Luigi Lucheni: la Storia dell’Anarchico che assassinò Sissi d’Austria

Sono trascorsi poco più di 120 anni da quando un italiano, Luigi Luchéni (1873-1910), uccise l’Imperatrice Elisabetta d’Austria, assai più nota con il diminutivo di Sissi. Forse, fu proprio in virtù di quella morte così violenta che nacque il mito di questa sovrana malinconica, che, forse, non amava essere una sovrana.

Elisabetta, la regina ossessionata dalla sua bellezza, e Luigi Luchéni, un disgraziato che col suo gesto voleva “vendicare la sua vita” disperata, e “far avanzare la causa anarchica”: le loro vite si incrociarono il 10 settembre 1898, quasi per caso, sul lungolago di Ginevra. Non era Sissi la vittima predestinata: Luchéni, che da qualche tempo frequentava gruppi anarchici, coltivava l’idea di commettere un regicidio per entrare a far parte della storia, lui che aveva sempre vissuto da “invisibile”, portandosi addosso il peso di un destino senza possibilità di riscatto.

La sua idea era quella di uccidere un ricco, colpevole di sperperare in faccia ai poveri che ancora morivano di stenti e di lavoro sottopagato

Sotto, il video racconto dell’articolo sul canale Youtube di Vanilla Magazine:

In cerca di un personaggio d’alto rango, voleva trovare una possibile vittima nel catalogo degli ospiti illustri che soggiornavano nell’esclusiva località di villeggiatura di Évian-les-Bains, dove però non c’era nessuno che valesse il clamoroso gesto. Seppe però che il Luigi Filippo Alberto d’Orléans, pretendente al trono di Francia, sarebbe passato da Ginevra, e decise quindi che il nobile era la vittima giusta. Sfortunatamente per Luchéni, ma soprattutto per Elisabetta d’Austria, il Duca partì per Parigi prima che l’anarchico potesse mettere in atto il suo proposito.

Era invece a Ginevra l’Imperatrice Elisabetta, ma in incognito. Sissi amava viaggiare senza scorta ed era accompagnata solo dalla contessa Irma Sztáray. Alle ore 13 del 10 settembre l’imperatrice stava affrettandosi sul lungolago per prendere un battello, insieme alla dama di compagnia, ma incontrò prima Luchéni, che aspettava il suo passaggio nascosto dietro un albero: celava in un mazzo di fiori una lama improvvisata. Era troppo povero per comprarsi una pistola, e perfino un pugnale: si arrangiò con una lima che aveva fatto affilare da un arrotino. Nonostante il mezzo improvvisato la sua punta risultò letale:

Luchéni vibrò un solo fendente, il quale raggiunse il cuore


Sissi, che era caduta a terra per il violento urto, si rialzò per correre verso il battello che stava partendo, mentre Luchéni si allontanava, scappando. L’imperatrice perse i sensi solo dopo essersi imbarcata, e morì all’incirca un’ora dopo, dopo essere stata ricondotta al suo albergo. Intanto, alcuni passanti avevano fermato il giovane italiano, che poi spiegò i motivi del suo gesto con queste parole:

“Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi”

Luchéni nel momento dell’arresto


Certamente Sissi non incarnava la figura di una sovrana dispotica e disinteressata: mal sopportava la corte austriaca e il suo ruolo di imperatrice, sentendosi forse più vicina ad alcune parti del popolo, non tutte, che ai nobili viennesi, anche se in realtà trascorreva le sue giornate tra cure di bellezza e attività fisica. Ma in fin dei conti non era la vita di Sissi che interessava a Luchéni: si trattava di un omicidio senza ragione, partorito dalla rabbia e dalla voglia di rivalsa più che da una chiara motivazione politica.


Ed è per dare un senso a quell’omicidio che Luchéni iniziò a scrivere le sue memorie, durante la detenzione nel carcere di Ginevra, dove doveva scontare la condanna all’ergastolo. Inizialmente voleva contestare l’etichetta di “criminale nato” che gli aveva affibbiato Cesare Lombroso, per poi trasformare il testo in un atto d’accusa verso la società, la vera colpevole del suo crimine.

Lui era il figlio rinnegato di una contadina emiliana e di un proprietario terriero, partorito a Parigi per evitare lo scandalo e subito abbandonato dalla madre, che emigrò negli Stati Uniti, o che fu costretta a emigrare, e non si fece mai più viva. L’infanzia di Luchéni, ma sarebbe più corretto dire “Luchini”, come il cognome della madre mal trascritto dall’anagrafe francese, fu un peregrinare fra orfanotrofi e famiglie che lo accoglievano solo per sfruttarlo, mandandolo a lavorare o a elemosinare. E’ il degrado fisico e morale che altera la personalità dell’individuo, che lo rende criminale: questa è la teoria esposta nello scritto di Luchéni “Storia di un bambino abbandonato alla fine del 19° secolo, raccontata da lui stesso”.

Fece in tempo a parlare solo della sua infanzia, perché poi i manoscritti gli vennero rubati (furono ritrovati nel 1930 in mezzo a dei vecchi giornali), probabilmente su ordine del nuovo direttore del carcere, accanito a morte contro l’anarchico. In qualche modo, scrivendo, Luchéni si stava riappropriando della sua vita, che gli venne nuovamente portata via da un’autorità priva d’umanità.

Nel 1910 Luchéni si suicidò in carcere con la cintura dei pantaloni, circostanza che fa pensare a molti che sia “stato suicidato”, come si dice per spiegare questi casi. Ma non finisce così la storia dell’anarchico: gli tagliarono la testa, che venne conservata ed esposta in Svizzera immersa nella formalina, finché non fu ceduta all’Austria nel 1998, nel centenario dell’assassinio dell’Imperatrice.

Si scrisse che fu un omicidio politico di un anarchico convinto, ma anche un gesto di rivalsa di un uomo provato dalla vita. Qualunque sia stata la motivazione di Luchéni, in un certo qual modo egli esaudì il desiderio di Sissi, che si augurava di “morire improvvisamente, rapidamente e se possibile all’estero.”

Chissà se Luchéni, figlio della strada di metà ‘800, avrebbe mai immaginato di diventare tanto celebre da finire sui libri di storia. Forse pensava di esser ricordato come un martire della causa anarchica, un paladino dei diritti del popolo, ma quel tipo di insurrezionalismo è durato solo per un brevissimo lasso di tempo, alla fine dell’800, per poi spegnersi definitivamente come un fuoco di paglia. Luchéni è oggi uno dei diversi anarchici di quel periodo che compì un atto simile, insieme a Gaetano Bresci, che uccise il Re d’Italia Umberto I, Leon Czolgosz che uccise il presidente statunitense William McKinley, oppure l’italiano Sante Caserio che uccise il presidente francese Marie-François Sadi Carnot.

Quell’epoca è ormai definitivamente tramontata, e l’ultimo “attentato”, se così lo vogliamo definire, a un governante italiano risale al 13 Dicembre 2009, quando Massimo Tartaglia colpì Silvio Berlusconi con una riproduzione del duomo di Milano. Berlusconi riportò la frattura del setto nasale e diverse escoriazioni, mentre il Tartaglia qualche anno fa è stato definito innocuo e rimesso in totale libertà. Altri tempi, altri governanti, altri attentatori.

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