Fu erudita, diplomatica, fedelissima alla Chiesa; una donna potente e ardimentosa, protagonista del suo tempo sotto vari aspetti: tra questi il suo ruolo nella lotta per le investiture tra Sacro Romano Impero e papato e la scelta, nella seconda parte della sua esistenza, di unirsi in matrimonio con un ragazzo di ben 27 anni più giovane.

Matilde di Canossa nacque a Mantova nel 1046 da una importante famiglia di origine longobarda, fondatrice di alcuni monasteri lungo le trafficate vie del Po, tra cui l’abbazia di San Benedetto in Polirone. Il padre era il potente marchese di Toscana e signore di Parma, Modena, Ferrara e Mantova, Bonifacio di Canossa, detto il Tiranno, che aveva abbandonato la natia Canossa per stabilirsi nell’influente centro di Mantova; la madre, Beatrice di Lotaringia, era invece una principessa tedesca, cugina per via materna del futuro imperatore del Sacro Romano Impero Enrico IV.

Bonifacio III di Canossa, dal manoscritto “Vita Mathildis” di Donizone

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L’infanzia di Matilde di Canossa fu gioiosa e spensierata, tra il castello dei Canossa in Emilia e il grande palazzo e gli immensi spazi naturali di Mantova, ma tra il 1052 e il 1055 una serie di tragedie ne turbò improvvisamente l’esistenza: il padre Bonifacio di Canossa fu ucciso nel corso di una battuta di caccia in un agguato ordito da mano rimasta ignota; qualche anno dopo a morire furono i fratelli, Federico e Beatrice, così Matilde di Canossa, poco più che bambina, si ritrovò sola con la madre a gestire il potere familiare e lo sconfinato mangraviato dei Canossa.

Un condizione fuori dal normale per una donna dell’anno Mille, per la quale non era figurato nient’altro che un matrimonio adeguato al suo rango (oppure vantaggioso, dipende dai casi) con un uomo da accudire nell’ombra fino alla morte o una vita, altrettanto claustrale, in convento. Comunque sia una vita senza una vera identità.

Successivamente alla morte di Bonifacio il Tiranno, la famiglia di Canossa fu seguita direttamente dall’imperatore del Sacro Romano Impero, Enrico III il Nero, parente della principessa Beatrice, che istruì la piccola Matilde, donandole una cultura altrimenti inaccessibile per una ragazza del suo tempo. La Grancontessa studiò con il figlio dell’imperatore, suo cugino Enrico IV, erede al trono del potentissimo impero.

Matilde di Canossa


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Alla morte di Enrico III, le due Canossa ritornarono in Italia e nel 1054 Beatrice di Lotaringia, dopo varie titubanze, decise di risposarsi con Goffredo, detto il Barbuto, già duca dell’Alta Lorena e fratello di Federico Gozzelon di Lorena, divenuto nel 1057 papa col nome di Stefano IX – tra l’altro questi è stato ultimo papa di origini tedesche per quasi un millennio, fino alla salita al soglio di Pietro di Benedetto XVI nel 2005.

Il progetto di Beatrice non si fermò, però, al suo nuovo matrimonio: per rafforzare il potere e scongiurare una futura divisione dei vasti possedimenti, infatti, combinò assieme a Goffredo la prossima unione tra i rispettivi figli: la graziosa Matilde e Goffredo, detto il Gobbo per la vistosa curvatura del dorso che lo caratterizzava.

Seppur non entusiasta, conscia del dovere, Matilde di Canossa convolò a nozze col Gobbo nel 1069, poco prima della morte del patrigno, avvenuta il 30 dicembre di quell’anno. Tra il 1070 e il 1071 i due ebbero una prima bambina, chiamata Beatrice in onore della madre di Matilde, che purtroppo morì a pochi giorni dalla nascita. Per ricordare l’anima della neonata, la principessa Beatrice fondò il monastero di Frassinoro, accanto a una preesistente chiesa risalente al VII o VIII secolo, ma l’evento luttuoso mise in irreversibile cattiva luce la Grancontessa presso la corte dei Lorena. Difatti non era assolutamente ben vista una donna “incapace” di dare un figlio maschio a suo marito, figurarsi una che gli dava una femmina e pure morta.

Matilde di Canossa prese perciò la decisione di abbandonare il marito, e già nel 1072 ritornò dalla madre nel castello dei Canossa. La giovane donna non ritornò più col consorte, morto nel 1076 – stesso anno in cui scomparve anche la principessa Beatrice – a seguito di un agguato. Pare che il Gobbo fu trafitto alle spalle con una spada, da un soldato frisone, mentre si trovava accovacciato in una latrina.

Goffredo il Gobbo

Fotografia di Micaele Vosmero: Principes Hollandie et Zelandie, Domi Frisiae di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

In quegli anni le tensioni tra il papato e l’impero di Enrico IV – il cugino di Matilde, frattanto asceso al trono di Aquisgrana – si erano ampliate dando vita alla cosiddetta lotta per le investiture, il periodo segnato dal dibattito su chi fosse legittimato a nominare i chierici e lo stesso Capo della Chiesa.

Il confronto si trasformò presto in scontro, con l’evento eclatante di Enrico IV che intimò al papa Gregorio VII di dimettersi, e col pontefice che, rispondendo pan per focaccia, scomunicò immediatamente l’imperatore.

In questo delicato contesto ebbe un ruolo fondamentale Matilde di Canossa che, con i suoi possedimenti siti proprio tra la Roma papale e il Sacro Romano Impero, si pose come mediatrice tra i due regnanti. Più potente di tutti, però, si rivelò proprio la Grancontessa Matilde che, stimata dall’imperatore e fedelissima al papato, guidò il Santo Padre verso il ripristino della sua autorità.

