Secoli di Storia, anche quando la si studia in modo superficiale, lasciano una miriade di questioni aperte sui fatti avvenuti in passato, ma insegnano una sola, inconfutabile verità: nessun cancro morale ha mai corrotto il genere umano peggio del fanatismo. Qualunque idea, perfino la più nobile, una volta monopolizzata dai fanatici, diventa un nuovo pretesto per commettere altri crimini; all’estremo opposto, anche l’ideologia più abietta, se non trovasse zelanti esegeti che ne traggono ispirazione per legittimare la loro personale inclinazione a commettere ogni sorta di delitti, non potrebbe mai nuocere come tante volte è accaduto.

Siamo abituati, erroneamente, a considerarci ormai emancipati da questo male subdolo, che spesso si instaura in modo lento e impercettibile nelle nostre vite. Nel XX secolo, solo una parte dei più atroci delitti ascrivibili al fanatismo è stata perpetrata da persone che vivevano in realtà sottosviluppate. Purtroppo, il peggio del peggio si è visto dove la gente conosceva già il benessere e avrebbe potuto guardare ottimisticamente avanti con tutt’altre prospettive, ma cadde ugualmente nell’abisso della demagogia, che è la versione criminale della politica. I criminologi affermano che il primo motore delle azioni criminali sta nella volontà incoercibile del delinquente di cercare improbabili “scorciatoie” per affrontare le normali questioni della vita quotidiana: ho bisogno di soldi e, anziché lavorare, rubo; sono convinto che una persona si frapponga tra me e un mio obiettivo qualunque e, invece di cercare un altro obiettivo o un’altra strada per raggiungerlo, la ammazzo; ciò che voglio e non mi viene dato, me lo prendo con la violenza; e via così.

La demagogia segue lo stesso schema, solo che lo fa relativamente a questioni che non sono più individuali ma collettive: a sentire i demagoghi, qualsiasi problema della società potrebbe essere risolto con metodi immaginabili anche da un bambino di 5 anni; e chi sostiene il contrario lo fa perché nasconde loschi interessi personali: il demagogo, non a caso, si propone sempre come una sorta di Messia che viene a liberare le persone comuni dalla tirannia di chi esercita il potere.

Il filosofo Bertrand Russell, con amaro sarcasmo, osservava che gli stessi discorsi che portano l’uomo della strada alla diagnosi di infermità mentale e al trattamento sanitario obbligatorio, quando sono espressi da uomini carismatici con un linguaggio infiammato e grondante di retorica, portano a facili successi politici e al controllo di intere masse di sostenitori.

Ma non esiste solo il fanatismo politico. Esiste anche quello religioso, che non fa meno danni. Per quanto possa sembrare incredibile, la questione non è stata mai posta seriamente da nessuno fino al 1689, anno della pubblicazione della “Lettera sulla tolleranza” del filosofo inglese John Locke. Anche allora, il clima generale era talmente sfavorevole che il testo, redatto originariamente in Latino (a quel tempo, la lingua internazionale degli studiosi), fu pubblicato in forma anonima nei Paesi Bassi a opera del teologo Philipp van Limborch, cui Locke l’aveva indirizzato, senza che Locke ne fosse a conoscenza (e, finché fu in vita, il filosofo non ne ammise mai la paternità).

John Locke, ritratto da Godfrey Kneller nel 1697 (Hermitage di S. Pietroburgo)

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La “Lettera sulla tolleranza”, al lettore moderno, può sembrare superata e antiquata, ma esprime una serie di concetti ancora oggi validissimi e, per i tempi, rivoluzionari. Locke sostenne che Stato e Chiesa sono due entità sempre ben distinte, con finalità che non si sovrappongono, e quindi le leggi civili dovrebbero essere ispirate solo a principi di buon senso, mentre ognuno dovrebbe essere lasciato libero di regolarsi secondo la propria sensibilità nei comportamenti privati. Tutte le religioni andrebbero considerate equivalenti e ugualmente permesse, tranne quelle che prevedano espressamente la commistione tra potere religioso e potere politico (infatti, Locke era incline a escludere i cattolici dalla tolleranza, per via del potere temporale dei papi, anche se un suo scritto inedito, scoperto fortuitamente nel 2019, apre chiaramente alla possibilità di estendere la tolleranza anche a loro). Segno dei tempi, Locke escludeva dalla tolleranza anche gli atei, perché non riteneva possibile identificare dei principi tali, ad esempio, da rendere credibili le loro promesse e i loro giuramenti.

