C’è una fotografia in bianco e nero in cui, in quella che pare essere una festa tra gente di un certo rango, un uomo di spalle, in impeccabile abito scuro, è intento ad ascoltare l’interlocutore o a sistemare quella che sembra una sedia. Accanto a lui spicca una donna biondissima, con un abito color carne tempestato di strass, aderentissimo su un corpo oltremodo florido.

Siamo nel 1962 e quell’uomo di spalle è John Fitzgerald Kennedy, da poco eletto trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti; lei, la donna con indosso quell’abito così stretto che pare le sia stato “cucito addosso”, è Marilyn Monroe, la donna più desiderata d’America e una delle più popolari del mondo.

L’immagine, l’unica del presidente e della sua amante assieme, è stata scattata dal fotografo ufficiale di JFK alla Casa Bianca, Cecil Stoughton, durante le celebrazioni del quarantacinquesimo compleanno di Kennedy, poco prima di dirigersi al Madison Square Garden dove la Monroe avrebbe dedicato al presidente il celebre motivetto “Happy Birthday, Mr. President”.

Marilyn Monroe e John Fitzgerald Kennedy nell’unica foto insieme (1962)

Fotografia di Cecil W. Stoughton di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Era il 19 maggio 1962: poco più di un anno dopo, il 22 novembre 1963, JFK sarebbe morto, caduto sotto i colpi di un attivista, Lee Harvey Oswald, nel celeberrimo attentato di Dallas; ancora prima, il 4 agosto 1962, a perdere la vita era stata però la Monroe, trovata morta nella sua casa di Los Angeles a causa di una eccessiva dose di barbiturici.

La morte della grande attrice turbò gli Stati Uniti e il mondo intero e la sua scomparsa, a distanza di quasi sessant’anni, fa tuttora discutere. Ricostruiamo la vicenda.

Per Marilyn Monroe (nata col nome di Norma Jeane Mortenson Baker a Los Angeles il 1º giugno 1926), dopo un breve periodo di gavetta, il successo arrivò con l’inizio degli anni cinquanta grazie alle interpretazioni nei film “Giungla d’asfalto”, “Gli uomini preferiscono le bionde” e, soprattutto, “Come sposare un milionario” e “A qualcuno piace caldo”, grazie al quale vinse un Golden Globe.

Marilyn Monroe in “Giungla d’asfalto”

Fotografia di Macfadden Publications, da “Radio-TV Mirror” di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Dotata di una bellezza travolgente e di curve mozzafiato (96-58-91 le sue misure), la Monroe attirò presto l’interesse di uomini ricchissimi. Dopo aver divorziato dal primo marito James Dougherty, nel 1954 convolò a nozze con Joe DiMaggio, ex giocatore di baseball per i New York Yankees. Fu però una passione di pochi mesi, perché già alla fine dello stesso anno i due si separarono. DiMaggio e la Monroe rimasero comunque in rapporti amicali.

Nel 1956 l’attrice si unì al commediografo di origini ebraiche Arthur Miller, conosciuto sul set di una pellicola. I due provarono ad avere più volte dei figli, ma senza successo e, dopo essersi allontanati già nel 1958, divorziarono ufficialmente all’inizio del ’61.

Arrivò il fatale 1962, anno in cui la stella di Hollywood cominciò a soffrire di forti malesseri – insonnia, depressione e stati d’ansia – e prese a ingozzarsi di anfetamine e altri farmaci. L’anno precedente Marilyn Monroe si era anche sottoposta a un intervento chirurgico per una endometriosi e una colecistectomia e aveva passato un mese in una clinica per provare a curare la sua depressione.

Joe DiMaggio e Marilyn Monroe

Fotografia di Macfadden Publications New York, da “Radio-TV Mirror” di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Per la sua instabilità psicofisica, in quell’anno fu addirittura allontanata dal set del film, rimasto incompiuto, “Something’s Got to Give”. Una macchia nella sua carriera cinematografica, che l’attrice tentò di ripulire concedendo numerose interviste per spiegare l’accaduto e intavolando trattative per riprendere il suo posto nel cast della pellicola.

Intanto la donna aveva già fatto conoscenza con JFK – non è chiaro se i due si fossero conosciuti nella coda del matrimonio tra la Monroe e Miller o se avessero già avuto modo di presentarsi negli anni cinquanta – e i loro incontri cominciarono a diventare più frequenti, fin quando il presidente (insediatosi nel gennaio 1961 e regolarmente coniugato con Jacqueline dal 1953) non prese le distanze dall’amante e questa intraprese un nuovo rapporto con il fratello di John, Robert Kennedy, procuratore generale degli Stati Uniti d’America.

A quel tempo la cosiddetta maledizione dei Kennedy, la scia di eventi funesti che colpì familiari e conoscenti della potente stirpe americana, era già partita – erano di già morti tragicamente Joseph Patrick Jr. e Kathleen Agnes Kennedy, fratello e sorella del Capo di Stato –, ma in pochi parlavano della possibilità di un maleficio aleggiante sulla famiglia.

