“Come un sogno d’or

scolpito è nel core

Il ricordo ancor

di quell’amor

che non esiste più

 

Fu la sua vision

qual dolce sorriso

che più lieta fa

col suo brillar

la nostra gioventù

 

Ma fu molto breve in me

la dolcezza di quel ben svani

quel bel sogno d’or

lasciando in me il dolor.

 

Cupo è l’avvenir

sempre più tristi i dì

la gioventù passata sarà

rimpianto mi resta sol

sì rimpianto amaro e duol’ nel cor!

 

Oh raggio di sole

Sul mio cammino ahimè non brilli più.”

Non sono più molti a conoscere il testo di questa serenata, che pure un tempo apparteneva al repertorio di divi capaci di far scoppiare i teatri a ogni recital, come Beniamino Gigli o Giuseppe Di Stefano. Fu pubblicata per la prima volta nel 1900, non si sa bene se dall’editore musicale fiorentino Bratti o dalla tipografia Artale di Torino, visto che nei negozi di antiquariato si trovano esemplari di entrambe le edizioni. Il testo, come si può immaginare già dopo una semplice lettura, invecchiò abbastanza rapidamente, tant’è vero che, anche battendo a tappeto tutto il web, è difficile trovare notizie biografiche sul suo autore, il napoletano Alfredo Silvestri.

Molto più nota, ed eseguita ancora oggi, è la musica che lo accompagna, rimasta nell’immaginario collettivo di tutto il mondo, anche di quello che non sa una parola di italiano, grazie ai successi cinematografici interpretati dal tenore italoamericano Mario Lanza, per un breve periodo star hollywoodiana di singolari film musical incentrati sulla lirica. La musica era stata composta da un ragazzo prodigio di soli 17 anni, Enrico Toselli, ed esprimeva alla perfezione, con il suo tono struggente e malinconico, l’atmosfera crepuscolare cara agli artisti del tempo, perfettamente conservata nelle migliaia di versioni che le sono state dedicate nel tempo, utilizzando qualsiasi tipo di strumento e di formazione musicale.

Non a caso, il figlio di Toselli, morto nel 1969, pur essendo noto anche come violinista e antiquario dilettante, campò allegramente tutta la vita mantenendosi unicamente con le royalties incassate grazie a quest’unico pezzo del padre, perché il resto dell’opera di quest’ultimo era stato rapidamente (e forse immeritatamente) dimenticato dopo la sua precoce scomparsa.

Toselli, in realtà, in vita, aveva saputo gestire la propria fama in modo degno di un manager moderno. Protagonista di una storia di gossip che appassionò a lungo il pubblico del tempo, la capitalizzò fino al punto da dedicarle un libro, scritto in Francese (“Mari d’altesse: 4 ans de mariage avec Louise de Toscane, ex-princesse de Saxe”, tradotto in Italiano dalla Società Editoriale Italiana nel 1912 come “Il mio matrimonio con Luisa di Sassonia”), e poi addirittura un’operetta (“La principessa bizzarra” del 1913): da queste opere è stato tratto perfino un film del 1950, “Romanzo d’amore”, di Duilio Coletti, con Rossano Brazzi e Danielle Darrieux.

Del resto, lo scandalo destato dalla vicenda era stato tale da alienargli le simpatie di parecchio del pubblico che affollava i suoi concerti (era considerato uno dei più brillanti pianisti della sua generazione) e le esecuzioni delle sue prime opere, per cui qualsiasi cosa andava bene per sopravvivere. E, comunque, anche l’altra protagonista della vicenda, la ex principessa Luisa di Toscana, ex consorte del re di Sassonia, divenuta poi contessa di Montignoso, aveva già raccontato a sua volta la sua versione dei fatti (quelli concernenti Toselli ma soprattutto quelli precedenti al loro incontro) in un altro bestseller del tempo, intitolato “La mia storia”.

Andiamo allora a raccontarla in dettaglio, questa vicenda che fa pensare alla storia di una Lady D ante litteram, fortunatamente destinata a un finale meno tragico, cominciando dalla presentazione dei protagonisti.

Lui: Enrico Toselli, fiorentino, nato il 13 marzo 1883, pianista dal precoce talento, allievo prediletto di compositori abbastanza importanti da essere ricordati ed eseguiti ancora oggi, come Giovanni Sgambati e soprattutto Giuseppe Martucci. Reso famoso da tournées di successo che lo portarono fino al Nordamerica, apprezzato da tutti i membri delle case reali europee, presso le quali si esibiva privatamente spesso e volentieri. La regina Margherita ne amava in particolare l’opera giovanile “Il trionfo della fede”.