Locke oggi è considerato uno dei fondatori del Deismo, la “teologia trascendentale” (definizione di Kant) per cui si crede all’esistenza di una Divinità, ma non alla Rivelazione di questa attraverso libri sacri, profeti o altro. Il Deismo, cui hanno creduto tutti i principali esponenti della rivoluzione culturale illuminista (anche se alcuni, come Voltaire, preferivano considerarsi “teisti” ossia seguaci di una “teologia naturale” in cui lo studio del mondo reale può avvicinare al senso della divinità), ha posto le basi di tutta la moderna civiltà occidentale e definito i principi cui si ispirano le moderne costituzioni democratiche e le iniziative globali come la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo.

Eleanor Roosevelt presenta la dichiarazione universale dei diritti umani

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Ma, per arrivare a questo, ci sono voluti due secoli, pieni di mostruosi spargimenti di sangue: e chiunque può osservare direttamente come il processo sia tutt’altro che completo. Anzi, a volte si ha la sensazione che, in questo campo, le cose stiano andando indietro e non avanti.

E prima? Prima, lo sappiamo, la situazione era molto peggiore. Forse, anzi, dovremmo dire, spaventosamente peggiore. Quando Locke, la tolleranza, il Deismo e l’Illuminismo erano ancora di là da venire (anche perché chiunque si fosse azzardato anche solo ad abbozzare discorsi su argomenti del genere, sarebbe finito dritto sul rogo), le cose in Europa andavano molto peggio di come siano mai andate anche nelle più feroci teocrazie non cristiane.

A titolo esemplificativo, racconteremo la storia di una figura minore ma, a modo suo, molto affascinante per la sua modernità, per il suo essere una persona assolutamente comune, quasi insignificante, che finisce intrappolata in un meccanismo spietato molto più grande di lei e va incontro a un destino atroce, ma non smette mai di essere sé stessa.

La Chiesa Cattolica ha elevato Margaret Clitherow (a volte riportata come Clitheroe) agli altari della santità (Santa Margherita d’Inghilterra o “la perla di York”), ma noi ne parleremo soltanto come di una donna che riuscì a mantenersi sempre coerente con le sue idee.

Siamo nel Regno Unito, nel XVI secolo. Lo scisma anglicano (1532) si è consumato da pochi decenni. La precoce scomparsa di Edoardo VI (1553), figlio di Enrico VIII, ha successivamente spinto il Paese in quella che, di fatto, è una interminabile guerra civile. A succedere a Edoardo (dopo l’effimero interregno di Jane Grey) è stata inizialmente la sorellastra Maria Tudor, cattolica, che ha immediatamente lanciato una spietata campagna per estirpare l’anglicanesimo dalla nazione. Non si contano i processi più o meno sommari e i supplizi seguiti a essi, che faranno poi soprannominare la regina “Maria la Sanguinaria”. Quando Maria muore senza eredi (1558), a succederle è un’altra sorellastra, Elisabetta I, anglicana, che continua sulla stessa strada della sorella, ma a parti invertite: stavolta, a essere perseguitati, sono i cattolici, con la stessa ferocia con cui prima erano stati perseguitati gli anglicani.

Maria I Tudor

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Nel 1581, tuttavia, il Cattolicesimo è ben lungi dall’essere eliminato dal Regno Unito, e il Parlamento inglese sceglie la linea dura verso i suoi fedeli, prevedendo la pena capitale anche per la sola partecipazione alla Messa cattolica o per aver fornito qualsiasi genere di aiuto a un sacerdote cattolico. Questa legge viene ulteriormente inasprita da un’altra emanata nel 1585.

Margaret Clitherow è una giovane donna di York. Di lei non sappiamo tutto, ma sappiamo abbastanza, anche grazie ai verbali del suo processo. Sappiamo che il suo cognome di origine era Middleton e che la sua famiglia era benestante: il padre, morto nel 1567, era lo sceriffo della contea. Margaret è l’ultima dei suoi 4 figli sopravvissuti. La sua data di nascita non è certa: si situa all’incirca tra il 1552 e il 1556, anche se quasi tutti i biografi propendono per il 1556. Sicuramente non ha mai frequentato la scuola: secondo alcuni biografi, infatti, avrebbe imparato a leggere e scrivere solo da adulta; secondo altri, invece, era già in grado di farlo e da adulta apprese un po’ di Latino, elemento che finì per determinare molte delle sue scelte.

