Danzatrice, avventuriera, femme fatale: chi fu veramente Mata Hari, l’agente segreto donna più celebre della storia?

A un secolo dalla morte Margaretha Geertruida Zelle, questo il suo vero nome, resta ancor oggi un personaggio enigmatico, la cui fama ha attraversato indenne gli scintillanti anni della Belle Époque, che la videro indiscussa protagonista, e i tormentati anni del primo conflitto mondiale, testimoni della sua tragica fine.

La sua tumultuosa esistenza inizia il 7 agosto 1876 a Leeuwarden, nei Paesi Bassi, nell’elegante dimora di un’agiata famiglia di commercianti che subisce un tracollo finanziario e si disgrega quando è ancora bambina.

Sotto, una fotografia la ritrae ad Amsterdam nel 1915:

Margaretha trascorre l’adolescenza presso vari parenti e studia in diversi collegi prima di sposarsi, giovanissima, con il capitano Rudolph Mac Leod, di venti anni più anziano, conosciuto tramite un’inserzione matrimoniale. È diventata una donna eccezionalmente attraente, alta quasi un metro e ottanta, dall’incarnato olivastro e dai profondi occhi scuri, che le conferiscono un’aria vagamente esotica in un paese dagli abitanti tendenzialmente biondi con gli occhi chiari.

Dopo la nascita del primogenito, i Mac Leod lasciano il loro paese di origine e partono alla volta di Giava, in Indonesia, all’epoca colonia olandese, dove nascerà anche la loro seconda figlia. Attratta dalla cultura e dalle danze locali, Margaretha parteciperà con il marito alla vita mondana e si trasferirà a Sumatra per la promozione di Mac Leod a maggiore.

Il figlioletto con il padre:

La loro vita verrà improvvisamente sconvolta nel 1899 dalla morte del figlioletto, avvelenato da una domestica indigena. La terribile perdita aumenterà sempre più le incomprensioni all’interno della coppia, fino a condurla alla separazione una volta rientrata in Olanda, nel 1902. Mac Leod otterrà dal tribunale l’affidamento esclusivo della figlia, che da quel momento in poi romperà i rapporti con la madre.

Priva di mezzi e armata solo della sua conturbante bellezza, Margaretha decide allora di tentare la fortuna a Parigi. I primi tempi sono durissimi. Vive di stenti e per mantenersi si trasforma in modella per vari pittori e in amazzone per la scuola d’equitazione di un impresario di nome Molier. Forse giunge anche a prostituirsi. Una sera, in casa di Molier, si produce in una danza dal sapore orientale, ispirata a quelle cui aveva tante volte assistito durante il suo soggiorno in Indonesia: è la svolta della sua vita. Incoraggiata dall’apprezzamento degli astanti, comincia a esibirsi in dimore private fino ad attirare l’attenzione della stampa quando danza a casa di una celebre cantante in occasione di uno spettacolo di beneficenza.

Durante una serata nel 1905:

Ben presto sua fama si estende in tutta la capitale francese e, notata dall’industriale e collezionista di oggetti di arte orientale Émile Étienne Guimet, si esibisce nel museo da lui fondato. Sono gli anni dell’orientalismo e della fascinazione europea per le culture asiatiche, ed il pubblico parigino accorre in massa ad assistere all’evento.

È lo stesso collezionista a scegliere per la bajadera un nome d’arte, Mata Hari, (“occhio dell’alba”, o “sole” in malese), più consono a conferirle un tono esotico e misterioso. Pubblicizzata come la danza sacra di una sacerdotessa di Shiva, la sua performance maliziosa ed erotica, fatta di movenze feline e raffinate, un raro connubio di grazia e di semplicità che la vede disfarsi di un velo dopo l’altro con gesti provocanti e allusivi, manda in visibilio il pubblico. Consacrata nel 1905, dopo uno spettacolo all’Olympia, come “la donna che è lei stessa danza, artista sublime“, ottiene la notorietà internazionale giungendo persino a esibirsi al Teatro alla Scala di Milano.

 
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Nel 1910 con una corona di gioielli:

All’apice del successo il Times scriverà di lei: “Un’avvenenza che sconfina nell’incredibile, con una figura dal fascino strano e dalle movenze di una belva divina che si conduca in una foresta incantata”. Intelligente, colta, intraprendente, poliglotta, Mata Hari miete un trionfo dopo l’altro vivendo da protagonista la vita mondana di quegli anni, preceduta dalla sua fama di avventuriera e di cortigiana fatale. Condivide, in tal senso, lo stesso destino di altre due danzatrici leggendarie, Lola Montez e Carolina Otero, che dettano le mode del momento con le loro mise ricercate e che per la loro bellezza ed abilità diventano non solo oggetto di desiderio di uomini famosi o potenti, ma addirittura le favorite di sovrani e imperatori.

