Sono trascorsi circa 120 anni da quando un italiano, Luigi Luchéni (1873-1910), uccise l’Imperatrice Elisabetta d’Austria, assai più nota con il diminutivo di Sissi. Forse, fu proprio in virtù di quella morte così violenta che nacque il mito di questa sovrana malinconica, che non amava essere regina.

Elisabetta d’Austria nel 1855

Elisabetta, la regina ossessionata dalla sua bellezza, e Luigi Luchéni, un disgraziato che col suo gesto voleva “vendicare la sua vita” disperata, ancihé che “far avanzare la causa anarchica”: le loro vite si incrociarono il 10 settembre 1898, quasi per caso, sul lungolago di Ginevra. Non era Sissi la vittima predestinata: Luchéni, che da qualche tempo frequentava gruppi anarchici, coltivava l’idea di commettere un regicidio, per entrare a far parte della storia, lui che aveva sempre vissuto da “invisibile”, portandosi addosso il peso di un destino senza possibilità di riscatto.

In cerca di un personaggio d’alto rango, voleva trovare una possibile vittima nel catalogo degli ospiti illustri che soggiornavano nell’esclusiva località di villeggiatura di Évian-les-Bains, dove però non c’era nessuno che valesse il clamoroso gesto.
Seppe però che il Duca d’Orleans, pretendente al trono di Francia, sarebbe passato da Ginevra, e decise che Luigi Filippo d’Orleans era la vittima giusta. Sfortunatamente per Luchéni, e soprattutto per Sissi, il Duca partì per Parigi prima che l’anarchico potesse mettere in atto il suo proposito.

Era invece a Ginevra l’Imperatrice Elisabetta d’Austria, in incognito. Sissi amava viaggiare senza scorta, ed era accompagnata solo dalla contessa Irma Sztáray. Alle ore 13 del 10 settembre l’imperatrice stava affrettandosi sul lungolago per prendere un battello, insieme alla dama di compagnia, ma incontrò prima Luchéni, che aspettava il suo passaggio nascosto dietro un albero: celava in un mazzo di fiori una lama improvvisata. Era troppo povero per comprarsi una pistola, e perfino un pugnale: si arrangiò con una lima che aveva fatto affilare da un arrotino. L’arma risultò letale:

Un solo fendente raggiunse il cuore e fu sufficiente ad uccidere la donna


Sissi, che era caduta a terra per il violento urto, si rialzò per correre verso il battello che stava partendo, mentre Luchéni si allontanava. L’imperatrice perse i sensi solo dopo essersi imbarcata, e morì all’incirca un’ora dopo, dopo essere stata ricondotta al suo albergo. Intanto, alcuni passanti avevano fermato il giovane italiano, che poi spiegò i motivi del suo gesto con queste parole:

Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi

Luchéni nel momento dell’arresto


Certamente Sissi non incarnava la figura di una sovrana dispotica e disinteressata: mal sopportava la corte austriaca e il suo ruolo di imperatrice, sentendosi forse più vicina al popolo che ai nobili viennesi, anche se in realtà trascorreva le sue giornate tra cure di bellezza e attività fisica.

Ma la vita di Sissi a Luchéni non interessava, si trattava di un omicidio senza ragione, partorito dalla rabbia più che da una motivazione politica.


Ed è per dare un senso a quell’omicidio che Luchéni iniziò a scrivere le sue memorie, durante la detenzione nel carcere di Ginevra, dove doveva scontare la condanna all’ergastolo. Inizialmente voleva contestare l’etichetta di “criminale nato” che gli aveva affibbiato Cesare Lombroso, per poi trasformare il testo in un atto d’accusa verso la società, la vera colpevole del suo crimine. Lui era il figlio bastardo di una contadina emiliana e di un proprietario terriero, partorito a Parigi per evitare lo scandalo e subito abbandonato dalla madre, che emigrò negli Stati Uniti e non si fece mai più viva. L’infanzia di Luchéni fu un peregrinare fra orfanotrofi e famiglie che lo accoglievano solo per sfruttarlo, mandandolo a lavorare o a elemosinare. E’ il degrado fisico e morale che altera la personalità dell’individuo, che lo rende criminale: questa è la teoria esposta nella sua “Storia di un bambino abbandonato alla fine del 19° secolo, raccontata da lui stesso”. Fece in tempo a scrivere solo della sua infanzia, perché poi i manoscritti gli vennero rubati (ritrovati nel 1930 in mezzo a dei vecchi giornali), probabilmente su ordine del nuovo direttore del carcere, che si accanì contro di lui. In qualche modo, scrivendo, Luchéni si stava riappropriando della sua vita, che gli venne nuovamente portata via da un’autorità priva d’umanità.

Nel 1910 Luchéni si suicidò in carcere con la cintura dei pantaloni, circostanza che fa pensare in molti che sia “stato suicidato”. Ma non finisce così la storia dell’anarchico: gli tagliarono la testa, che venne conservata ed esposta in Svizzera immersa nella formalina, finchè non fu ceduta all’Austria nel 1998, nel centenario dell’assassinio.

Omicidio politico di un anarchico convinto, o gesto di rivalsa di un uomo provato dalla vita? Qualunque sia stata la motivazione di Luchéni, in un certo qual modo lui esaudì il desiderio di Sissi, che si augurava di “morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’estero.”

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.