Mangiati vivi dalle Murene: la terribile punizione degli schiavi di Vedio Pollione

La storia passata, gli avvenimenti e i personaggi di un tempo lontano, non possono essere analizzati e interpretati secondo un metro di giudizio moderno: sarebbe un’operazione scorretta e priva di senso, in sostanza anti-storica, così come sembra anacronistica (secondo il parere di chi scrive) la tendenza a voler cancellare opere artistiche quando rappresentano una realtà che oggi appare “politicamente scorretta”, ma che certo non lo era all’epoca della loro realizzazione. Una follia, se pensiamo che si tratta di opere del tragediografo greco Eschilo, o addirittura dell’Aida di Giuseppe Verdi. Diverso è quando si parla di personaggi del passato che, già ai loro tempi, hanno provocato orrore per la loro crudeltà.

La crocifissione era la pena per gli schiavi ribelli

Immagine di pubblico dominio

Nell’antica Roma, ad esempio, nessuno si indignava se un padrone trattava male uno schiavo – di fatto esseri umani considerati, anche giuridicamente, “cose” – sul quale il dominus aveva potere di vita e di morte.

Eppure, il ricco Publio Vedio Pollione (morto nel 15 a.C.) si attira le inimicizie dei suoi contemporanei anche (ma non solo) per quel suo terribile modo di punire gli schiavi, anche per colpe minime: pare che li facesse gettare, vivi, in pasto alle murene, allevate nelle piscine da allevamento della sua bellissima villa di Posillipo, l’incantevole promontorio napoletano che prende il nome proprio da quella villa, chiamata dal suo proprietario Pausilypon, termine greco che sta per “sollievo dal dolore”.

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

Ho detto pare perché, come vedremo dopo, la storia qui si intreccia con la leggenda, e Vedio Pollione era uno di quei tipi in grado di attrarsi parecchie inimicizie…

Plinio spiega lo spietato sadismo del proprietario di casa in questo modo: “Vedio Pollione […] dimostrò prove della crudeltà in questo animale (la murena), immergendo nei vivai di queste gli schiavi condannati, non perché non fossero sufficienti per questo le belve della terra, ma perché con un altro sistema non poteva vedere allo stesso modo un uomo essere sbranato”.

Parco archeologico di Posillipo

Immagine di Salvatore Capuano via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Eppure, Pollione deve sapere cosa significa essere schiavo, visto che discende da una famiglia di liberti arricchiti, originaria di Benevento. Forse lo sa, o forse preferisce dimenticarsene, visto che comunque lui diventa uno degli uomini più ricchi della tarda epoca repubblicana, e arriva a far parte degli equites, prestigioso ordine equestre (almeno al tempo di Augusto) a cui si poteva accedere per censo.

E di Vedio Pollione rimane traccia nella storia proprio perché è amico, nonché grande sostenitore di Augusto, fin da prima della battaglia di Azio, dove il futuro imperatore sconfigge il rivale Marco Antonio e Cleopatra.

Augusto ha tanta stima dell’amico da affidargli, forse tra il 27 e il 25 a.C, un importante incarico nella provincia dell’Asia, una delle più ricche dell’impero. Pollione deve occuparsi della riorganizzazione economica della provincia, e forse è nominato addirittura proconsole (incarico che sarebbe spettato a un senatore), ma comunque quella trasferta deve aver aumentato di non poco il suo patrimonio.

Una moneta romana del 27 a.C.-14 d.C. che mostra Vedio Pollione su una faccia e la testa di Zeus sull’altra

Immagine di Classical Numismatic Group via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 3.0

Già quel salto di qualità probabilmente gli procura parecchie invidie, specialmente perché lui, di suo, non doveva essere particolarmente simpatico. Il maligno Cicerone (che in verità ne ha sempre un po’ per tutti) ne aveva parlato male già molto tempo prima, nel 50 a.C., ai tempi del suo proconsolato in Cilicia, in una lettera all’amico Attico.

Lo aveva incontrato sulla strada da Tarso a Laodicea, dove Pollione gli era andato incontro con un seguito quantomeno sconcertante: un babbuino seduto al suo fianco sul carro (forse al posto di Appio Claudio Pulcro, il precedente proconsole che l’allievo di Cicerone, Marco Celio Rufo, caustico quanto il maestro, aveva paragonato a una scimmia), un discreto numero di asini selvatici e una folla di schiavi. L’oratore romano ne parla come di un “grande miscredente” (magnus nebulo) e lo definisce “iniquo” (Numquam vidi hominem nequiorem), e forse in questo caso non aveva tutti i torti, vista la fama che il ricco cavaliere si conquista in seguito.

La grande ricchezza di Pollione deve essere stata un’altra fonte di invidia e malevolenza, d’altronde lui non perde occasione per ostentarla. A Benevento, sua città natale, fa costruire un Cesareum, un tempio in onore di chi, se non del suo amico Augusto?