Arrivò la sera del 4 agosto 1962, poco più di due mesi dopo la sfavillante festa di compleanno di John Fitzgerald Kennedy. Marilyn Monroe si trovava in casa sua, al numero 12305 di Fifth Helena Drive, Los Angeles. Quella mattina aveva incontrato un fotografo della nota rivista per soli uomini “Playboy” per discutere dell’eventualità di un servizio fotografico, e nel pomeriggio telefonò a Joe DiMaggio jr., figlio dell’ex marito, che le parlò di una fidanzata con la quale aveva appena rotto. Il ragazzo non avvertì alcun allarme nella voce e nell’atteggiamento della donna.

Marilyn Monroe ne “Il principe e la ballerina” (1957)

Fotografia di Milton H. Greene di Pubblico dominio condivisa via Wikipedia

Nella villetta, a far compagnia alla Monroe, si trovava la domestica Eunice Murray, rimasta lì su consiglio dello psichiatra dell’attrice Ralph Greenson. Attorno alle tre e mezza del mattino, la domestica sentì uno strano silenzio nella casa e si accorse che Marilyn si era chiusa a chiave nella sua stanza da letto. Preoccupata, spiò all’interno della camera attraverso una finestra e vide la donna immobile sul letto, coperta da un lenzuolo. Avvertì immediatamente il dottor Greenson. Questi raggiunse presto l’abitazione e, forzando la finestra, irruppe nella camera constatando il decesso della celebre attrice.

Come riportò la stampa il 6 agosto, la Monroe fu trovata riversa, nuda sul letto e con il telefono in mano. Dall’esame autoptico condotto sul cadavere, il medico legale Thomas Noguchi concluse che la morte della stella di Hollywood doveva essere avvenuta tra le otto e trenta e le dieci e trenta della sera del 4 agosto, quindi il suo corpo sarebbe stato rinvenuto almeno cinque ore dopo il decesso.

Il coroner di Los Angeles dichiarò che si trattava di suicidio, in considerazione del difficile periodo che la donna stava traversando e soprattutto per via di precedenti intenzioni che la Monroe aveva esternato. Non fu trovato alcun segno di effrazione o oggetti esterni nella camera e fu esclusa l’ipotesi di un sovradosaggio accidentale perché la quantità di barbiturici ingerita era realmente impressionante, collegabile soltanto a una lucida intenzione di togliersi la vita.

Ciononostante, già dalla seconda metà degli anni sessanta, numerosi sospetti e teorie di complotto si sono concentrati attorno alla tragica morte dell’attrice, trentaseienne al momento del trapasso. Queste voci andarono intensificandosi negli anni settanta.

L’ipotesi più caldeggiata riguardò un coinvolgimento diretto dei fratelli Kennedy, che avrebbero deciso di far fuori la loro ex amante dopo che questa li avrebbe minacciati di svelare alcuni loro affari privati; altre trascinarono nel caso il controverso sindacalista Jimmy Hoffa e il boss mafioso di origini italiane Sam Giancana.

Fu così che nel 1982, vent’anni dopo la morte di Marilyn Monroe, il procuratore distrettuale della contea di Los Angeles riesaminò il caso, se ci fossero gli elementi per riaprire le indagini. Non fu trovata alcuna prova tangibile a sostegno dell’ipotesi che la celebre sex symbol – la prima della storia, come ebbe a definirla Marlene Dietrich – non si sia suicidata, ma fu uccisa da qualcuno.

Marilyn nell’iconica posa del film “Quando la moglie è in vacanza” (1954)

Fotografia di Metropolitan Transportation Authority of the State of New York c/o Sam Shaw condivisa via Wikipedia con licenza CC BY 2.0

Thomas Noguchi nell’83 scrisse un libro di memorie in cui parlò anche dell’autopsia condotta sul corpo dell’attrice affermando che dall’esame alcuni aspetti risultarono poco chiari: in primis trovò vuoto lo stomaco della Monroe e senza delle macchioline che avrebbero dovuto esserci in un caso del genere; poi non rinvenne alcun segno di aghi sulle braccia, nonostante la donna facesse regolari iniezioni. Il medico spiegò che i barbiturici ingollati dalla Monroe sarebbero stati assorbiti più rapidamente, in considerazione del passato da tossicodipendente dell’attrice, e che probabilmente la donna non si era sottoposta ad alcuna iniezione negli ultimissimi giorni e che quindi i possibili segni sulle braccia fossero scomparsi.

Noguchi concluse, dunque, confermando che con tutta probabilità, in quella casa al numero 12305 di Fifth Helena Drive, Marilyn Monroe si sia davvero suicidata. Semplicemente suicidata.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si occupa di editoria e giornalismo. È vicepresidente di Glicine associazione e rivista, autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".