Margaret si è sposata giovanissima, nel 1571, con John Clitherow, proprietario di una macelleria e quindi molto benestante. John ha diversi anni più di lei, perché al momento del matrimonio è vedovo e padre di due figli, William e Thomas, il maggiore dei quali ha 8 anni. Il rapporto di Margaret con i figliastri sarà strettissimo, i due saranno più legati a lei che al padre. Dall’unione con John concepirà diversi figli; non si sa esattamente quanti, perché alcuni muoiono durante la prima infanzia. A sopravviverle saranno solo in due: Henry (nato nel 1572) e Anne (nata nel 1574). L’ultimo dei suoi figli condividerà il suo destino, perché sarà condotta al patibolo in stato di gravidanza ufficialmente riconosciuto. Leggendo la sua storia, si deve immaginare che Margaret sia stata incinta o intenta ad allevare un neonato per quasi tutto il tempo.

La sua famiglia è solidamente anglicana: il padre, nell’esercizio delle sue funzioni, ha arrestato molti cattolici. Anche il marito, che tratta affari con un vasto giro di clienti, ha segnalato alle autorità parecchi sospetti cattolici. A Margaret, però, succede qualcosa che la porta a percorrere tutt’altra strada. Le testimonianze del tempo sono discordi. Il suo patrigno, Henry May, un altro che era attivissimo nella persecuzione dei cattolici, dopo la sua esecuzione, affermò ripetutamente che Margaret era “pazza” (a quel tempo, peraltro, il concetto di infermità mentale non era previsto dagli ordinamenti giuridici e gli infermi di mente, così come tutte le altre persone incapaci di intendere e volere, compresi i bambini piccoli, venivano giustiziate senza alcun riguardo). Altre versioni spiegano semplicemente che Margaret si avvicinò al cattolicesimo semplicemente perché, davanti alla visione di persone comuni inseguite, maltrattate, arrestate e uccise, non si voltò dall’altra parte. Un giorno, non si sa bene quando, senza neppure rendersi conto pienamente di cosa stava facendo, nascose un cattolico inseguito e lo aiutò a scappare. Da allora, la cosa si ripeté diverse altre volte.

Margaret Clitherow

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Da questo, possiamo renderci conto che Margaret non rappresenta solo la Chiesa Cattolica per la quale ha affrontato il martirio e che oggi la venera; Margaret appartiene a tutti noi, indipendentemente da come la pensiamo sulle questioni teologiche tra cattolicesimo e anglicanesimo. Possiamo fare uno sforzo di fantasia e immaginarla in un altro contesto, molto più vicino ai nostri tempi. Margaret potrebbe benissimo essere una tedesca che, negli anni del nazismo, nasconde e aiuta gli ebrei. Margaret, prima di ogni altra cosa, è “la banalità del bene” degli eroi come Oskar Schindler o Giorgio Perlasca.

Solo che, nel suo caso, a un certo punto, la situazione si spinge un po’ troppo avanti. Tra i cattolici che aiuta c’è una signora, si chiama Dorothy, ed è la moglie di un medico molto noto in città, Thomas Vavasour, che ne sta passando di tutti i colori per l’ostinazione con cui difende le sue posizioni religiose. Con la signora Vavasour si stabilisce un rapporto speciale e, in qualche modo, questa amicizia avvicina sempre più Margaret al cattolicesimo. Si ritiene che la sua conversione sia avvenuta all’incirca nel 1574.

Nell’agosto 1577, nonostante i tentativi del marito di coprirla, Margaret viene arrestata perché ha smesso di frequentare la chiesa anglicana. Passa un po’ di tempo in carcere, prima che il marito riesca a farla uscire (febbraio 1578) pagando una multa. La posizione di John Clitherow è delicata e il suo comportamento è ambiguo: in pubblico, insulta i cattolici a più non posso, ma a casa non riesce a controllare la moglie e, anzi, finisce per esserle involontariamente di supporto, perché non la denuncia, salda le multe e sembra comportarsi come se non sapesse niente di ciò che lei fa.