Il tramonto di quei giorni spensierati e lussuosi è però dietro l’angolo, e l’avvento della prima guerra mondiale irrompe con violenza sulla scena storica, segnando l’inesorabile fine della Belle Époque. Mata Hari all’inizio non si rende pienamente conto dei cambiamenti in atto, frastornata com’è dai successi, dalla popolarità e dalla vita sfarzosa e solo dopo alcune settimane lascia la Francia per rientrare nella neutrale Olanda, dove resterà per i primissimi tempi del conflitto. Nel 1916 compie 40 anni e, nonostante qualche occasionale serata, comprende che ormai la sua carriera artistica è irrimediabilmente giunta al termine. Tuttavia, fragile, ricattabile, affascinante, amante della bella vita, confidente di molti ufficiali poco inclini alla vita di caserma, Mata Hari non sa che ora cattura un nuovo tipo di interesse, l’interesse come potenziale agente segreto.

 

Come in ogni guerra che si rispetti, infatti, durante il primo conflitto mondiale entrano in gioco non solo gli eserciti, ma anche strumenti più sotterranei e non dichiarati, come lo spionaggio. Se gli inglesi sono impegnati in operazioni di intelligence in Medio Oriente, i russi si infiltrano invece a Costantinopoli e gli italiani violano i segreti di Vienna, mentre sabotatori austriaci fanno esplodere nei porti pugliesi le corazzate “Benedetto Brin” e “Leonardo da Vinci.

All’Aja Margaretha riceve la visita di una sua vecchia conoscenza, il console tedesco in Olanda, Alfred von Kremer, che le propone di diventare una spia al servizio della Germania: ottiene molto denaro, due boccette di inchiostro simpatico e un numero di matricola,

H21

Da quel momento Mata Hari diventa l’agente segreto H21.

Il suo primo incarico sarà quello di di fornire informazioni sull’aeroporto di Contrexeville, a Vittel, in Francia, dove visiterà il suo giovane amante, il capitano russo Vadim Masslov, ricoverato nell’ospedale di quella città. Quando nel 1916 raggiunge a Parigi, la danzatrice trova una città irriconoscibile, sconvolta dalla guerra. Il mondo sfavillante della ville lumiere è ormai un lontano ricordo. Margaretha alloggia al Grand Hotel e si accompagna a ufficiali di ogni nazionalità, ignorando di essere già sorvegliata dal controspionaggio inglese e francese.

Nel tentativo di entrare in possesso dell’autorizzazione a recarsi a Vittel in Lorena, autorizzazione difficile da ottenere perché la città era considerata troppo vicina al fronte, ella giunge a contattare di persona il capo del Deuxième Boureau, il servizio di controspionaggio francese, il capitano Georges Ladoux. Per controllare meglio la donna e le sue attività, o forse più banalmente per neutralizzarne l’operato, quest’ultimo le propone di diventare una spia per la Francia. Mata Hari riceverà un visto per visitare il suo amante e la cifra, favolosa per l’epoca, di un milione di franchi per ottenere informazioni dagli alti comandi tedeschi.

Mata Hari accetta senza esitazione

L’attività di spionaggio, spregiudicatamente condotta sui due fronti, finisce però ben presto con il bruciare Margaretha come spia e con il causarle l’arresto per alto tradimento. Inizialmente l’istruttoria procede a rilento e lei si proclama innocente, pur non negando di aver frequentato le alcove di molti ufficiali di nazionalità diverse.

Per costringerla a confessare le si mostrano allora i messaggi intercettati dalla postazione di antispionaggio sulla Tour Eiffel. Durante la prima guerra mondiale, infatti, il più celebre monumento parigino fu sede di una sofisticata stazione di intercettazione e di trasmissione dei servizi segreti francesi, da cui dipendeva un complesso sistema di altri centri meno potenti. I sistemi di trasmissione senza fili dell’epoca erano d’altronde ancora imperfetti e si servivano delle onde lunghe, per cui disporre di un così elevato punto di ascolto rappresentava, comprensibilmente, un notevole vantaggio sugli avversari.

In tal modo, i messaggi intercorsi tra Madrid e Berlino potevano essere captati e trasferiti su nastri a cilindri di cera, per essere successivamente decifrati. La stazione di antispionaggio della Tour Eiffel aveva intercettato alcuni messaggi riguardanti l’agente H21, messaggi curiosamente ricchi di dettagli e risalire all’identità della spia era stato inaspettatamente facile.