L’incontro decisivo tra papa e imperatore ebbe luogo nel 1077, proprio tra le mura del castello dei Canossa. L’evento, passato alla storia come l’Umiliazione di Canossa, vide l’imperatore del Sacro Romano Impero attendere tre giorni all’addiaccio, sotto una tempesta di neve, inginocchiato fuori dal forte, in attesa di essere ricevuto dal papa. Una volta incontrato Gregorio VII, l’imperatore fu costretto a inchinarsi dinanzi il pontefice supplicandone il perdono, senza il quale Enrico IV sarebbe andato di sicuro incontro alla rivolta dei suoi sudditi.

Enrico IV in penitenza di fronte a Gregorio VII a Canossa, in presenza di Matilde, in un dipinto di Carlo Emanuelle

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A ricordo di quell’epocale momento rimane ancora oggi l’espressione “Andare a Canossa”, con la quale si intende un atto di sottomissione di una parte verso l’altra.

La Chiesa aveva vinto e ci era riuscita anche grazie a Matilde.

Gli anni seguenti videro la donna, oramai malvoluta da Enrico IV, allontanarsi sempre di più dal Sacro Romano Impero e venir privata di ogni titolo tedesco, mentre il papa, nonostante il momentaneo successo, fu costretto all’esilio a Salerno, presso la corte di Roberto il Guiscardo, dove morì nel 1085.

Il nuovo pontefice Urbano II si dimostrò vicino a Matilde, ma mai con la stessa devozione di Gregorio VII, e perciò la nobildonna, timorosa di un nuovo attacco da parte dell’imperatore (che puntualmente giunse), fu costretta a una mossa che contribuì a renderla celebre tra i posteri:

Un secondo matrimonio con Guelfo V

Figlio del duca di Baviera Guelfo IV d’Este, opposto a Enrico IV, Guelfo V era nato nel 1073 e quando sposò la Granduchessa, nel 1089, aveva soli 16 anni, ben 27 in meno rispetto a Matilde di Canossa che al tempo ne aveva già 43 anni: una differenza d’età abissale.

Guelfo V con Matilde di Canossa

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Fonti del tempo ci dicono che le nozze furono sontuose e le celebrazioni durarono addirittura per mesi. Come riportò lo storico Cosma Praghese nella “Storia dei Boemi”, però, tra Matilde e Guelfo non vi era alcuna affinità, oltre al comune ideale politico.

Ci racconta i fatti Cosma di Praga, autore del Chronicon Boemorum, che narra di come in seguito alle nozze, per due sere di fila, il duca avesse evitato di dormire nel letto con Matilde. Giunti al terzo giorno di matrimonio, Matilde si fece trovare nuda su una tavola, dicendo al timido Guelfo: “tutto è davanti a te e non v’è luogo dove si possa celare maleficio“. Il ragazzo, giovane e impaurito, forse addirittura vergine, si bloccò e rimase interdetto dall’atteggiamento della moglie. L’irruenta e offesa Matilde decise che ne aveva abbastanza: lo assalì gridandogli: “Vattene di qua, mostro, non inquinare il regno nostro, più vile sei di un verme, più vile di un’alga marcia, se domani ti mostrerai, d’una mala morte morirai…“.

Finì che il matrimonio fu annullato, con Guelfo V che si convinse a lasciare la sposa non appena venne a conoscenza che Matilde aveva ceduto gran parte dei suoi averi alla Chiesa, compresa l’abbazia di San Benedetto in Polirone fondata dal nonno Tedaldo di Canossa, forse intenzionata a concludere la propria straordinaria esistenza nel silenzio di un convento.

Conclusa comunque la sanguinosa guerra contro il Sacro Romano Impero, vinta dalle truppe di Matilde, composte di piccoli feudatari ai quali era stato promesso l’esenzione delle tasse, la donna ricevette indietro tutti i titoli e gli onori revocatole in precedenza da Enrico IV, e nel 1111 fu incoronata viceregina d’Italia da Enrico V di Franconia, succeduto al padre sul trono del Sacro Romano Impero.

Matilde di Canossa morì nel 1115 e fu sepolta in quella che fu la sua abbazia di San Benedetto in Polirone. Qui rimase per cinque secoli prima di essere traslata nel 1632 a Roma, nella basilica di San Pietro dove tuttora riposa, sotto un grande monumento funebre costruito da Gian Lorenzo Bernini e noto come “Onore e Gloria d’Italia”.

Sepolcro “Onore e Gloria d’Italia” in San Pietro in Vaticano, opera di Gian Lorenzo Bernini

Fotografia di F. Ilariucci e altro – opera proprio condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 2.5

Essenziale e alla base di tutti gli studi su Matilde di Canossa è il manoscritto biografico “Vita Mathildis” del monaco cristiano Donizone di Canossa. L’opera, composta tra il 1111 e il 1116, quindi coeva agli ultimi anni di vita della Grancontessa, è conservata nella Biblioteca Vaticana.

Altri saggi su Matilde di Canossa sono “La Grancontessa. Vita, avventure e misteri di Matilde di Canossa” (Mondadori) di Edgarda Ferri e “Matilde di Canossa, il papato, l’Impero” (Silvana Editoriale) di Renata Salvarani e Liana Castelfranchi. Consigliamo infine anche un romanzo: “Il romanzo di Matilda” (Meridiano Zero) di Elisa Guidelli.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".