Amico anche di D’Annunzio e autore di un poema sinfonico ispirato al suo romanzo “Il fuoco”. Onnipresente nei “fogli d’album” (gli spartiti di composizioni brevi che i pianisti dilettanti eseguivano in casa per la famiglia o per gli amici, in ogni occasione possibile) del suo tempo, grazie alle tante romanze composte, sia sciolte sia come parte delle due operette (oltre a “La principessa bizzarra”, l’altra è “La cattiva Francesca”). Insomma, un ragazzo di talento e successo, letteralmente baciato da una meritata fortuna.

Lei: Luisa (usiamo solo il primo dei suoi 11 nomi!) d’Asburgo-Lorena, salisburghese ma di genitori italiani (Ferdinando IV, ultimo granduca di Toscana, e Alice di Borbone-Parma), nata il 2 dicembre 1870, già arciduchessa di Toscana e sposata dal 21 novembre 1891 al principe ereditario (e futuro ultimo re) di Sassonia, Federico Augusto della casata dei Wettin.

Federico Augusto III di Sassonia nel 1914:

Madre di ben 7 figli, i primi due addirittura nati nello stesso anno, il 1893, fatto che a quel tempo destò addirittura lo scandalo (Giorgio il 15 gennaio e Federico il 31 dicembre: da adulti, ormai detronizzati, sarebbero stati entrambi dei convinti antinazisti, specie il primo, divenuto sacerdote cattolico). Nel suo libro autobiografico, racconta peste e corna degli Asburgo, cui i Wettin erano molto legati (Francesco Giuseppe è dipinto come un avaro da caricatura e il suo erede Francesco Ferdinando come un burattino nelle mani della moglie) ma questo non è ancora nulla rispetto a ciò che afferma riguardo i Wettin stessi.

Luisa (ventenne con abito bianco sulla sinistra) con tutta la famiglia:

Il matrimonio con Federico Augusto, benché la rapida successione dei figli possa far supporre una soddisfacente intimità della coppia, era fallito perché Luisa mancava completamente della mentalità adatta a fare la regina o anche solo la principessa. Odiava tutto quanto sapeva anche alla lontana di pompa e di etichetta e voleva soltanto divertirsi e spendere allegramente, oltre al fatto che era abituata a trattare (e farsi trattare) con la massima confidenza dal personale di servizio e dalle persone comuni che riceveva in udienza e incontrava nelle occasioni ufficiali.

Luisa vestita da Maria Antonietta, con la quale si paragonava a causa dello sprezzo per l’etichetta di corte:

Quest’ultimo dettaglio appariva osceno agli altri reali ma piaceva molto ai sudditi. In breve, era diventata una “principessa del popolo”, la cui fama aveva finito per oscurare sia quella del marito sia soprattutto quella del suocero, il rigidissimo re Giorgio di Sassonia, che invece era convinto di dover imporre ai suoi sudditi la stessa rigorosa disciplina cui erano abituati i prussiani da lui tanto ammirati. I sudditi non ci pensavano neppure lontanamente, a scimmiottare il militarismo prussiano, e ovviamente gli preferivano di gran lunga la vivacissima nuora.

Sotto, Re Giorgio di Sassonia:

Finché Giorgio ne ebbe abbastanza dei pettegolezzi che circolavano sugli amanti con cui Luisa si sarebbe piacevolmente intrattenuta mentre Federico Augusto era impegnato in estenuanti esercitazioni militari e decise di sbarazzarsi di lei, facendola dichiarare inferma di mente e rinchiudendola nel manicomio di Sonnenstein, in Turingia. La decisione maturò in seguito a una pesante accusa mossa alla principessa da alcune dame di compagnia, quella di essere rimasta incinta della settima figlia da una relazione clandestina con il precettore francese dei suoi figli maggiori, André Giron, un giovane colto e affascinante.

