Al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels non piace per niente quella canzone, Lili Marleen, così malinconica e per niente adatta a infondere spirito bellico ai soldati del Reich, che invece ne vanno pazzi. Il ministro arriva addirittura a proibirne la trasmissione per radio, ma deve tornare sui suoi passi, perché giungono proteste da tutti i militari, di ogni grado, dislocati nei fronti di guerra.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Il testo della canzone nasce come una poesia, La canzone di una giovane sentinella, composta da un giovane scrittore tedesco prima di partire per la Russia, all’inizio della prima guerra mondiale.

Racconta dello struggente ricordo dell’amata, Lili Marleen, incontrata ogni sera alla luce fioca di un lampione davanti alla caserma, da parte di un soldato che, partito per la guerra, teme di essere stato dimenticato, e si chiede

“E se dovesse accadermi qualcosa / Chi starà presso il lampione / Come una volta, Lili Marleen / Con te, Lili Marleen”.

Nel 1938 la poesia viene messa in musica e registrata con il titolo “La ragazza sotto il lampione”, ma un anno dopo è semplicemente Lili Marleen. Non ha un gran successo, il disco non lo compra praticamente nessuno, ma diventa improvvisamente popolare quando una radio militare tedesca, nel 1941, la trasmette per i soldati dell’Africa Korps, comandati da Erwin Rommel, che pure l’apprezza molto.

Cartolina tedesca di propaganda, realizzata in Francia – 1942

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Vola nell’etere anche grazie a Radio Belgrado, nella Jugoslavia occupata dai nazisti, ed è talmente tanto il disappunto dei sodati quando viene proibita, che poi (a divieto ritirato) sarà trasmessa tutte le sere, come canzone di chiusura delle trasmissioni.

Non l’apprezzano solo i tedeschi, ma anche militari e civili che captano il potente segnale della radio militare, tanto che Lili Marlene viene tradotta, e riadattata nel testo, in molte lingue (compreso l’italiano). Diventa insomma un testo trasversale, che oltrepassa frontiere e fronti di guerra.

La prima interprete di Lili Marleen è la cantante tedesca Lale Andersen, ma è la divina Marlene Dietrich, quando ormai la guerra è agli sgoccioli, che con la sua voce calda e sensuale la rende immortale: una triste melodia che è tutto meno che una canzone di guerra, addirittura forse un inno alla pace.

La cosa straordinaria è che la grande attrice, orgogliosamente tedesca (amava ripetere “Grazie a Dio, sono nata a Berlino), canta Lili Marleen per le truppe statunitensi, nel corso di tour organizzati per tenere alto il morale dei soldati, prima negli Stati Uniti (nel 1942/43), e poi in diversi fronti di guerra (Algeria, Francia, Italia, Regno Unito), tra il 1944 e il 1945.

Marlene Dietrich nel 1930

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La tedesca Marlene Dietrich, figlia di un ufficiale di polizia prussiano, artisticamente nata nei teatri e nei cabaret della libera e un po’ “scostumata” Berlino, fa una scelta, prima professionale e poi politica:

Sono gli Stati Uniti la sua nuova patria

La sconosciuta Marlene Dietrich, nata nel 1901, viene sorprendentemente scelta, nel 1929, per interpretare la parte principale nel film L’angelo azzurro, del regista austriaco (poi naturalizzato americano) Josef von Sternberg.

E’ il successo, l’immediata consacrazione a Diva, la nascita del mito di femme-fatale, libera e trasgressiva, plasmata da von Sternberg, che la dirigerà nei successivi sei lungometraggi.

Marlene Dietrich è L’angelo Azzurro

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E’ la prima attrice, nella storia del cinema, ad osare un bacio omosessuale, nel suo secondo film, Marocco, in una scena dove, nei panni di una cantante di cabaret vestita da uomo, bacia sulla bocca una donna del pubblico.

Marlene Dietrich in “Marocco”

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A lei piace indossare abiti maschili, e lo fa, scandalosamente, anche fuori dal set, in anni nei quali mettersi i pantaloni era considerato disdicevole per una donna, tanto che in molti locali alla moda non la fanno nemmeno entrare, quando lei arriva con i suoi famosi smoking. E non si tratta solo di abbigliamento. Dietrich è una donna libera, e non lo nasconde, nonostante non viva più nella tollerante Berlino anteguerra, ma nei puritani Stati Uniti.

