Disse William Shakespeare: “L’inferno non conosce furia simile a una donna respinta”. Lo scrittore inglese non conosceva, forse, la forza di volontà di una donna in cerca di vendetta. Nel caso di Mariya Vasilyevna – sposata Oktyabrskaya, in questo caso la sua rabbia fu giustificata dall’uccisione in battaglia dell’amato marito, Ilya Oktyabrskaya. La sua storia è una delle decine di milioni di russi uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale, ma è decisamente unica per le modalità in cui si articolò.

Mariya Vasilyevna nacque il 16 agosto del 1905 in Crimea, con altri nove fratelli. La sua famiglia era di contadini, e il loro ruolo sociale, nella Russia Zarista, era di “serf”, un modo gentile per descrivere una forma di schiavitù. In quanto tali, essi non potevano allontanarsi dal podere di terra senza il permesso del padrone. Qualcosa di simile accadeva anche in Italia, come viene efficacemente mostrato ad esempio nel film Novecento di Bertolucci.

Non sorprende quindi che queste milioni di persone accettarono la rivoluzione comunista del 1917 come una liberazione dal potere dei padroni. Maiya fu fra le persone che immediatamente beneficiarono dei vantaggi del nuovo governo: ottenne un’educazione, un lavoro retribuito dapprima in fabbrica e poi come operatrice telefonica.

Sotto, i soldati sovietici catturati durante il Sacco di Kiev. La maggior parte di loro sarà trucidato dai nazisti:

Nel 1925, incontrò l’amore della sua vita, Ilya Oktyabrskaya, ufficiale dell’esercito Sovietico. Durante il periodo del matrimonio iniziò ad interessarsi di questioni militari, e venne coinvolta nel “Consiglio delle mogli militari”, ed addestrata come infermiera nell’esercito. Mariya imparò anche a guidare veicoli ed usare le armi, e di quel periodo rimane famosa la lettera alla sorella: “Sposa un militare e servirai nell’esercito: “moglie di un ufficiale” non è solo titolo d’orgoglio, ma anche di responsabilità”.

Nonostante gli sforzi la coppia non riuscì ad avere figli, ma si amavano l’un l’altro, intensamente. Erano sospinti dalla convinzione di costruire un paese nuovo e migliore, colmo di libertà per chi, come Mariya, era nato in un regime di semi-schiavitù. Il 22 giugno del 1941 Hitler diede il via all’operazione Barbarossa e, grazie anche all’uso del Pervitin, il “siero del super-soldato” alias metanfetamina, inizialmente riuscì ad avere la meglio sull’esercito sovietico. Il tentativo d’invasione della Russia da parte della Germania impiegò 3,8 milioni di militari tedeschi, 3.350 carri armati, 2.770 aeroplani e 7.200 pezzi di artiglieria, di gran lunga la guerra d’invasione più grande della storia.

Sotto, truppe naziste in un villaggio in Jugoslavia:

Sotto, il carro tedesco Panzer IV D, che nei primi scontri con i carri medi sovietici si dimostrò notevolmente inferiore, sia come corazzatura che come forza di penetrazione del proiettile:

L’attacco fu una mossa repentina, e colse i russi impreparati. I sovietici stavano ancora schierandosi in forze quando arrivarono i nazisti e, nonostante alcuni carri armati russi fossero superiori per tecnica erano certamente inferiori in numero a quelli avversari. I soldati erano scarsamente dotati di munizioni, radio e un’efficiente sistema di forniture, mentre i nazisti erano più organizzati e pronti alla conquista. All’inizio fu un massacro, che portò a fine guerra a contare fra i russi il maggior numero di morti della guerra, 23 milioni di persone fra militari e civili.