Il massimo del lusso è però espresso nel Pausilypon, dove non si fa mancare nulla: un irrinunciabile complesso termale, un odeion, per organizzare spettacoli tra pochi intimi, un anfiteatro da 2000 posti per quelli più in grande, e un ninfeo corredato di vasche, dove pare venissero allevate le murene. In tutta la villa, neanche a dirlo, correvano le condutture dell’acquedotto, inequivocabile indizio di opulenza.

Il Pausilypon

Immagine di Armando Mancini via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Nella magnifica villa, che poi Ovidio descriverà “come una città”, Pollione ha spesso ospiti d’eccezione, davanti ai quali non ha timore di mostrare la sua condotta eccessivamente crudele nei confronti degli schiavi. D’altronde, non è certo una cosa disdicevole, e comunque non è perseguibile per legge.

Esagera anche di fronte ad Augusto, in occasione di un banchetto dove l’imperatore è l’ospite d’onore. L’episodio è raccontato da Seneca nel “De Ira”, scritto circa 60 anni dopo lo svolgimento dei fatti. Accade che un disgraziato servo faccia cadere un calice di pregiato cristallo mandando in bestia Pollione, che subito decide di far gettare lo sventurato in pasto alle murene “murenis obici iubebatur, quas ingentis in piscina continebat“. Lo schiavo riesce a divincolarsi dalla presa di chi lo tratteneva e raggiunge i piedi di Augusto, chiedendogli non la grazia, ma almeno una morte meno orrida. L’imperatore, anche lui non certo un santo della magnanimità, inorridisce e ordina tutto il contrario di quanto affermato da Pollione.

Le fauci di una murena

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Augusto impone di tirare fuori tutti i calici di cristallo e altre coppe preziose, poi fa rompere tutto e gettare il vetro nella vasca delle murene. Lo schiavo viene liberato e Pollione rimesso al suo posto dal potentissimo Imperatore. “Si calix tuus fractus est, uiscera hominis distrahentur? – Perché si è rotto il tuo calice, debbono essere sbranate le viscere di un uomo? Tantum tibi placebis ut ibi aliquem duci iubeas ubi Caesar est? – Sei tanto compiaciuto di te stesso da pronunciare una condanna a morte, là dove è presente l’imperatore?

Se è vero che nella realtà romana dell’epoca non esistono leggi a tutela degli schiavi, è altrettanto vero che qualche voce si leva a loro favore. Seneca scrive, sempre a proposito di Pollione, nel De Clementia, scritto fra il 50 e il 55 d.C.:

“Mentre tutto è lecito nei confronti di uno schiavo, c’è qualcosa che il diritto comune a tutti gli esseri animati non permette di autorizzare nei confronti di un uomo. Chi non odiava Vedio Pollione più dei suoi schiavi, perché egli ingrassava le sue murene con sangue umano e faceva gettare quelli che lo avevano offeso in qualche modo in un vivaio di serpenti? Oh uomo degno di mille morti, sia che gettasse gli schiavi in pasto alle murene che poi avrebbe mangiato, sia che le nutrisse solo per nutrirle in questo modo!”.

Posillipo: il “palazzo degli spiriti” visto dal mare – forse ospitava le “murenaie” di Pollione

Immagine di Armando Mancini via Wikipedia – licenza CC BY-SA 2.0

Augusto stesso non può fare finta di niente, Pollione è ormai un’amicizia scomoda, e occorre prenderne le distanze. Le ricchezze di quell’uomo sono eccessive e hanno forse un’origine illecita, e lui, imperatore nemico dei lussi che si erge a moralizzatore dei costumi, non può far finta di non saperlo. Per non parlare di quella volta che cadono nelle mani sbagliate i ritratti di cinque matrone romane, evidentemente dei pegni d’amore, trovati nel bagaglio di Pollione…

Nonostante ciò, quando Pollione muore, nel 15 a.C., lascia i suoi beni in eredità ad Augusto, a patto che venga costruita una tomba monumentale in suo onore. L’imperatore non può accettare (c’è qualcuno che gli rinfaccia quell’amicizia) e così non solo non fa erigere un mausoleo per l’amico, ma addirittura rade al suolo la magnifica villa che Pollione possedeva sul colle Esquilino. Al suo posto viene realizzato un portico dedicato a Livia, moglie dell’imperatore.

Il Pausilypon però no, Augusto a quello non può proprio rinunciare: la villa diventa una residenza imperiale, molto apprezzata anche dai successori, almeno fino al tempo di dell’Imperatore Adriano. Oggi la villa fa parte del Parco archeologico-ambientale di Posillipo, che comprende anche rovine sommerse nell’incantevole mare del golfo di Napoli.

La storia delle murene raccontata dagli autori latini corrisponde a una verità certa? O forse quella cui andò incontro Pollione è la più classica delle Damnatio Memoriae che potesse capitare a un ricco possidente romano?

Purtroppo questo interrogativo difficilmente troverà una risposta certa, ma considerare l’improbabile come “impossibile” è, da un punto di vista storico, certamente un errore grossolano.


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