Marlene Dietrich vestita da uomo nel 1933

Immagine di Bundesarchiv Bild via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Malgrado un matrimonio mai sciolto con Rudolf Sieber (i due, che hanno una figlia, non vivono assieme, ma sono in buoni rapporti; il marito si accompagna ad un’amica di Dietrich, che continuerà a frequentare entrambi e a sostenerli anche economicamente) colleziona decine e decine di amanti, sia uomini sia donne: tra loro attori e attrici notissimi di Hollywood, da Gary Cooper a Greta Garbo, da James Stewart a Jean Gabin, da Frank Sinatra a Yul Brinner, forse la cantante francese Edith Piaf e sicuramente l’ereditiera Marion “Joe” Carstairs.

Tanto è trasgressiva nella sua vita privata, quanto è precisa, puntuale, disciplinata e professionale sul lavoro.

L’angelo azzurro, girato in Germania, all’uscita in patria nel 1930, riscuote un successo enorme: è nata una star, tedesca, che però non è nemmeno presente alla “prima” berlinese. Lei è già in viaggio verso gli Stati Uniti, dove la Paramount, senza aspettare il riscontro del botteghino, la mette sotto contratto, accettando peraltro alcune clausole onerose, come la scelta del regista da parte dell’attrice.

Una scelta professionale, quella di trasferirsi negli Stati Uniti, che nel giro di poco diventa anche una precisa e drammatica scelta di campo:

Lei, così orgogliosa di essere tedesca, non vuole avere nulla a che fare con Hitler e il nazismo

Il Fürher invece la vorrebbe come amante, mentre il ministro della propaganda Goebbels le fa arrivare generose offerte, purché lei torni in Germania e diventi un simbolo del nazismo. Offerte che lei nemmeno si sogna di accettare, tanto che nel 1939 prende la cittadinanza statunitense e rinuncia a quella tedesca, ma non solo. Alla fine degli anni ’30 organizza aiuti (insieme ad altri austro-tedeschi fuoriusciti, che nel mondo del cinema sono tanti: Billy Wilder, Fritz Lang, il suo Pigmalione von Sternberg, Ernst Lubitsch e molti altri) anche economici, per far fuggire ebrei e dissidenti dalla Germania. Nel 1937 mette il suo intero cachet (450.000 dollari) per il film L’ultimo treno da Mosca, come garanzia a sostegno dei rifugiati.

Dietrich e Rita Hayworth servono cibo ai soldati alla Hollywood Canteen – 17 novembre 1942

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Quando, nel dicembre del ’41, gli Stati Uniti entrano in guerra, ci mette la faccia per vendere le obbligazioni di guerra e poi inizia a viaggiare per tutto il paese, a sostegno dell’iniziativa e per esibirsi davanti alla truppe. Nel 1944 e 1945 va nei fronti di guerra all’estero, e canta, oltre al suo repertorio, la malinconica Lili Marleen, tanto amata dai soldati di ogni esercito in campo. Ed è in Germania, insieme alle truppe del generale Patton, quando queste entrano in Germania. Perché? Perché correre un rischio simile, trovarsi così vicino al fronte nazista? Semplicemente “per decenza”, dice a chi glielo chiede.

Dietrich firma il gesso di un soldato in Belgio – 24 novembre 1944

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Quando la guerra finisce ha modo di rivedere la madre (rimasta sempre a Berlino), e la sorella con il marito e loro figlio, che hanno trascorso gli ultimi anni a Belsen. Dietrich prima garantisce per loro, poi quando scopre che sorella e cognato hanno gestito un cinema frequentato dai gerarchi del campo di concentramento di Bergen-Belsen chiude per sempre i rapporti loro, li cancella dalla sua vita, tanto che successivamente dirà di essere figlia unica.

Dietrich e soldati statunitensi in Francia durante il suo secondo tour – 1944

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Nella “sua” Germania torna solo negli anni ’60, per un tour in vari teatri, ma l’accoglienza non è buona: lei è una “traditrice” ad andar bene, oppure la “puttana americana”.

Dietrich con gli aviatori del 401° Bomb Group – 29 settembre 1944

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Dietrich, che vive i suoi ultimi anni a Parigi, chiede però di essere sepolta a Berlino, vicino alla madre, perché “quando sono vicino alla mamma, non mi può accadere nulla”.

Muore nella capitale francese nel 1992, e se il funerale parigino è seguito da migliaia di persone, compresi ambasciatori di molti paesi, quello nella sua città natale non vede la presenza di nessuna autorità pubblica.

La sua tomba sarà più volte vandalizzata da qualche nostalgico nazista

Lei, la donna con “le gambe più belle del mondo”, confinata in un letto ormai da molti anni e forse morta suicida, aveva cantato, in una sua canzone del 1957, “… ho ancora una valigia a Berlino…”, a rimarcare il legame profondo con la sua città, dove riposerà per sempre, nonostante il poco amore di certi suoi compatrioti che non le hanno mai perdonato la colpa di essere stata antinazista.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.