Margherita Kaiser Parodi: l’unica donna sepolta al sacrario di Redipuglia

Le sue sono le uniche spoglie di sesso femminile che riposano nel sacrario di Redipuglia, sulla parte nordoccidentale del Carso, ai piedi del monte Sei Busi, l’imponente cimitero militare costruito nella seconda metà degli anni trenta del Novecento per onorare al meglio tutti i valorosi soldati caduti nel corso della Grande guerra. Sono oltre centomila i soldati italiani – la stragrande maggioranza senza nome – sepolti nel cimitero militare monumentale di Redipuglia, voluto dal regime fascista e messo in piedi in soli tre anni di lavoro dall’architetto Giovanni Greppi e dallo scultore Giannino Castiglioni. All’inaugurazione del 18 settembre 1938 presero parte Benito Mussolini e più di cinquantamila di reduci dal conflitto.

Centomila uomini e una sola donna: la giovane infermiera Margherita Kaiser Parodi.

Margherita Kaiser Parodi nacque a Roma il 16 maggio 1897, da Giuseppe, livornese con origini tedesche, e Maria Orlando, a sua volta figlia di Luigi Orlando, morto un anno prima della nascita della nipote, ingegnere navale, esponente della Giovine Italia, l’associazione insurrezionale formata nel 1831 da Giuseppe Mazzini, sostenitore di Giuseppe Garibaldi durante l’Unità e senatore del Regno d’Italia tra il 1890 e il 1892.

Vista panoramica del sacrario

Fotografia di Andreas Manessinger condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 2.0

Margherita era una normale ragazza di buona famiglia e aveva appena compiuti i diciassette anni quando a Sarajevo, il 28 giugno 1914, Gavril Princip mise in atto l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede d’Austria-Ungheria, e della consorte Sofia, gesto scelto convenzionalmente come casus belli del grande conflitto mondiale. Aveva solo un anno di più il 24 maggio 1915 quando l’Italia, dopo un iniziale atteggiamento neutrale, decise di scendere in guerra contro quell’impero austroungarico cui fino al giorno prima era legata dal patto della Triplice alleanza stipulato oltre trent’anni prima (nel 1882), cedendo alle avances della Triplice intesa composta da Gran Bretagna, Francia e impero russo.

Una guerra alla quale la ragazza decise di partecipare.

Appena diciottenne, dunque, Margherita Kaiser Parodi entrò nella fila della Croce rossa italiana, nello specifico nella Terza armata del duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta. La giovane donna partì assieme alla sorella Olga e alla madre verso l’ospedale della Croce rossa di Cividale del Friuli, sul fronte orientale, tra gli scenari più cruenti della Grande guerra, in cui si incrociavano le armate di Germania e degli imperi austroungarico, russo e ottomano.

L’Italia iniziò a portare enormi masse di popolazione sul fronte, dove in poco tempo cominciò l’interminabile e logorante guerra di trincea conclusa soltanto nell’autunno 1918 con la vittoriosa battaglia di Vittorio Veneto (a quel tempo conosciuto soltanto come Vittorio, in onore del primo re d’Italia Vittorio Emanuele II) che seguì, e vendicò, la proverbiale disfatta di Caporetto (novembre 1917) in cui l’Esercito regio italiano fu di fatto messo in ginocchio dai militari tedeschi e austroungarici.

Margherita Kaiser Parodi, l’unica donna sepolta al sacrario militare di Redipuglia

Fotografia di Sconosciuto di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Il Regno d’Italia uscì vincitore dalla Grande guerra, ma fu una “vittoria mutilata”, come ebbe a dire il poeta e Vate Gabriele d’Annunzio, perché il Paese non ottenne quanto promesso dalle potenze dell’Intesa al principio dell’impresa bellica (Patto di Londra), vale a dire i territori dalmati e istriani affacciati sull’Adriatico, da tempo anelati dal governo italiano. Oltre ciò, non si poteva di certo festeggiare alla luce degli oltre seicentocinquantamila soldati morti in battaglia e del milione di feriti sparsi per la Penisola.

