore delle anime nell’aldilà. Ne abbiamo trovate parecchie”. Ad ogni modo, assicura Mecozzi, al Policlinico è consuetudine imbattersi anche in semi, in frutti carbonizzati ma pure in chiodi di calzari o sandali deposti con i defunti all’interno delle tombe.

Com’è possibile dopo duemila anni? “Resti di questa natura si sono conservati proprio perché carbonizzati, altrimenti si sarebbero decomposti in poco tempo nel terreno; quello che invece si conserva con più difficoltà al Policlinico sono le ossa, spesso molto deteriorate o completamente disciolte dall’acidità naturale del terreno” ha specificato lo studioso.

Diversa la situazione nell’altra grande necropoli romana di Milano, in via Necchi, in Cattolica (scavi 2000): “Personalmente non mi sono occupato di quel lavoro ma lì gli scheletri, anche i più antichi, appartenenti al III secolo d.C, si sono preservati benissimo all’interno di casse in muratura sigillate” ha concluso Mecozzi, animato da quell’ardore che lo contraddistingue, da quel desiderio irresistibile di esplorare il passato e da chi non si accontenta di diseppellire solo pietre. Perché come direbbe un “suo” antico collega “’L’Archeologia è una scienza che deve essere vissuta, deve essere ‘condita con l’umanità’. Un’archeologia morta, non è altro che polvere secca che soffia” (Sir Mortimer Wheeler).

Sara Cariglia
Sara Cariglia

Scrivo perché mi da gioia. In fondo il mondo è ricco di storie, di momenti, di episodi, di contingenze che aspettano solo di essere scoperte e raccontate. Mi piace raccontare tra le righe, mi piace flirtare con la scrittura, mi piace leggere la gente. Quando la sfoglio con gli occhi prima di abbozzarla a parole è come se avessi l’impressione di dipingere su tela le loro emozioni. Talvolta le parole rimpiccioliscono i fatti e una delle mie principali responsabilità e far si che questo non accada. Ad oggi le mie ali sono la scrittura. Dico ad oggi, perché non è da molto tempo che ho scoperto e sviluppato questa mia attitudine. Una volta svelata, vi posso assicurare, è stato il volo più bello della mia vita, me ne sono “letteralmente” innamorata. Ormai è ufficiale ed ufficioso, l’arte scrittoria unitamente alla mia grande vocazione per studio e cultura sono i miei tre unici amanti.