A quel primo arresto, ne seguono altri due. Nella prima occasione, resta reclusa dall’ottobre 1580 all’aprile 1581; nella seconda, nonostante la disponibilità del marito a risolvere tutto con un’ammenda, la tengono chiusa nel castello di York per 20 mesi, a partire dal marzo 1583. Va detto che, a quel tempo, il carcere non è quello che sarà dopo: pagando i carcerieri, si può ottenere di tutto; è probabile che veda molte volte i familiari e resta anche incinta del marito (viene appunto liberata proprio perché è in stato interessante, anche se poi perderà il bambino o questo morirà poco dopo la nascita). La galera, comunque, abituandola a una vita ascetica, lontana dalle questioni materiali, fortifica anche la sua determinazione religiosa. In più, è proprio qui che legge direttamente la Bibbia (o, a seconda delle versioni, la Bibbia direttamente in Latino, al posto della tradizionale Grande Bibbia di Myles Coverdale, ufficialmente in uso nel Regno Unito dopo il 1538), rafforzando ancora di più le sue convinzioni.

Copertina della Bibbia di Coverdale

Fotografia di Hans Holbein il Giovane – Susan Foister di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Tra il 1582 e il 1583, cinque sacerdoti cattolici finiscono giustiziati al Tyburn (originariamente un toponimo londinese, che significa letteralmente “due ruscelli”, corrispondente al luogo in cui era eretta una forca: e quindi passato per similitudine a significare le ubicazioni delle forche cittadine in Inghilterra) di Knavesmire, un’area paludosa poco fuori York, in cui sono avvenute molte esecuzioni tra il 1379 e il 1801. La crudelissima prassi del tempo prevedeva che i condannati fossero o strangolati lentamente o staccati dalla forca ancora vivi per essere poi squartati. Dopo il suo ultimo rilascio, Margaret si reca nottetempo in pellegrinaggio presso questo luogo di supplizio.

Dopo la promulgazione della legge del 1581, molti cattolici benestanti hanno ricavato stanze segrete, cui si accede tramite porte invisibili scavate negli spessi muri delle loro case, per nascondere i sacerdoti e gli altri fuggiaschi. Alcuni artigiani di talento, come il falegname Nicholas Owen, detto Little John, torturato a morte durante le indagini sulla “congiura delle polveri” del 1605, erano specializzati proprio nella costruzione di questi singolari elementi architettonici, Spesso queste stanze segrete sono dissimulate così bene che, specie nei castelli, capita di scoprirne casualmente qualcuna ancora oggi, a distanza di secoli. Non a caso, le stanze segrete sono un elemento che rientra spesso nei cliché della letteratura popolare inglese, da quella gotica a quella mystery.

Anche Margaret, a quanto pare di nascosto del marito, se ne fa costruire una nella sua casa di Shambles (una delle aree principali del centro storico di York, che nel XVI secolo ospitava tutti i principali negozi: la casa esiste ancora, è in ottime condizioni ed è tuttora meta di pellegrinaggi). Il fatto è che, anche se la sua è una casa signorile per gli standard del tempo, non è certamente paragonabile a un castello, dunque, le stanze segrete non possono essere dissimulate altrettanto bene.

Riceve frequentemente sacerdoti e altri cattolici e assiste alle loro messe insieme ai figli, ai figliastri e forse a sua sorella. La partecipazione di tutti questi membri della famiglia non è ufficialmente documentata, vedremo poi perché, ma si presume in base agli eventi successivi al supplizio di Margaret.

Il santuario di Shambles dedicato a Margaret Clitherow

Fotografia di Chabe01 – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 4.0

Per quanto il marito possa sforzarsi di coprirla, una donna così in vista nella comunità non può non essere oggetto di parecchia attenzione e, probabilmente, anche di molta invidia e di gratuito astio.

