Il ‘700 è il secolo dei Lumi, epoca di grandi cambiamenti che in un certo qual modo ha rivoluzionato, se non il mondo in senso generale, almeno il modo di pensare dell’uomo moderno. E’ anche il secolo che vede l’Italia come meta preferita del Gran Tour: i rampolli dell’aristocrazia europea, per completare la loro educazione, viaggiano per l’Italia attratti dalla sua cultura, dall’arte e dalle antichità.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Tutto molto bello ed istruttivo, esaltante in alcuni casi e, talvolta, stupefacente. Proprio inteso come lo stupore provato di fronte ad alcune consuetudini italiane, per esempio l’abitudine a un presunto triangolo amoroso, marito – moglie – amante (di lei), non solo tollerato ma addirittura previsto come norma sociale tra i nobili italiani.

La Visita – Pietro Longhi, 1746

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E d’altronde agli stranieri non può sembrare altro, se non un adulterio consentito, quella stana abitudine di accompagnare a una nobildonna sposata un cicisbeo, ovvero un giovane uomo (giovin signore, dirà il poeta Giuseppe Parini) che costantemente si preoccupa di assecondare i desideri della signora: l’accompagna in chiesa dove le toglie il fastidio di bagnarsi le mani perché è lui che le asperge la fronte con l’acqua santa, a teatro, dove siede alle sue spalle e le sussurra qualche frase divertente all’orecchio, e poi nelle passeggiate in carrozza e agli eventi mondani, in assenza del marito, che sicuramente ha qualcosa di meglio da fare. Il cicisbeo è pronto ad assisterla anche nella cose più spicciole, come la corrispondenza, le compere o le visite di cortesia.

Un tipo di relazione che i viaggiatori europei trovano piuttosto curiosa, se non addirittura scandalosa:

“La moda (…) è ormai accolta in tutta Italia, dove i mariti non sono creature così terribili come noi li rappresentiamo. Tra loro non c’è nessuno che possa fingere di trovare da ridire su un’usanza così ben consolidata”, scrive in una lettera l’aristocratica britannica Lady Mary Wortley Montagu (che, per inciso, avrà una grande influenza su tutta la letteratura di viaggio nei paesi dell’impero ottomano).

E difatti, Mary Wortley ha perfettamente ragione. Nessun marito si sognerebbe mai di disapprovare la moglie perché si tiene vicino un cicisbeo, anzi:

Talvolta il diritto ad avere un cavalier servente è previsto nel contratto di matrimonio

La chiave per comprendere quest’usanza sta tutta lì, nella definizione contratto di matrimonio: le nozze, (quasi) sempre combinate per motivi d’interesse delle due famiglie d’origine, non presuppongono un particolare coinvolgimento emotivo dei coniugi. Un marito geloso del cicisbeo apparirebbe quindi ridicolo ai suoi pari – l’usanza è ristretta solo all’aristocrazia – una persona non garbata e con vedute ristrette (siamo nel secolo dei lumi!).

La scaltra Norina circondata da cicisbei, dal film “Don Pasquale”

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Questa usanza del cavalier servente si diffonde in Italia (in misura molto minore in Spagna e in Francia), ovviamente in città, dove le nobildonne hanno occasione di uscire e fare vita sociale. Il cicisbeo, che ovviamente proviene da una famiglia nobile, ha addirittura la funzione di allargare la cerchia di amicizie della nobildonna, magari fresca sposa appena uscita da un convento, dove è stata chiusa per ricevere un’educazione adeguata e quindi poco avvezza alla vita mondana. In un epoca nella quale l’eredità di beni e titoli è riservata solo ai primogeniti, ci sono in giro tanti nobili senza mezzi destinati al celibato, che diventano i cicisbei di qualche dama. Il vantaggio è reciproco, anche se spesso quella strana liaison, che dovrebbe servire a proteggere la dama in molti aspetti della sua vita, si trasforma di fatto in un rapporto adulterino. In realtà il cicisbeo ha, o almeno avrebbe dovuto avere, anche la funzione di salvaguardare la virtù della sua signora, frapponendosi tra lei e un possibile innamorato (quello sì pericoloso), mentre il marito se ne va in giro per affari o per diletto, magari in visita a qualcuna delle sue amanti.

Come testimonia sempre Mary Wortley, i mariti tentano di scegliere essi stessi il cicisbeo per la moglie, che però poi riesce sempre a prendersene uno di suo gradimento. D’altra parte la scelta è ampia, se vogliamo credere a quanto scrive Madame de Staël nel romanzo Corinna o l’Italia (basato sul diario di un viaggio in Italia dell’autrice):

“Tre o quattro uomini con funzioni diverse seguono la stessa signora che, a volte senza nemmeno prendersi la briga di menzionare i loro nomi al suo ospite, li porta con sé; uno è il favorito, un altro è l’uomo che aspira ad esserlo, il terzo è chiamato il malato (il patito). È completamente disprezzato; ma gli è permesso di recitare la parte di ardente ammiratore; e tutti questi rivali convivono pacificamente insieme”.

Quando scrive Madame de Staël (1807) siamo agli sgoccioli di quell’usanza considerata troppo libertina: l’Ottocento è il secolo del romanticismo, ovvero delle passioni, anche amorose, che non lasciano spazio agli insipidi rapporti di convenienza vissuti fino ad allora, né all’interno del matrimonio né tantomeno al di fuori (lo immaginate Lord Byron come cicisbeo?).

Oltretutto è da poco passata la tempesta della Rivoluzione Francese, che quanto a morale prevede più austerità e decoro rispetto alle vacue usanze dei nobili. Per non parlare della retorica risorgimentale, tutta volta a celebrare il sacrificio e l’impegno personale per il bene comune… niente a che vedere con quei personaggi descritti da Carlo Goldoni (Venezia è ovviamente una città dove i cicisbei sono in gran numero) come “martiri della galanteria e schiavi dei capricci del bel sesso”.

Il cicisbeo, illustrazione per un’opera di Carlo Goldoni

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Eppure, con tutti i limiti dell’epoca, il ‘700 sembra essere un periodo dove, sorprendentemente, alle donne erano concesse alcune libertà che poi andranno perse nei secoli successivi e che saranno molto difficili da riconquistare…

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.