Non molte opere letterarie possono contare su di un destino tanto fecondo.

Ascrivibile al rango di uno dei più grandi classici della letteratura, come nei casi di Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, Madame Bovary o Anna Karenina, “Lolita” è una grande storia d’amore, passione, gelosia e sofferenza; è un’opera dal sapore indimenticabile, un’esperienza capace di essere impressa con cocente suggestione nella memoria di ogni lettore.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia

Così Humbert, il protagonista della grande opera letteraria dello scrittore russo Vladimir Vladimirovič Nabokov, si avvia a confessare ai lettori, con straziante incedere, la verità dei suoi misfatti. Nato a Pietroburgo da una famiglia di nobili origini, lo stile di Nabokov riflette una palpabile matrice russa, pervasiva di molte delle sue opere, presentandosi sotto la veste di una sublime e particolare percezione del dramma.

Abbandonata la Russia dopo la Rivoluzione del 1917, lo scrittore visse a lungo in Europa e negli Stati Uniti, dove avrebbe iniziato a scrivere in inglese, traducendo in questa lingua anche molte delle opere da lui in passato composte.

Un fermo immagine dal film Lolita, di Stanley Kubrick

Di sé diceva:

Penso come un genio, scrivo come uno scrittore brillante, e parlo come un bambino

Artista poliedrico, è interessante immaginarlo in uno dei suoi pomeriggi, con una retina in mano, immerso in una delle sue più grandi e peculiari passioni: le farfalle.

Il bocciolo di “Lolita” aveva già fatto il suo ingresso nei meandri della geniale mente dell’artista, traducendosi in seguito (nel lontano 1949) in un piccolo racconto, condensato in una trentina di pagine, ancora spoglio delle grandi ali che, di lì a poco, nella sua rinnovata versione, avrebbe avuto. Come lo stesso Nabokov racconta in postfazione, il primo palpito di “Lolita” sarebbe stato da ricondurre ad un peculiare episodio di cui egli venne a conoscenza tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940, nel periodo in cui una violenta nevralgia lo relegava a letto.

Il giornale di Parigi aveva pubblicato difatti in quei giorni un’incredibile notizia. Nello Zoo di Parigi, una giovane scimmia, sotto la spinta di alcuni scienziati, avrebbe realizzato uno schizzo a carboncino dall’evocativa essenza. Il primo disegno mai prodotto da un animale sarebbe stata la triste rappresentazione della gabbia che lo comprimeva trafiggendone la libertà, di quelle sbarre che inamovibili ne sancivano la prigionia.

Questo episodio deve aver creato nella mente di Nabokov, una prima connessione mentale col germoglio di “Lolita”, la grande opera che la sua penna attendeva di imprimere su carta. Come quella scimmietta dello zoo di Parigi, anche il romanzo Nabokov ci parla di una forma di prigionia, quella della sua giovane protagonista:

Dolores Haze, Lolita, vittima dell’ossessione di un uomo mezza età, il professor Humbert

Un fermo immagine dal film Lolita, di Stanley Kubrick

Quando il lettore si avvicina per la prima volta a “Lolita”, basandosi sul discutibile impianto della sua trama, spesso ha la sensazione di avvicinarsi a un qualche cosa di scabroso o perverso. Qualcosa di macchiato dalla volgarità e dalla riprovevole sostanza. Ebbene il lettore che sfugge al banale abbaglio e si apre a quest’opera assaporandone le parole, rischia di scoprire un mondo di sfumature e sapori che, incuranti di ogni ratio, si imprimono indelebili nella memoria.

Allo scoccare della sua pubblicazione, avvenuta a Parigi nel 1955, la criminosa passione narrata da Nabokov provocò sconcerto nell’opinione pubblica del tempo (il romanzo, scritto in inglese, venne tradotto in Russo almeno dieci anni dopo).

Nabokov è stato capace di realizzare un classico che ha il potere di infrangere e superare il mero tema della “relazione proibita”; egli ha composto ogni passaggio con un linguaggio fecondo e ispirato, avvalendosi di parole che fluttuano corpose come colori, dosando e mescolando con geniale maestria ogni tonalità e percezione, ricreando paragrafo dopo paragrafo, evocativi paesaggi narrativi, capaci di potenti e vibranti sensazioni.

Una scena dal film Lolita di Adrian Lyne – 1997

Così, con magistrale eleganza e cura, Nabokov ci racconta una storia d’amore folle, una relazione torbida e distruttiva, la passione malata di uomo per la sua giovanissima ninfetta.