Qualcuno fa la spia e, lunedì 10 marzo 1586, mentre John è al lavoro, un drappello di sbirri fa irruzione nella casa dei Clitherow. In quel momento, nell’abitazione c’è un sacerdote cattolico che di nascosto sta dicendo Messa. Il trambusto all’entrata mette tutti in allarme: Margaret riesce a far scappare il prete da una finestra sul retro e la perquisizione non porta a nessun risultato. Tuttavia, gli sbirri devono essere certi del fatto loro, perché non si arrendono e passano alle maniere forti. In particolare, si mettono a picchiare uno dei servi, un ragazzino di 10 anni, che finisce per rivelare l’ubicazione della stanza segreta. Nella stanza, c’è tutto quanto occorre per dire Messa secondo il rito cattolico e tracce del recente passaggio di qualcuno. Margaret è incastrata. Viene arrestata immediatamente, insieme ai figli e ai servi.

Figli e servi vengono rilasciati quasi subito, lei compare invece davanti alla giuria nella Guildhall del castello di York il 14 marzo. Dovrebbe essere solo un interrogatorio, ma le cose andranno diversamente.

Poiché l’esecuzione di Margaret Clitherow destò ripugnanza perfino nella regina Elisabetta, che censurò esplicitamente il comportamento dei giudici di York (ma non li sanzionò in nessun modo), nel tempo, la storiografia di parte anglicana ha cercato di spiegare la crudeltà incredibile della sua condanna con una serie di malintesi o di errori di valutazione.

È certo che Margaret si trincerò, immediatamente, dietro la seguente posizione: “Non ho commesso alcun illecito, quindi non posso essere giudicata da nessuno”. Fu l’unica dichiarazione che rilasciò, rifiutandosi di rispondere a tutte le domande che le furono poste. Il patrigno Henry May, quello secondo il quale era pazza, sostenne che aveva cercato intenzionalmente il martirio perché la sua mente era ottenebrata dal fanatismo. Una lettura più moderna della strategia di Margaret mostra invece che non era ottenebrata per niente. In base alla legge del 1581, la sua condanna capitale era certa, al massimo avrebbe potuto differirla con la scusa della gravidanza. L’unico modo che avrebbe avuto di alleggerire la propria situazione sarebbe stato quello di denunciare tutti i cattolici di sua conoscenza, ma non lo avrebbe mai fatto. Soprattutto ora che erano coinvolti anche William, Thomas, Henry e Anne, i figliastri e i figli. Rifiutandosi di collaborare, non lasciava ai giudici nessun appiglio per incriminarli. Margaret si sacrificò perché loro non subissero alcuna conseguenza.

I giudici sono invece convinti che, a forza di insistere, riusciranno ad avere ragione di quella donnetta ignorante. Per spaventarla (così diranno poi) la minacciano di condannarla a un supplizio particolarmente doloroso, la “peine forte et dure”.

Secondo quanto prescritto da questo metodo, il condannato viene disteso a terra con una pietra appuntita sotto la schiena, poi gli si appoggia addosso una robusta porta di legno; infine, si ammassano sulla porta tanti di quei sassi che il peso uccide il condannato, o schiacciandogli gli organi interni o spezzandogli la schiena.

Una incisione della “peine forte et dure”

Fotografia di autore sconosciuto sul “The Malefactor’s Register or the Newgate and Tyburn Calendar” (1780) di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Questo metodo sarà ancora in uso a lungo: una delle sue vittime più famose è l’ottantenne Giles Corey, reo di essersi rifiutato di testimoniare contro la moglie Martha al processo delle streghe di Salem, negli Stati Uniti, nel 1692.

Margaret non se ne dà per inteso, nemmeno quando i giudici la condannano davvero alla “peine forte et dure”. Senza scomporsi, dichiara: “Se questa sentenza di condanna è conforme alla vostra coscienza, prego Dio che ve ne riservi una migliore quando comparirete davanti al suo tribunale”.

Tale è la sua volontà di non coinvolgere i figliastri e i figli che, temendo di essere spiata, rifiuta anche di riceverli nei giorni tra la condanna e l’esecuzione. Per questa ragione, sarà poi accusata di non avere alcun affetto verso di loro. Non può nemmeno ricordarli nel suo testamento, perché non possiede nulla: tutto appartiene al marito, di suo ha soltanto gli abiti che indossa. Saranno questi a rappresentare il suo ultimo messaggio. Il giorno prima del supplizio, invia il cappello al marito (quale ultimo riconoscimento all’autorità di questo) e le scarpe alla figlia (il messaggio è stato interpretato come “segui il mio stesso cammino”).