Sotto, Luisa unita dalla stampa ad André Giron:

Ma qualcuno avvisò Luisa delle trame che si stavano preparando alle sue spalle e la principessa, nonostante la gravidanza già avanzata, dando alla vicenda un inaspettato colpo di scena, approfittò dell’occasione di una normale visita ai suoi genitori a Salisburgo per squagliarsela (insieme a Giron, con cui poi visse per qualche tempo) senza lasciare tracce, con l’aiuto del fratello Leopoldo Ferdinando (un altro tipetto dalla vita movimentata: amante di una prostituta, alcolista, tre matrimoni e due divorzi, in compenso bottegaio di successo di salami e olive dopo che l’esito della Grande Guerra azzerò le rendite di molti ex principi e reali). Questo avvenne il 9 dicembre del 1902.

Leopoldo Ferdinando, fratello di Luisa:

Giorgio approfittò della situazione per emanare prontamente (l’11 febbraio 1903) un decreto con cui concedeva il divorzio civile alla coppia, senza neppure che questa lo avesse chiesto. Per i cattolici (religione cui appartenevano entrambi i coniugi), però, questo divorzio non aveva nessun valore e infatti Federico Augusto, nei 29 anni che visse ancora, non si sposò più, ritenendosi sempre coniugato con Luisa.

Luisa con la famiglia nel 1901:

Luisa non rivide più i suoi 5 figli (una bambina era morta appena nata), che aveva lasciato alla corte sassone, fino al 1918, dopo la caduta delle monarchie austriaca e tedesca. Tuttavia, nei loro scritti autobiografici, tutti loro ricordarono la madre con affetto.

La vicenda non era però destinata a esaurirsi qui

Luisa, con il divorzio, perse tutti i suoi titoli e i relativi appannaggi. Per compensare in qualche modo, il padre, cui il Regno d’Italia permetteva ancora di farlo, la creò contessa di Montignoso (un paese che oggi è in provincia di Massa-Carrara). Si stabilì però a Firenze, dove il 3 dicembre 1906 conobbe Toselli.

Sotto, Ferdinando IV di Toscana:

Il musicista italiano, che era prossimo ai 24 anni (Luisa ne aveva 36), nel suo libro, descrive se stesso come un giovane molto sprovveduto, ed è probabile che non esageri, visto che la sua giovinezza era stata segnata dall’onnipresenza di una madre invadente, che era stata anche la sua prima insegnante di musica.

I suoi genitori però non trovarono nulla di disdicevole nel fatto che andasse a esibirsi privatamente nella casa della chiacchierata ex principessa, dopo averla frequentata fuori per qualche tempo (con tanto di corse spericolate in automobile alla folle velocità di 25 km/h nella campagna toscana, la versione del tempo di quelle più recenti in moto delle canzoni di Battisti, di Drupi e di innumerevoli altri; e lo scambio di appassionate lettere romantiche obbligatorio in questi casi), e nemmeno batterono ciglio nell’apprendere che la donna riceveva il suo ospite in tenuta molto informale, con abiti da casa o a piedi nudi, cose che per il galateo di quel tempo comportavano un notevole livello di intimità.

 

O forse Toselli evitò semplicemente di rivelare troppi dettagli, anche se poi avrebbe raccontato tutto nel successivo libro. Certo è che Luisa, nonostante la differenza di età e le numerose gravidanze vicinissime tra loro, che però non avevano lasciato quasi nessuna traccia, era decisamente una delle donne più attraenti del suo tempo:

Alta, atletica e con un personale che non passava inosservato

E lo lusingava in modo irresistibile.

Toselli, per gli standard dell’epoca, era anche lui un giovane di notevole fascino. Alto e sottile, di salute un po’ malferma, lineamenti gentili con il tocco virile dei baffi alla moda, lo sguardo trasognato e malinconico che si addice a un artista, pettinatura volutamente disordinata detta “alla Mascagni” (l’imitazione delle mode lanciate da altri artisti non è certo un fenomeno di oggi!), sempre elegantissimo e galante. Già di famiglia benestante, con i suoi concerti e le royalties delle sue composizioni guadagnava benissimo.

Comunque, stando a quello che lui stesso racconta, Luisa se lo cucinò a fuoco lento, come è costume delle più abili maliarde. Prima divennero amanti, poi lei tirò fuori una serie di dubbi e tormenti interiori dovuti al fatto che l’ex marito e l’ex suocero, dopo averla accusata davanti a tutto il mondo di aver concepito l’ultima figlia, Monica, in una relazione adulterina, ci avevano ripensato e ora pretendevano che la bambina (nata dopo la fuga della madre dalla corte sassone e sempre vissuta con lei) fosse restituita a Federico Augusto, che l’aveva riconosciuta come padre, arrivando al punto da farla pedinare da spie e forse perfino da sicari per intimidirla.