Un’immagine agli arresti:

Si comprenderà in seguito che tali messaggi in codice erano stati inviati dai tedeschi proprio per far incastrare l’avventuriera, punendola per il suo doppio gioco.

 
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Di fronte all’evidenza delle prove, il 12 maggio 1917 Mata Hari confessa di essere l’agente H21. La sentenza di condanna a morte diviene a questo punto inevitabile.

Il suo processo, d’altronde, si era contraddistinto per una campagna denigratoria senza precedenti ed aveva avuto come sfondo le diserzioni di massa dall’esercito francese ed il crollo delle illusioni di vincere velocemente il conflitto. Le privazioni patite dai civili e le innumerevoli perdite di vite umane al fronte avevano messo a dura prova la capacità di resistenza dei francesi. In un contesto così esplosivo, Mata Hari, straniera e mangiauomini, divenne il “nemico interno” da eliminare e rappresentò per lo stato maggiore la comoda occasione di dare in pasto all’opinione pubblica una colpevole che facesse dimenticare i tanti errori tattici commessi.

Il 15 Ottobre del 1917 Mata Hari, in elegante abito grigio perla, con corsetto di pizzo, tricorno e cappotto blu, venne fucilata da un plotone di esecuzione presso il castello di Vincennes. I testimoni riferirono che si comportò con coraggio, rifiutandosi di farsi bendare gli occhi. Degli undici colpi sparati contro di lei, otto andarono a vuoto, uno la colpì al ginocchio, uno al fianco, il terzo, fatale, al cuore. Nessuno reclamò la sua salma, che fu sepolta in una fossa comune. Moriva così, a 41 anni, la prima spia donna del Novecento, il cui nome era destinato a diventare sinonimo di fascino e mistero.

Restano non pochi interrogativi sul perché Margaretha si fosse prestata ad un così rischioso doppio gioco. Amore del pericolo? Sete di denaro per continuare a condurre la sua irrinunciabile vita lussuosa? Ingenua sopravvalutazione della sua capacità di dominio degli eventi?

Sotto, la fotografia presunta dell’esecuzione di Mata Hari, oppure la sua ricostruzione scenica. Un documentario degli anni ’60 di Piero Angela sostenne che la foto fosse falsa perché, con ogni probabilità, la donna si vestì di bianco:

Eccessiva fiducia nei suoi tanti amici potenti? Quale che fosse il movente, Mata Hari si illuse sicuramente di poter giocare a più tavoli, così come aveva fatto con i suoi amanti innumerevoli volte. Ed è forse anche per questo, per il suo essere così spregiudicata e fuori dagli schemi, che l’interesse per la sua vita avventurosa e romanzesca non si è mai affievolito e sono stati numerosissimi i libri a lei dedicati. Anche il cinema si è occupato più volte di lei ed il suo ruolo sul grande schermo è stato interpretato da attrici famosissime come Greta Garbo, Sylvia Kristel e Marlene Dietrich.

 
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Sotto il profilo della ricostruzione storica i documenti relativi al caso Mata Hari, secretati presso gli archivi militari di Vincennes per un secolo, sono ormai disponibili alla disamina degli studiosi. Rapporti sulla sua attività, trascrizioni delle udienze e prove chiave come i telegrammi intercettati, gettano nuova luce sugli eventi e forniscono una panoramica completa del processo e del reale ruolo della Zelle nello scacchiere spionistico internazionale, facendola apparire più una vittima che una navigata doppiogiochista. Non a caso il paese natale di Margaretha ha chiesto ufficialmente al governo francese la sua riabilitazione, nella convinzione che la donna fu condannata senza prove, in un processo sommario.

Sotto, il trailer di “Mata Hari” del 1931, con Greta Garbo nei panni dell’affascinante danzatrice/agente segreto, un film girato soltanto 14 anni dopo l’esecuzione che forse ricrea in modo più fedele di altri l’atmosfera dell’epoca:

Le immagini in bianco e nero sono di pubblico dominio, le fotografie ricolorate sono opera dell’artista Olga Shirnina.

Giovanna Potenza
Giovanna Potenza

Giovanna Potenza è una dottoressa di ricerca specializzata in Bioetica. Ha due lauree con lode, è autrice della monografia “Bioetica di inizio vita in Gran Bretagna” (Edizioni Accademiche Italiane, 2018) e ha vinto numerosi premi di narrativa. È uno spirito curioso del mondo che ama viaggiare e scrivere e che legge avidamente libri che riguardino il Rinascimento, l’Età Vittoriana, l’Arte e l’Antiquariato. Ha una casa ricca di oggetti antichi e di collezioni insolite, tra cui quella di fums up e di bambole d’epoca “Armand Marseille”.