Cosa hanno in comune l’austriaco Heinz Heger e il francese Pierre Seel? Un’esperienza devastante, un carico di ricordi difficili da sopportare, e il coraggio di mettere per iscritto, attraverso le loro personali vicende, la storia della persecuzione più ignorata durante gli anni del nazismo: quella degli omosessuali.

Alla fine del 1933 la prigione di Fuhlsbüttel (Amburgo) viene trasformata in campo di concentramento per oppositori politici, testimoni di Geova, persone di etnia rom e sinti, e altre categorie che il regime vuole rinchiudere, come gli omosessuali.

In quel campo alle porte di Amburgo non ci sono camere a gas, i prigionieri muoiono semplicemente per i durissimi lavori che devono compiere, intanto che aspettano di essere smistati in altri lager, come Buchenwald, Ravensbrück e simili. A Fuhlsbüttel gli omosessuali sono inizialmente contrassegnati con la lettera A (dove A sta per Arschficker: sodomita), poi sostituita con un triangolo rosa. Rosa, il colore femminile per eccellenza, era affisso sulla casacca dei gay come simbolo dispregiativo di una condizione ritenuta patologica.

Nel 1935, ancor prima di ufficializzare per legge la persecuzione contro gli ebrei, il governo nazista integra il già esistente “Paragrafo 175” sulle pene da comminare agli omosessuali: lavori forzati fino a dieci anni, o carcere in caso di circostanze attenuanti. E visto che “il vizio è più pericoloso tra gli uomini piuttosto che tra le donne”, le lesbiche sono sopportate fin quando non esibiscono la loro “diversità”. In quel caso subiscono una discriminazione di tipo diverso, non direttamente legata alla sessualità: nei campi di concentramento vengono contrassegnate con un triangolo nero, quello destinato agli “asociali”. Il nazismo capovolge quella tendenza liberale, quell’aria di tolleranza che si respirava fino ad allora in Germania, dove nel 1897 era nato il primo movimento di liberazione omosessuale, voluto dal medico ebreo Magnus Hirschfeld.

Tra il 1933 e il 1945 sono circa 60.000 gli uomini (quasi tutti di nazionalità tedesca) mandati in carcere con l’accusa di omosessualità, oltre a un numero sconosciuto internato in ospedali psichiatrici. Più o meno 10.000 di loro finiscono nei campi di concentramento: sono gli “omosessuali abituali”, considerati incurabili, a differenza di quelli ritenuti recuperabili, deviati da “cause ambientali”. Per questi ultimi il tempo trascorso in carcere o ai lavori forzati, l’accettazione della castrazione e “cure psichiatriche” potevano consentirne un recupero.

Il trattamento degli omosessuali finiti nei campi di concentramento è durissimo, secondo per crudeltà solo a quello riservato agli ebrei. La mortalità tra loro, rapportata a quella degli internati non ebrei, è la più alta: circa il 60% rispetto al 41% dei prigionieri politici e al 35% dei testimoni di Geova. Le cause di questa strage sono diverse: le botte e i durissimi e inutili lavori a cui sono costretti, come spostare a mani nude la neve da una parte all’altra del campo; l’isolamento all’interno dei lager, dove anche gli altri detenuti evitano i contatti con loro e talvolta si prestano a picchiarli; l’alto tasso di suicidi e, non ultima, la sperimentazione medica a cui sono sottoposti:

L’omosessualità è considerata una malattia e quindi occorre trovare una cura per preservare la razza ariana

In questo campo si distingue il dottore danese Carl Vaernet, specializzato in endocrinologia e convinto assertore delle cure ormonali. Secondo lui l’omosessualità è dovuta a una mancanza di testosterone, e si ritiene soddisfatto quando in uno dei suoi esperimenti riesce a far cantare le galline come fossero galli. Poi, dopo aver brevettato un ormone sintetico, passa alla sperimentazione umana, e nel 1942 riesce a “guarire” un uomo.

Il successo della terapia sarebbe dimostrato dal successivo matrimonio del paziente

Himmler, alla fine del 1944, è talmente entusiasta della “guarigione degli omosessuali” da assumere il medico, che prosegue i suoi esperimenti a Buchenwald su una quarantina di “omosessuali irrecuperabili”: due di loro muoiono poco dopo, e altri 11 qualche settimana dopo. Gli esperimenti sono talmente deludenti che il medico non ne parla con Himmler. Intanto però, a marzo del ’45, se ne torna in Danimarca, dove riesce a sfuggire al processo come criminale di guerra, forse grazie a importanti amicizie politiche e probabilmente anche ai contatti con alcune aziende farmaceutiche statunitensi, interessate ai suoi brevetti.