Anna Monika di Sassonia in una fotografia da ragazza:

La stampa riportava facilmente pettegolezzi sul rapporto tra la ex principessa e il musicista, e i reali sassoni andavano fuori della grazie di Dio. Perciò, Luisa diede inizio a un interminabile tira e molla in cui Toselli veniva di volta in volta invocato come unica ragione di vita o allontanato senza una ragione plausibile, finché il giovane andò in crisi e non riuscì nemmeno più a comporre musica o a preparare adeguatamente i suoi concerti.

L’unica soluzione sembrava quella di legittimare l’unione e quindi Toselli presentò a Luisa una proposta di matrimonio, prontamente accolta. I genitori del musicista ne rimasero a dir poco costernati, ma la sua volontà si rivelò irremovibile. Il matrimonio però non si presentava affatto facile, perché per la legge italiana Luisa era ancora sposata con il precedente marito, ragione per cui i due dovettero andare a sposarsi con un rito civile a Londra, dove bastava produrre una dichiarazione giurata per essere uniti nel matrimonio religioso anglicano, i cui effetti civili erano validi anche in Italia, il 25 settembre 1907. Per dare meno nell’occhio possibile, i due avevano viaggiato sotto nomi falsi, ma trovarono lo stesso uno stuolo di giornalisti a seguirli in ogni passo.

Per inciso, Toselli non sapeva una parola d’Inglese e non capì nulla di ciò che fu detto durante il rito

Tanto per complicare un altro po’ la situazione, all’atto del matrimonio, Luisa era già incinta di nuovo: il figlio di Toselli, Filiberto, sarebbe nato il 7 maggio 1908. Anche in vista di questo evento, la donna decise di cedere alle richieste dell’ex marito e il 26 ottobre 1907 spedì la piccola Monica (che non avrebbe mai più rivisto) in Sassonia.

Toselli, come dichiara senza mezzi termini nel suo libro, dal momento in cui rientrò in Italia, smise di essere un artista e cominciò a essere considerato un fenomeno da baraccone. Gli piovvero letteralmente addosso ancora più proposte di esibirsi di quante non ne ricevesse prima, ma sempre a patto che fosse puntualmente accompagnato dall’illustrissima moglie. A Luisa non sembrò vero di potersi esibire come primadonna in numerose serate teatrali, mentre Toselli dovette prendere atto che negli articoli giornalistici dedicati ai suoi concerti la qualità delle sue esibizioni cedeva puntualmente il passo alla descrizione delle spettacolari toilettes con cui la moglie si presentava.

Già, perché Luisa si considerava ancora una principessa e, in pubblico, pretendeva di essere sempre trattata come tale

Spendeva e spandeva senza sosta, a detta di Toselli, solo per il piacere di ricevere ogni sorta di salamelecchi dai negozianti e dagli altri clienti. Subito dopo il matrimonio, Luisa comunicò al marito che la corte di Sassonia aveva smesso di pagarle la sua rendita personale (che, essendo costituita dagli interessi sulla sua cospicua dote, apparteneva solo a lei e non era soggetta a limitazioni dovute alla fine del suo matrimonio) e ingaggiò diversi avvocati per opporsi a questo ingiustificato abuso (una costante della vita matrimoniale dei due sarebbe sempre stata l’assidua presenza di avvocati più o meno senza scrupoli al servizio dell’uno o dell’altra): ma, a Toselli, a un certo punto, venne il sospetto che la moglie stesse continuando a ricevere quei soldi, nascondendoglieli per poter spendere ancora di più senza essere controllata da lui. Nemmeno dopo la fine del matrimonio, il musicista riuscì a sapere se questo sospetto fosse fondato o meno.

Ma, nonostante disponesse di somme enormi, per il suo vizio di spendere senza criterio e soprattutto di spostarsi dappertutto in preda a una irrequietezza senza rimedio, costringendo il marito a continuare a pagare l’affitto di case occupate per periodi brevissimi e conti di alberghi di lusso, Luisa arrivò perfino a impegnare i propri gioielli per pagare i debiti, anziché farsi aiutare dai suoceri che erano stati sempre molto disponibili in tal senso, mandando su tutte le furie Toselli perché questo significava solo che la donna intendeva nascondere l’effettivo ammontare delle sue spese.

