Un campo incolto, otto croci divelte, otto soldati tedeschi morti implorano che i loro corpi siano restituiti alla famiglia: un incubo che avrebbe fatto svegliare di soprassalto chiunque, con in bocca l’amaro sapore dello sconcerto. Ma non Lucia Pisapia Apicella:

Per lei è un sogno che le indica la via da intraprendere, la sua missione negli anni a venire

Il sogno è stato forse provocato dal turbamento provato nell’aver visto dei bambini che giocano a calcio con il teschio dissepolto di un soldato, ma Lucia invece crede fermamente che si tratti di una pietosa richiesta arrivata da chi non ha più voce per esprimerla. Arrivata al suo cuore di mamma, a una donna che ha l’abitudine di chiamare tutti belli di mamma, e per dare ascolto a questo suo sentimento inizia una straordinaria opera di pietas umana, si trasforma in una Mater Dolorosa per tutti quei figli che non torneranno mai dalle loro madri.

Per tutti, qualsiasi divisa indossino

Lucia Apicella è una donna semplice, con una vita simile a quella di molte altre persone della sua epoca. Nasce nel 1887 in un piccolo paese del meridione d’Italia, Sant’Arcangelo di Cava dei Tirreni, ed è la penultima di molti figli, quattordici tra fratelli e sorelle, a cui si aggiungono altri sei dal secondo matrimonio del padre.

Va a scuola fino alla terza elementare, che a quei tempi è considerato un livello d’istruzione sufficiente per la povera gente, giusto quello che serve per leggere e scrivere e apporre una firma che non fosse una croce. Lucia trascorre il tempo tra la chiesa e il telaio, a pregare e a tessere tele che un mercante compra per cinque lire ogni cinquanta metri.

Fa anche qualcos’altro, quella ragazzina che dimostra già un carattere forte, unito a quel sentimento di pietas che sarà il suo tratto dominante:

Va in ospedale a trovare i malati, li conforta con parole e biscotti, li assiste nell’agonia

A casa sua non la prendono bene: hanno paura che porti malattie, in particolare la temuta e incurabile tisi (una forma di tubercolosi). Lei non si dà per vinta, e in famiglia iniziano a chiamarla “la briganta”. Finché non si sposa, nel 1911, con un “commerciante di frutta”, come ci tiene a essere definito il marito, e passa un niente che arrivano gli anni di sangue e ferro della prima guerra mondiale. Lucia ritaglia dai giornali i nomi dei caduti, sconosciuti a cui in chiesa dedica preghiere e raccomandazioni a Dio.

In una riflessione di molti anni dopo, quando senza tanto capire il perché Lucia veniva intervistata da giornalisti venuti da fuori, dice: “Ah che pena, belli di mamma, e chi avrebbe detto che vent’anni dopo l’inferno lo avremmo avuto addirittura sotto gli occhi, a Salerno, a Cava, sulle nostre montagne, sui nostri lidi e nei nostri giardini?”.

Ecco appunto, l’inferno. L’inferno si scatena il 9 settembre 1943, nel golfo di Salerno, con l’operazione Avalanche, quando gli alleati sbarcano sulle spiagge della costa, mentre dal mare bombardano le colline sulle quali sono attestati i tedeschi.

Sbarco sulle spiagge di Salerno

Tedeschi che reagiscono duramente, e mettono in seria difficoltà le armate statunitensi, tanto che i bollettini della Overseas Service parlano di una battaglia “disperata”.

Le truppe angloamericane hanno come obiettivo Napoli, da raggiungere il prima possibile, e per far questo devono percorrere una strada (oggi è la Statale n.18) che attraversa la valle di Cava, dove è attestata la divisione tedesca “Hermann Göring”.

Raid aerei e bombardamenti sconvolgono il territorio, prima che le truppe tedesche inizino a ripiegare verso nord.

Fante Tedesco ucciso nella sua buca – In primo piano le sue armi

Lasciano sul terreno centinaia di morti, che rimangono insepolti in campi, burroni e lungo le rive dei canali. Soldati nemici è vero, ma pur sempre ragazzi “figli di mamma”, che hanno dato la vita per il loro Paese. Cadaveri ormai senza bandiera, che qualche volta riaffiorano da sotto pochi centimetri di terra, testimonianza spaventosa che ricorda quell’inferno passato da poco.

