Una legge che “vieta di morire” sembra uscita da una commedia dell’assurdo, ma è la strana e odierna realtà di Longyearbyen, la città più popolosa delle isole Svalbard. Nonostante possa sembrare pazzesco, la cittadina scandinava non è la prima della storia in cui la morte costituisce un tabù. Durante l’epoca dell’Antica Grecia, nel 426 a.C., l’isola di Delo fu purificata dalla morte: vennero esumati tutti cadaveri e portati nell’isola di Renea, dove furono sepolti in un’enorme fossa comune. Da allora venne proibito morire e partorire sull’isola sacra, e i malati e le donne incinte venivano fatti trasferire a Renea. Venti secoli più tardi, in Giappone, sull’isola di Itsukushima si applicò una simile politica, bandendo tutte le sepolture ed esiliando sulla terraferma anziani e malati terminali.

Oggi, 78 gradi a nord dell’equatore, nella città di Longyearbyen, più vicina al Polo Nord che a Oslo, il cimitero locale è chiuso e sono vietati funerali e sepolture. Jan Christian Meyer, professore all’Università di Scienza e Tecnologia di Trondheim, spiega:

Se sembra che tu stia per morire si farà ogni sforzo per inviarti sulla terraferma

La posizione di Longyearbyen:

Longyearbyen, uno degli insediamenti umani più settentrionali del globo, è abitato da circa 2.000 persone, e assomiglia ad un paese delle meraviglie artico quando l’aurora boreale crea spettacoli di luci di mezzanotte nel cielo sopra la città. Il terreno sotto al cielo di questo splendore artico è tutt’altro che magico:

Le temperature quasi sempre sotto zero mantengono il terreno nello stato di permafrost, congelando tutto ciò che esso contiene

Sotto, Aurora Boreale a Longyearbyen. Fotografia di Martyn Smith condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Negli anni ’50 gli abitanti scoprirono che il terreno costantemente ghiacciato impediva ai cadaveri di decomporsi, e molte delle persone sepolte rimanevano praticamente intatte. Alcuni decenni prima, in tutto il mondo, l’influenza spagnola era stata la più letale pandemia della storia dell’umanità, con decine di milioni di morti e il 5% della popolazione scomparsa nel giro di poco più di due anni. Almeno una dozzina di persone morì anche alle Svalbard, venendo sepolte nel cimitero di Longyearbyen.

Panorama della città:

Immagine di pubblico dominio via Wikipedia

Nell’agosto del 1998, 80 anni dopo che la pandemia di influenza spagnola aveva devastato il mondo, il dott. Kirsty Duncan dell’Università di Windsor condusse un team di scienziati nella regione. Esaminando i tessuti di una persona che morì in città in quel periodo, scoprirono che il suo corpo aveva preservato il virus dell’influenza spagnola dall’epoca della sua morte.

Sotto, la via principale di Longyearbyen. Fotografia di Dagny condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Per prevenire nuovi focolai di influenza spagnola, o di altre malattie, dal 1950 è quindi stato vietato morire ed essere sepolti a Longyearbyen

Nel caso in cui una persona raggiunga le condizioni che suggeriscano la morte imminente viene trasferito negli ospedali della terraferma, anche in aeroplano, dove potrà spirare in modo “libero”. Nel caso invece, non remoto, di morte accidentale o “imprevedibile”, il cadavere viene trasferito in Norvegia e sepolto in cimiteri aperti. Nel remoto caso in cui una persona voglia che i propri resti rimangano sulle isole Svalbard, ci si può far cremare e far spargere le ceneri sull’isola, ma è comunque necessario un permesso speciale delle autorità cittadine.

I cadaveri dell’antico cimitero sono stati tutti esumati e cremati, e oggi al loro posto si trovano soltanto le ceneri, ricordate da alcune croci simboliche:

Fotografia di Bjoertvedt condivisa con licenza Creative Commons via Wikipedia:

Sotto, il trailer di Fortitude, una serie che riflette in pieno l’atmosfera di quei luoghi remoti:

Fonti: Mirror, Daily Mail.

Matteo Rubboli
Matteo Rubboli

Sono un editore specializzato nella diffusione della cultura in formato digitale, fondatore di Vanilla Magazine. Non porto la cravatta o capi firmati, e tengo i capelli corti per non doverli pettinare. Non è colpa mia, mi hanno disegnato così...