Per sicurezza Mariya venne mandata a Tomsk, in Siberia, e fece del proprio meglio per tenersi su col morale. La donna trascorrerà due anni di tensione e attesa, ed infine scoprì la triste notizia:

Ilya era stato ucciso nell’Agosto del ’41 vicino a Kiev

Mariya andò fuori di sé, poi vendette tutto ciò che aveva e scrisse una lettera a Stalin:

Mio marito è stato ucciso in azione difendendo la nostra patria. Per la sua morte e per la morte del popolo sovietico torturato dai barbari fascisti vOGLIO VENDICARMI SUI CANI FASCISTI. A tal fine, ho depositato tutti i miei risparmi personali – 50.000 rubli – alla Banca nazionale, per fabbricare un carro armato. Chiedo gentilmente di chiamare il carro “Boyevaya Podruga” (fidanzata combattente) e di esser mandata in prima linea come pilota di quel carro armato

Stalin vide l’occasione per fare propaganda di guerra e accolse immediatamente la richiesta rispondendo:

Ti ringrazio per il tuo appoggio all’Armata Rossa. Sarà come desideri. Ricevi il mio saluto.

Il comitato di difesa dello stato non era così convinto. Anche loro però capirono il valore promozionale della cosa, e fecero avere a Mariya un carro armato di medie dimensioni, un T-34. La donna seguì poi un programma di addestramento di cinque mesi, a differenza dei suoi colleghi maschi che spesso venivano mandati al fronte con un addestramento parziale e, a volte, completamente digiuni di materia militare. Mariya venne assegnata alla 26-esima Brigata come autista e meccanico di Carri armati nel Settembre del ’43, venendo quasi considerata uno “scherzo” dell’esercito.

Una donna !? In un carro armato !? chiamato “Fidanzata Combattente”!?

La guerra era reale, non una barzelletta, e molte persone stavano morendo. Coloro i quali la canzonavano non avevano idea di ciò quello che è in grado di fare una donna, sopratutto quando combatte sospinta dagli ideali più alti e dal desiderio di vendetta.

Di quei primi giorni, Mariya scrisse alla sorella:

Ho avuto il mio battesimo del fuoco…a volte sono così arrabbiata che non riesco neanche a respirare

Il 21 Ottobre del ’43 Mariya partecipò all’attacco di Smolensk. I tedeschi avevano preso la città nel ’41, ed i russi la riattaccarono a partire dal settembre del ’43, riprendendo subito buona parte della città. Mariya attaccò col suo carro, distruggendo diversi cannoni anti-carro e mitragliatrici prima di essere colpita. Andando contro gli ordini e le regole uscì fuori dal carro armato, riparando rapidamente i danni e tornando all’interno, riuscendo ad attaccare ancora i nazisti. Anche grazie all’eroismo di Mariya, la città fu completamente ripresa.

I militari russi, spesso molto giovani, la soprannominarono “Madre”, e Mariya venne promossa a Sergente

Il 17 Novembre i sovietici riconquistarono la città di Novoye Selo a Vitebsk, in Bielorussia. Mariya attaccò le postazioni difensive tedesche sino a quando un colpo di artiglieria fece saltare i cingoli del suo carro armato. Sotto al fuoco di copertura del suo compagno in torretta, che continuava a sparare, saltò fuori dal carro, sistemò i cingoli e tornò all’interno del veicolo.

Il 17 gennaio del 1944 si trovava impegnata al di fuori della città di Shvedy, ancora nei pressi di Vitebsk. Mariya attaccò diverse trincee tedesche, colme di mitragliatrici e pezzi d’artiglieria quando, di nuovo, il suo carro venne colpito da un’arma anticarro. Come le altre due volte uscì dal carro per riparare la “Fidanzata Combattente”, ma la sua fortuna si era esaurita. Un’altro colpo anticarro esplose a diversi metri di distanza, facendo schizzare nella testa di Mariya diverse schegge del proiettile.

La sua tomba a Smolensk:

Mariya non riprese più coscienza. Venne portata in un ospedale vicino a Kiev e rimase in coma per due mesi. Il 15 marzo del 1944 morì, congiungendosi idealmente con l’amato Ilya. Ad Agosto venne insignita della più alta onorificenza della Nazione, Eroe dell’Unione Sovietica.

Sopra, una decorazione con la scritta sulla torretta: “Fidanzata Combattente”.

Sotto, il trailer del corto “Fidanzata Combattente”:

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...