Mamma Lucia, dopo quel sogno, decide che deve fare qualcosa per quelle povere ossa mangiate dal sole e dagli animali


Inizia così la sua missione: scrive al comando anglo-americano chiedendo il permesso di ricomporre e seppellire i cadaveri rimasti lì, a disfarsi nella terra di Cava. Le rispondono che la competenza è del municipio di Cava dei Tirreni. Il 16 luglio 1946 il sindaco le accorda il consenso, e le affianca due becchini, che però dopo pochi giorni la abbandonano:

Troppo pericoloso quel lavoro, per via delle possibili infezioni, e per le granate inesplose che tanti cadaveri hanno ancora indosso

La “mamma dei morti”, come sarà chiamata da allora in poi, va avanti da sola, aiutata spesso da una compaesana, Carmela Matonti Passaro.

Lei, Lucia, a chi le dice di lasciar perdere, a chi le chiede perché lo fa, perché corre tanti rischi per dei soldati tedeschi morti, risponde con la sua semplicità di popolana:

Song’ tutti’ figl ‘e mamma

Ricorda i luoghi, Mamma Lucia: Arcara, Monte Castello, Santa Maria al Tuono, e tutte quelle salme per le quali recita un requiem e piange lacrime di dolore, qualche volta insieme ai contadini, che invece in certi casi si arrabbiano perché lei rovina i raccolti, “un’infinità di morti che ora hanno pace nei cimiteri di Salerno, Caserta, Napoli e nella chiesa di san Giacomo, qui…”.

Mamma Lucia raccoglie le ossa dei caduti (non solo tedeschi), le compone con i gesti d’amore di una madre in cassettine di zinco che paga di tasca sua. Le piccole cose che possono dare identità ai morti, piastrine e oggetti personali, le conserva in piccole scatole che si accumulano nella chiesetta di San Giacomo, in attesa che possano essere restituite alle famiglie. In quella chiesa Lucia andrà a pregare tutte le sere, fino al 1980, quando il terremoto la rade al suolo.


Sono 700 i corpi ai quali Mamma Lucia è riuscita a dare sepoltura, con coraggio e umiltà, senza mai pensare di aver fatto qualcosa di straordinario. Lo pensano invece giornali italiani e stranieri, che in qualche modo hanno saputo della “Mamma dei Morti”.

Il Papa Pio XII la riceve in udienza privata, il Presidente della Repubblica Gronchi, nel 1959, le conferisce la Commenda al Merito della Repubblica, e nel 1980 riceve la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica.

La cosa più difficile da affrontare però, per Mamma Lucia, è l’incontro con i genitori del caporale tedesco Joseph Wagner, finito in un burrone. A settembre del 1951 è lei che porta personalmente le poche cose del ragazzo a casa sua, in Germania, e lì prova lo strazio più grande, nel vedere la madre che scarta e riconosce gli oggetti appartenuti al figlio. Ecco, dopo aver composto centinaia di cadaveri, Mamma Lucia non riesce a sostenere quel dolore e confessa “…abbiate pazienza, un tale incarico non lo accetterò mai più”, anche se in quell’occasione riceve la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca.

All’inizio degli anni ’50, lo scrittore Giuseppe Marotta va a Cava dei Tirreni per intervistare Mamma Lucia, con l’idea di ricavare un film dalla sua storia. Ne esce invece un racconto che fa parte del libro “Le madri”, perché quella storia di carità e misericordia, non gli sembra adatta al cinema. Lo scrittore ragiona tra sé e sé e pensa:

“…queste vicende e questi sentimenti si addicono al cinema, anzi a chiunque, alle innumerevoli persone che attualmente sognano, in qualità di spettatori o di attori, conflitti, rivalse, aggressioni, patiboli, sovvertimenti, brutalità e violenze di ogni specie? Nei palazzi e nei tuguri, nelle officine e sulle vie, nei Parlamenti e nei gabinetti scientifici, è l’ora degli ossessi, degli energumeni, dei posseduti. La bandiera di Lucia Apicella, uno straccetto di generosità e di misericordia, non avrà, nella realtà come nella finzione, chi la raccolga e la riagiti. È chiaro, Marotta?”

Più chiaro di così…

Tutte le frasi di Mamma Lucia, riportate tra virgolette, sono tratte la libro “Le madri” di Giuseppe Marotta – edito da Bompiani nel 1952.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.