Mad Money: il furto perfetto

Almeno una volta nella vita abbiamo visto un film in cui i protagonisti organizzano una rapina, oppure una truffa, destinata a fallire o a diventare il colpo del secolo. Dall’italianissimo “I soliti ignoti” e l’esilarante sequel ai film americani come “The Italian job” gli esempi non mancano. Forse anche noi, dopo aver visto film del genere, abbiamo fantasticato su come avremmo pianificato la nostra rapina in banca. Le rapine, riuscite o soltanto tentate, accadono tutti i giorni, a volte con esiti tragici. Ma a nessuno verrebbe mai in mente di rubare la spazzatura. Sembra assurdo ma è quello che è accaduto in Inghilterra tra il 1988 e il 1992.

Christine Gibson è una donna di Debden, contea di Essex, che lavora nell’inceneritore della Banca d’Inghilterra a Loughton, poco distante. Il marito Peter non è noto per la sua fedina pulita e regolare, e ogni volta che si imbarca in un nuovo lavoro l’esperienza termina in maniera rocambolesca. Christine, stanca di sbarcare appena il lunario ogni mese, decide di dare una svolta alla propria vita, e l’idea le viene grazie proprio al suo lavoro. Tutti i giorni le passano tra le mani migliaia di banconote destinate all’inceneritore, banconote con un certo valore che la gente non vuole più perché troppo usurate e che vengono cambiate con denaro nuovo. Se questi soldi venissero rubati, nessuno li recriminerebbe perché una volta entrati nell’edificio diventano carta straccia, o meglio soldi fantasma.

Escogita così un piano dettagliato insieme ad altri due colleghi, Kenneth Longman e Michael Nairne, a dir poco geniale: i soldi sono chiusi in cassette messe in sicurezza da due lucchetti, uno bianco e uno nero; Christine ha, da contratto di lavoro, le chiavi dei lucchetti neri, ma, grazie a uno stratagemma, riesce di tanto in tanto a scambiare i lucchetti bianchi con lucchetti neri dipinti di bianco e ad aprirli con le proprie chiavi. Una volta aperte le cassette estrae le banconote e le infila nella biancheria intima. All’inizio “assume” come suoi complici due colleghi, Kenneth Longman e Michael Nairne, che collaborano ai furti, per poi essere affiancati negli ultimi mesi da Kevin Winwright, il cui compito è quello di distrarre le guardie mentre i complici svuotano le cassette.

Va tutto a gonfie vele, sia i dipendenti sia i loro coniugi possono permettersi capricci di qualsiasi tipo, senza doversi più preoccupare degli stipendi risicati. Nel 1992, Peter Gibson si presenta alla filiale di Ilford, nell’East London, della Reliance Mutual Insurance Society, dove chiede di poter investire centomila sterline in contanti in banconote da venti e cinquanta. Pochi giorni dopo, alla stessa filiale, si presenta anche Michael Nairne, il quale chiede di poter investire trentamila sterline con le stesse modalità. Questi movimenti insospettiscono le autorità, che fanno scattare i controlli finanziari sulle due famiglie. Si scopre che la famiglia Gibson, con due stipendi al limite dell’indigenza, negli ultimi quattro anni si è potuta permettere vacanze negli Stati Uniti, alle Bahamas e nel Sudest Asiatico, due macchine, una Mitsubishi Shogun e una Vauxhall Frontera, due motociclette, varie azioni di società quotate in borsa, diversi pezzi di alta gioielleria e un cavallo, tutti elementi che non collimano con gli stipendi minimi della coppia.

Grazie ai filmati delle telecamere di sorveglianza si scopre così l’ingegnoso piano della combriccola. Le indagini durano due anni e alla fine gli indiziati sono sette: Christin Gibson con il marito Peter, Kenneth Longman con la moglie Janet, Michael Nairne con la moglie Sharon e Kevin Winwright. Di questi soltanto Kevin Winwright ammette subito il furto di circa centosettantamila sterline e per questo viene condannato subito a diciotto mesi di carcere.

Nell’aprile 1994 si apre il processo “Bank of England vs Gibson” e viene documentato da Ian McKinnon per The Indipendent. All’inizio del processo la situazione è la seguente: i sei si dichiarano innocenti, mentre la polizia trova durante le perquisizioni trentamila sterline a casa Winwright, che decide di testimoniare a favore della banca, e altre seicento sterline nel cassetto della biancheria di Mr Nairne. Incredibilmente però la corte non è in grado di condannare gli imputati solo sulla base delle prove finanziarie perché i testimoni chiamati alla sbarra non sono abituati a parlare con la polizia e davanti alla corte; quindi, le testimonianze si rivelano un nulla di fatto. I legali della Banca tentano il tutto per tutto e puntando sul loro lussuoso stile di vita li citano a giudizio chiedendo che vengano restituiti i soldi, appellandosi all’inadempimento del contratto di lavoro.

La cifra rubata dalla banca ammonta a circa seicentomila sterline, quasi tutti in banconote da venti e cinquanta. Il giudice Norman Rudd dà ragione ai legali della Banca. Spiega che “questa storia ha dell’incredibile”, ed emette la sentenza che stabilisce che le famiglie, oltre a restituire il denaro rubato alla banca, devono farsi carico ciascuno di un terzo delle spese processuali, stimato attorno alle duecentocinquantamila sterline. Per quanto riguarda la cifra rubata, la suddivisione non venne fatta in modo equo come per le spese processuali.

I Gibson, che si stima abbiano speso durante i quattro anni di rapine più di trecentomila sterline, devono restituire duecentocinquantamila sterline, i Longman centocinquantamila, mentre i Nairne centoundicimila.

Sono da ricordare due interventi da parte dei rappresentanti della Banca d’Inghilterra durante il processo. Uno è quella di Anthony Boswood: ‘There is an extraordinary Essex flavour about this case. These three families have been living the life of Riley, wildly above any conceivable legitimate means they could have earned.’ (C’è una straordinaria essenza di Essex in questo caso. Queste tre famiglie hanno vissuto come nababbi, selvaggiamente sopra ogni immaginabile e legittima cifra che abbiano potuto guadagnare). Un’altra è quello di un altro portavoce della Banca che però è rimasto anonimo: ‘We are satisfied with the outcome of the case, but we are disappointed that it was necessary to bring it. Once the theft had occurred it was important that we recover the funds.’ (Siamo soddisfatti con l’esito del processo, ma siamo dispiaciuti che è stato necessario tirarlo fuori. Una volta che le rapine sono avvenute era importante che noi recuperassimo la somma).

Leggendo questa storia incredibile, la prima cosa che viene in mente è che sia una trama fin troppo cinematografica per restare nell’ombra. Infatti sono usciti due film ispirati a questo episodio: uno è il film per la televisione prodotto dalla rete inglese ITV con il titolo “Hot Money” nel 2001, l’altro è il film per il grande schermo “Tre Donne al Verde” (il titolo originale è Mad Money) con Diane Keaton, Queen Latifah e Katie Holmes nel 2008.


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