Anche per Margherita Kaiser Parodi la guerra fu drammatica, al servizio dei militari feriti sul fronte; addirittura nel maggio 1917 l’ospedale nel quale lavorava, il numero 2 di Pieris, frazione del comune goriziano di San Canzian d’Isonzo, fu cannoneggiato dagli Imperi centrali. La giovane riuscì a sopravvivere al violento attacco e per la sua resistenza, abnegazione e fedeltà alla bandiera fu decorata con la medaglia di bronzo al valor militare. La motivazione ufficiale fu la seguente: “Per essere rimasta al suo posto mentre il nemico bombardava la zona dove era situato l’ospedale cui era addetta”. Il Regno le dimostrò la sua gratitudine anche con una ulteriore medaglia d’argento per benemeriti della salute pubblica.

Con l’inizio del 1918, la guerra era oramai giunta all’epilogo, ma quell’ultima fase di ostilità fu segnata da una nuova variabile poco prevedibile, che andò a inasprire la già miseranda vita sotto le bombe: lo scoppio in Europa della terribile epidemia passata alla storia come la Spagnola.

Il nome fu “deciso” dalle nazioni della Triplice intesa poiché i medici e i giornalisti spagnoli furono i primi a parlare dell’epidemia dato che in Spagna, paese fuori dal conflitto mondiale, la stampa non era repressa dalla censura, come negli stati impegnati nella guerra.

Inizialmente tenuta in secondo piano, se non del tutto nascosta in taluni casi, in virtù della più importante necessità bellica, la Spagnola cominciò a diffondersi nel gennaio del 1918, trovando nelle trincee zeppe di soldati l’ambiente ideale per propagarsi.

I dati sul numero di morti causati dal virus della Spagnola non sono certi, ma si considera che uccise circa cinquanta milioni di persone, su una popolazione mondiale che nei primi decenni del Novecento contava appena due miliardi di anime. A queste vanno sommate le oltre quindici milioni di persone, tra soldati e civili, che morirono nel corso delle ostilità; un dato totale (chiaramente non ufficiale) che fa della Prima guerra mondiale uno dei conflitti più sanguinosi dell’intera storia.

Il morbo mortifero arrivò pure tra le fila italiane e infettò un gran numero tra soldati, medici e infermiere, inclusa la giovane Margherita. L’infermiera, indebolita nel fisico per quegli anni di duro lavoro al servizio costante dei moribondi, morì a Trieste il 1º dicembre 1918. Aveva appena ventun anni.

La prima tomba al cimitero degli Invitti della Terza Armata

Fotografia di Sconosciuto di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Dapprincipio la valorosa ragazza fu inumata nel cimitero degli Invitti della Terza armata (complesso alla base del sacrario di Redipuglia) con un epitaffio preparato per l’occasione dallo scrittore e realizzatore del cimitero Giannino Antona Traversi, impegnato molto nel dopoguerra in attività in ricordo delle vittime del conflitto, che recitava: “A noi, tra bende, fosti di Carità l’Ancella / Morte fra noi ti colse. Resta con noi sorella”.

Oggi il cimitero degli Invitti della Terza armata si trova all’interno del sepolcro monumentale ed è chiamato poeticamente il parco delle Rimembranze.

Tomba di Margherita Kaiser Parodi, unica donna sepolta nel sacrario

Fotografia di Roberto Ferrari condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 2.0

I resti della coraggiosa, che nel tempo iniziò a essere conosciuta col nome di Crocerossina di Redipuglia, sono stati successivamente traslati nell’imponente sacrario costruito dal regime fascista. La collocazione della sua tomba, facilmente identificabile per la grandezza superiore rispetto alle altre, è al centro del primo dei ventidue gradoni, subito dietro quella del duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta.

Piccola curiosità: il comandante della Terza armata non morì nel corso delle azioni di guerra, ma alcuni anni dopo, nel 1931. Il nobile comandante, però, lasciò un testamento in cui esprimeva il desiderio che la sua tomba fosse portata in mezzo ai suoi impavidi soldati caduti per il Paese.

A Margherita Kaiser Parodi, l’unica donna seppellita nel sacrario di Redipuglia, purtroppo caduta nel dimenticatoio della storia, è dedicata appena una strada di Quercianella, frazione balneare di Livorno, e la sede della Croce rossa italiana di Premariacco, comune del Friuli-Venezia Giulia.

Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".