I dissapori di origine economica, però, non furono nulla rispetto alla divergenza di vedute su come crescere l’unico figlio, Filiberto, detto Buby. La madre era stata all’inizio entusiasta di procrearlo, al punto da allattarlo personalmente anziché darlo a balia, e la sua nascita aveva determinato quella che sembrava a tutti gli effetti la definitiva accettazione della tanto chiacchierata nuora da parte dei genitori di Toselli. I quali stravedevano per il bambino e, dal momento della sua nascita, si erano letteralmente stabiliti a casa del musicista.

Poiché, invece, a quanto pare, Luisa non li poteva soffrire, per lei erano stati una ragione in più per organizzare viaggi in tutta Europa, spesso in condizioni tali da far ammalare il bambino, continuamente sballottato su e giù tra treni, carrozze, automobili e alberghi, nonché affidato a istitutrici tedesche che pretendevano di allevarlo alla dura maniera prussiana, ad esempio forzandolo a mangiare (bloccandogli le braccia e la testa e chiudendogli il naso per costringerlo ad aprire la bocca) se faceva i capricci a tavola. A questo si deve aggiungere che spesso Luisa partiva o addirittura traslocava portandosi dietro il figlio senza dire nulla al marito, che scopriva di essere rimasto solo a casa solo quando, aprendo gli armadi, li trovava vuoti.

Ma le gocce che fecero traboccare il vaso, dopo una quantità innumerevole di litigi al calor bianco, provvisorie separazioni e brevi riconciliazioni, furono due. La prima, quando nel 1911 Toselli scoprì che Luisa aveva fatto testamento destinando quasi tutta la sua eredità ai figli rimasti in Sassonia e solo le briciole al piccolo Buby:

 
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Perché, spiegò lei, dei principi di sangue reale avevano molte più esigenze del semplice figlio di un borghese

La seconda, quando nello stesso anno uscì il libro di memorie di Luisa (che si considerava una scrittrice di talento e aveva provato a imporre dei propri libretti d’opera a Toselli affinché li musicasse, infuriandosi quando lui le aveva risposto che la metrica dei versi era così sconclusionata che non si poteva metterli in musica), scritto a quattro mani insieme a una eccentrica scrittrice inglese, Miss Ffoulkes. Il libro fu inizialmente pubblicato in Inglese a Londra, e Toselli ne ignorò il contenuto fino a quando i giornali italiani non ne parlarono, e allora scoprì che la moglie definiva apertamente il loro matrimonio il peggior errore della sua vita.

Sotto, il libro d’epoca di Luisa di Toscana “La mia storia”:

A quel punto, Toselli divenne cinico e spietato. Continuò a fingere di non sapere nulla ma, il 21 ottobre 1911, approfittando del fatto che Luisa era impegnata nella preparazione di un ennesimo viaggio, prese il piccolo Buby con la scusa di portarlo a passeggiare nel parco e insieme a lui si trasferì nella casa dei suoi genitori, abbandonando la moglie.

Luisa lo denunciò immediatamente per l’abbandono del tetto coniugale e il rapimento del bambino: ma già il 21 novembre la sua istanza fu rigettata dal tribunale di Firenze. Che il 9 aprile 1912 affidò definitivamente il bambino alla custodia del padre e dei nonni paterni. Il 9 giugno dello stesso anno i due si separarono legalmente. La madre conservò il diritto a incontrare liberamente il figlio quando lo avesse voluto, ma ne fece ben poco uso. Più tardi (ma dopo la pubblicazione del libro di Toselli) i due ottennero anche il divorzio.

Luisa se ne andò dall’Italia, trasferendosi a Bruxelles, dove visse con l’appannaggio che l’ex marito sassone non aveva mai smesso di pagarle, facendosi chiamare contessa d’Ysette, un titolo minore che aveva conservato. Morì in solitudine il 23 marzo 1947: furono i vicini, allarmati da un lungo silenzio, a scoprirne il corpo nel letto, alcuni giorni dopo il decesso.

Toselli, ottenuto il divorzio, si risposò dopo poco con una sua ammiratrice, la cantante Pia Santarini, vedova Pancerasi, con la quale sembra sia stato molto felice. Ma la sua salute, sempre malferma, era rimasta minata dalle vicissitudini della vita precedente. La tubercolosi di cui soffriva si aggravò, portandolo alla morte a Firenze il 15 gennaio 1926.

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Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.