La mattina di martedì 25 marzo 1586, dopo essersi spogliata e aver indossato una tunica bianca che lei stessa ha cucito durante la detenzione, Margaret viene legata dai carcerieri a una scala, con il volto coperto da uno straccio bianco. Così viene trasportata al luogo del supplizio, nella località chiamata Micklegate, subito dopo il ponte sul fiume Ouse (oggi c’è una targa sul posto a ricordarla), poco distante dal castello. A eseguire materialmente la sentenza dovrebbero essere due guardie, ma non hanno nessuna intenzione di occuparsene. Scovano quattro mendicanti che chiedono l’elemosina nei dintorni del ponte e, minacciandoli con le armi, li obbligano ad ammassare i sassi sulla porta. Ogni tanto controllano come sta andando. Dopo circa quindici minuti, Margaret invoca Gesù e poi non dà più segni di vita. Approssimativamente, è stata schiacciata sotto il peso di 7 o 800 chili di pietre.

Placca commemorativa sul ponte Ouse

Fotografia di Pabloasturias – Own work condivisa via Wikipedia con licenza CC BY-SA 3.0

C’è poi il problema di disfarsi del corpo, evitando che il luogo della sepoltura divenga un altro luogo di pellegrinaggio. Finiscono così per gettarlo nella melma di una palude. I cattolici lo cercano per sei settimane, prima di riuscire a ritrovarlo. È John Mush, lo stesso sacerdote di cui lei ha coperto la fuga il giorno in cui è stata arrestata, a ripescarlo e a seppellirlo in un luogo che è poi rimasto segreto, anche se alcuni indizi portano a una cripta sotto l’altare della cappella di Saint Saviour a Stydd, frazione di Ribchester, nel Lancashire. Qui sarebbe stata portata dopo essere stata imbalsamata, con un viaggio notturno durato circa una settimana.

Esattamente un secolo dopo, nel 1686, a York, a pochissima distanza dal luogo del supplizio, viene fondato un convento delle Suore di Loreto grazie a una donazione dell’aristocratico Sir Thomas Gascoigne e alla determinazione della suora Frances Bedingfeld. In realtà, la fondazione di conventi cattolici sarebbe vietata, ma lo si fa passare per una scuola femminile. Questo convento, chiamato Bar Convent, è attualmente il più antico d’Inghilterra ed è molto attivo nella gestione del turismo religioso. Una delle sua maggiori attrazioni è una mano mummificata custodita in una teca che viene mostrata solo in alcune occasioni, chiamata “la mano di Santa Margaret”. Ovviamente, come tutte (o quasi) le reliquie, è davvero difficile stabilire se appartenga davvero al corpo della santa o sia un falso, ma è comunque oggetto di un notevole culto da parte dei fedeli.

Gerard Manley Hopkins, uno dei maggiori poeti dell’età vittoriana, vissuto dal 1844 al 1889, convertito al cattolicesimo e divenuto padre gesuita, scrisse una poesia, rimasta purtroppo allo stato di abbozzo, dedicata alla figura di Margaret.

I figliastri e figli William, Thomas, Henry e Anne le rimasero legati anche dopo la sua morte. William, vissuto fino al 1636, e Thomas, morto nel 1604, furono entrambi sacerdoti cattolici, molto impegnati nelle attività clandestine. Henry andò sicuramente a studiare in Francia per diventare prete: lo sappiamo perché risulta che il padre fu di nuovo multato per questo; ma, dopo il suo rientro in Inghilterra, se ne perdono le tracce. Anne, affidata alla zia, si fece suora e visse in un monastero di Lovanio, in Belgio, fino alla morte, nel 1622: nel 1593 risulta però presente in Inghilterra, arrestata e detenuta per qualche tempo nel castello di Lancaster: si ritiene che si trovasse in pellegrinaggio verso la tomba segreta della madre. Il sacerdote John Mush sopravvisse a tutti i tentativi di arrestarlo e morì per cause naturali nel 1613. Il dottor Vavasour e la moglie Dorothy, invece, morirono in carcere tra il 1586 e il 1587. Non si sa, invece, quando sarebbe morto il marito John Clitherow.

Il 25 ottobre 1970, insieme ad altri 39 martiri delle persecuzioni anglicane (compreso il falegname Nicholas Owen), Margaret Clitherow è stata canonizzata da Papa Paolo VI.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.