Mafalda di Savoia nacque nel 1902, secondogenita di Vittorio Emanuele III e di Elena del Montenegro. Delle sorelle era la più esile, forse la più bruttina, assomigliando molto al padre, ma chi l’aveva conosciuta sosteneva fosse la più vivace ed allegra.

Nel 1925 sposò il principe Filippo d’Assia, principe tedesco e capo della casa d’Assia-Kassel. Per le nozze il re e la regina regalarono ai coniugi una villa a Roma, vicina a Villa Savoia, che lei chiamò Villa Polissena. Il marito si impegnò, dal 1930 in poi, fra le fila del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Al fianco di Hitler fu una delle persone di primissimo piano che coltivò i rapporti fra Germania e Italia, fra Hitler e Mussolini, fra il 1933 e il 1940. La moglie, nel mentre cresceva i 4 figli in Italia, e la loro vita scorse tranquilla fino all’arrivo dell’agosto 1943.

Il 28 agosto di quell’anno Mafalda partì per Sofia. Boris III di Bulgaria, marito della sorella Giovanna, stava molto male, anzi per la verità quando lei si mise in viaggio era già morto, ma lei questo non lo sapeva. Boris III era forse stato avvelenato dai tedeschi in seguito a un suo colloquio con Adolf Hitler. Il marito di Mafalda, Filippo, era in Germania col figlio maggiore, mentre i tre figli più piccoli erano con lei a Roma.

L’armistizio di Cassibile con il blocco alleato fu firmato il 3 settembre 1943 e reso pubblico l’8 settembre dagli statunitensi, nonostante da parte italiana si volesse posticipare l’annuncio al 12. La notte fra l’8 e il 9 settembre il re e la famiglia fuggirono da Roma con destinazione Brindisi. I 3 figli più piccoli di Mafalda, 2 maschi e una femmina, erano già stati portati dai nonni in Vaticano e affidati a Monsignor Montini, poi Papa Paolo VI.

Dopo aver assistito al funerale di Boris III, il 7 settembre Mafalda ripartì da Sofia. Il 9 Settembre la Regina Elena di Romania in persona salì sul treno ed informò Mafalda dell’armistizio. Mafalda non ne sapeva nulla, nessuno l’aveva informata delle trattative già in atto il giorno della sua partenza forse per paura che lasciasse trapelare qualcosa con il marito, o forse ritenendo che una principessa tedesca non corresse alcun rischio.

Il 9 settembre, da Budapest, Mafalda cercò di contattare il padre ma venne informata che aveva lasciato Roma, mentre i suoi figli si trovano ancora in Vaticano. Partì in aereo con destinazione Pescara, poi Chieti, per proseguire per Roma.

Mafalda non lo sapeva, ma il marito era stato arrestato l’8 Settembre dai tedeschi con l’accusa di aver partecipato a una congiura contro la Germania e deportato nel campo di Flossenbürg.

Riuscì a partire da Chieti solo il 20, e il 21 arrivò a Roma dove riuscì ad riabbracciare i figli in Vaticano e tornare a Villa Polissena più serena.

Non poteva sapere che non li avrebbe mai più rivisti

Il 22 arrivò una telefonata dall’ambasciata tedesca. La informavano che alle 11 era stato organizzato un appuntamento telefonico col marito. Ovviamente Mafalda non sapeva che Filippo era già stato arrestato, e in più era stato Herbert Kappler in persona a chiamarla… L’operazione Abeba, studiata da quando Mafalda aveva lasciato Roma, strettamente controllata dai tedeschi, era iniziata. Da tempo i tedeschi sospettavano accordi fra il governo italiano e gli alleati.

Mafalda sarebbe stata un utile ostaggio

Mafalda, nervosa ma impaziente di parlare col marito, andò all’ambasciata, accompagnata dall’autista e dal commissario di polizia addetto alla Real Casa, Marchitto. Qui l’autista venne subito arrestato, Mafalda capì l’inganno e raccomandò i suoi figli a Marchitto. Fu portata in aeroporto e fatta salire su un aereo diretto a Berlino.

Dopo alcune settimane di prigionia Mafalda venne condotta a Buchenwald e registrata con il nome anonimo di “Frau von Weber”, anche se la voce della sua vera identità si sparse velocemente. Venne sistemata in una delle baracche ‘speciali’ per i prigionieri politici. Per gli standard di un lager era una sistemazione abbastanza comoda e i prigionieri fruivano dello stesso vitto dell’esercito. Nel campo incontrò 5 prigionieri italiani che la riconobbero e a loro Mafalda donò cibo e buoni per le sigarette.

La principessa era deperita, mangiava poco e pensava soltanto alla sua famiglia lontana e spezzata

Nel 1944 i bombardamenti in Germania si intensificarono, e il 24 agosto toccò a Weimar e Buchenwald. Una bomba colpì la baracca nella quale alloggiava, e Mafalda rimase gravemente ferita ad un braccio, una ferita profonda ma non tanto grave da far temere per la sua vita. Il 26 agosto il braccio stava andando in cancrena, e il 28 fu decisa l’amputazione.

Sotto, modello del campo di concentramento di Buchenwald. Fotografia condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

L’operazione fu svolta in modo impeccabile, ma non in modo rapido tanto quanto il corpo debilitato di Mafalda avrebbe richiesto. La chirurgia durò a lungo, troppo a lungo per il corpo della donna, che perse molto sangue. Dopo l’operazione la principessa fu abbandonata a se stessa, senza ulteriori attenzioni mediche.

Il 29 mattina Mafalda fu trovata morta nel postribolo che fungeva da ospedale

La donna venne operata in un tempo giudicato troppo lungo, una strategia utilizzata spesso dai tedeschi per liberarsi dei prigionieri politici giudicati scomodi. Padre Tyl, un sacerdote internato che benediva le salme destinate al crematorio, notò il corpo nudo col braccio amputato e chiese se si trattasse della principessa italiana.

Avutane la conferma chiese e ottenne dal direttore del crematorio di poter seppellire il corpo anziché farlo cremare, e tenne a mente il tumulo 262 con la scritta Eine unbekannte Frau – una donna sconosciuta.

Il campo di Buchenwald fu liberato dagli alleati qualche mese dopo, l’11 aprile del 1945. Gli italiani del campo cercarono la tomba di Mafalda e lavorarono per l’esercito alleato affinché venisse pagata una croce e una lapide.

Vittorio Emanuele apprese la sorte della figlia dai giornali , il 14 aprile del 1945

In piena guerra fredda fu concesso al marito Filippo d’Assia di prelevare il corpo e portarlo a Cronburg, nel castello di famiglia, nel cui cimitero riposa dal 1951. La croce di legno e la piccola lapide apposte dagli italiani a Buchenwald adornano ancora la sua tomba.

Giovanna Francesconi
Giovanna Francesconi

Amo la storia, e le storie dietro ad ogni persona o oggetto. Amo le cose antiche e non solo perché ormai ne faccio parte pure io, ma perché la verità è la figlia del tempo.