Finisce la sua vita indisturbato in Argentina (nonostante sia danesi sia britannici e statunitensi sapessero dove si trovasse), mantiene il suo cognome e apre uno studio medico dove continua le sue cure ormonali per guarire l’omosessualità. Muore nel 1965, ma ci pensa il figlio Kjeld Vaernet, neurochirurgo, a proseguire la sua opera, collaborando con il medico statunitense Walter Freeman, insieme al quale prende in considerazione l’idea di lobotomizzare gli omosessuali.

La liberazione dal nazifascismo non significa automaticamente liberazione degli omosessuali, che non solo non ricevono nessun risarcimento dal governo tedesco, ma vengono direttamente trasferiti nelle carceri nazionali: il reato contemplato nel Paragrafo 175, e le pene previste, rimarranno in vigore per altri ventiquattro anni.

Si capisce allora perché i gay scampati ai campi di concentramento abbiano taciuto per decenni: “Sul fenomeno della persecuzione degli omosessuali è caduta una vera e propria coltre di silenzio” (Massimo Consoli, Homocaust).

Heinz Heger, che in realtà si chiama Joseph Kohout, è il primo a parlarne, nel 1972. Scrive il libro Gli uomini con il triangolo rosa, dove racconta la sua storia.

Vive a Vienna Joseph, e si disinteressa di politica, ma fa l’errore di frequentare il figlio di un gerarca nazista. Nel 1939, quando la Gestapo scopre un affettuoso biglietto inviato all’amico, lo arresta e lo condanna a sei mesi di carcere. Suo padre, cattolico osservante, non regge allo scandalo: dopo essere stato licenziato si suicida. Alla fine dei sei mesi Joseph, anziché essere scarcerato, viene spedito al campo di concentramento di Sachsenhausen, dove riesce a cavarsela grazie a “un rapporto di convenienza per ambo le parti”, quello con un Kapò. Sopravvive anche all’internamento a Flossenbürg, dove sarebbe probabilmente morto se non avesse goduto della protezione di una guardia delle SS.

Perché è vero che l’omosessualità è un reato punito duramente, ma all’interno dei lager è comunque praticata

Sopravvive alla marcia della morte verso Dachau e riesce a rientrare a Vienna, dove il governo gli nega il risarcimento previsto per chi è stato detenuto nei lager. L’unica cosa che riesce ad ottenere è un buono per comprarsi un fornello a gas.

Heinz Heger/Joseph Kohout, dopo quasi trent’anni dalla persecuzione subita, è la prima persona che decide di squarciare il velo di silenzio su quel tema fino ad allora ignorato, quando non volutamente censurato, dalla storia e dalle associazioni stesse degli ex-deportati.

Dopo dieci anni, nel 1982, anche Pierre Seel, internato per la sua omosessualità nel 1941, decide di raccontare la sua storia, dopo aver assistito, quasi per caso, alla presentazione del libro di Joseph Kohout.

Arrestato insieme ad altri gay a Mulhouse, in Alsazia, Seel viene picchiato, torturato e poi mandato al campo di concentramento di Schirmeck. E’ il maggio del 1941, e lui ha appena 17 anni. Una mattina, mentre i prigionieri sono radunati per l’appello, il comandante del lager avvisa tutti che stanno per assistere ad un’esecuzione. Le guardie portano fuori un ragazzo, gli mettono in testa un secchio di ferro, e gli aizzano contro i loro cani, che lo ammazzano a forzi di morsi. Steel assiste con orrore alla raccapricciante morte di quel ragazzo,  Jo, che è il ragazzo che lui ama e con il quale, prima del suo arresto,  aveva intrecciato una relazione.

Vederlo nel campo è una sorpresa, perché Seel non sapeva del suo arresto e della deportazione. La scoperta avviene in quel tragico modo: Jo muore dilaniato, mentre le sua urla sono amplificate e distorte dal secchio. Seel, pietrificato dall’orrore, non ricorda quale fosse la motivazione della condanna a morte di Jo.

Seel invece si salva, costretto a combattere in Russia nelle fila dell’esercito tedesco.

Quando torna in Francia non fa parola con nessuno di quello che è stato costretto a subire. Si sposa e ha tre figli, ma quella ferita mai completamente guarita si riapre nel 1982, quando il vescovo di Strasburgo si lascia andare ad attacchi omofobi. Decide di raccontare quel terribile segreto, custodito chissà a quale prezzo. Ma Seel continua a pagare anche dopo: la sua famiglia non approva quelle rivelazioni, e lui non può più nemmeno frequentare i suoi nipoti. A quel punto decide di andare avanti fino in fondo, e lotta per vedersi riconosciuto dal governo francese lo status di “vittima omosessuale”.

Grazie a lui anche le associazioni di ex- deportati ed ex-partigiani hanno tardivamente iniziato ad accettare la presenza di movimenti gay alle celebrazioni di commemorazione delle vittime del nazismo.

Solo nel 2002 sono arrivate le scuse ufficiali del governo tedesco alla comunità gay. Meglio tardi che mai…

Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.

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