Pagina dopo pagina il lettore è assorbito dalle dichiarazioni di Humbert che si racconta, nello spasimo del suo morboso patimento, con un linguaggio sofisticato e a tratti delirante, in un’ode perversa ma dalle paratie meravigliose.

Un fermo immagine dal film Lolita, di Stanley Kubrick – 1962

Tutto inizia con Annabel Leigh, in essa Humbert riconosce il suo primo grande amore.

La sua morte prematura crea una frattura nell’animo di Humbert, distruggendo l’impalcatura del suo cuore e della sua mente, sancendo di fatto la relegazione di Humbert ai confini di un mondo in cui, silenzioso, si sarebbe sedimentato il germe di un morbo dal sapore impronunciabile. Quando Humbert vede Lolita per la prima volta, ogni elemento del suo cuore ormai sradicato torna a vibrare violentemente in lui che, ormai uomo di mezza età e dall’apparenza rispettabile, gestisce con goffaggine e impaccio ogni vicinanza con la musa dei suoi desideri.

“Un uomo normale davanti alla fotografia di un gruppo di donne se dovesse indicare la più bella, non è detto che sceglierebbe la ninfetta. Non bisogna essere artisti, folli, bisogna essere pieni di vergogna di malinconia, di disperazione, per riconoscere in mezzo alle altre, il micidiale demonietto. Spicca tra le ignare compagne, inconsapevole anche lei del proprio fantastico potere”.

Una scena dal film Lolita di Adrian Lyne – 1997

Nello sviluppo di questa vicenda, Humbert strappa la sua ninfetta, Lolita, alla vita e alla luce della sua giovinezza, ottenendo con la morte della di lei madre il pieno controllo sulla sua vita e sulle sue speranze.

Per lui ogni viaggio, ogni soggiorno in una città, o in uno stato diverso, non sono altro che il tentativo di mantenere intatta la sua delittuosa illusione amorosa. Una fuga forsennata dalla società che avrebbe potuto smascherarlo e dall’uomo che improvvisamente sembra imporsi sulle loro tracce, il misterioso Clare Quilty, ma anche una disperata lotta per cercare di celare e poter tener viva un istante di più la turpe relazione, trovando vita, un giorno ancora, nel pallido viso della sua appassita ninfetta.

Un paradiso coperto dal cielo dell’inferno, ma sempre un paradiso

Pur usando ogni stratagemma, Humbert non otterrà mai l’amore di Dolores-Lolita. Ella scappa con un altro uomo di mezza età, il famoso Clare Quilty, colui che a lungo li aveva inseguiti nella loro fuga.

Clare Quilty. Trattasi questa volta di un mercante di fanciulli, un uomo che anela le più disgustose bassezze. Quando Humbert scopre che la sua Lolita è fuggita, impazzisce di dolore e si immerge, senza successo, in una febbrile insaziabile ricerca della sua amata ninfetta. Quando dopo anni egli la reincontra, ella non fa alcun mistero del fatto che l’unico suo vero amore fosse stato il maniaco, il riprovevole Quilty, a cui ella, di propria volontà, si era consegnata.

Così Humbert, raccolti i cocci della sua esistenza, demolito dalla sua stessa colpa e dalla comprensione che la sua amata Lolita non sarà mai più al suo fianco, mette in atto l’ultima missione: l’agognata vendetta contro l’uomo che impunemente gli aveva sottratto la sua Lolita, serrando con un pathos devastante, l’ultimo terribile atto.

Un fermo immagine dal film Lolita, di Stanley Kubrick – 1962

Struggente, in ogni suo verso. Questa ode d’amore che Nabokov, tramite le parole di Humbert, si prodiga a raccontare, mescola i resti di una passione distorta, alienante, mortale, ma pur sempre immensamente magnifica in ogni sua sfumatura.

Il libro venne trasposto su grande schermo grazie a ben due grandi versioni cinematografiche, di cui la prima nel 1962 a firma di Stanley Kubrick. Questa creatura, la ninfetta, è immortalata nell’immaginario collettivo anche dalla trasposizione cinematografica del 1997 di Adrian Lyne, dove alla magistrale interpretazione dell’attore Jeremy Irons si aggiungono le indescrivibili colonne sonore di Ennio Morricone.

Fare uscire nelle sale un film dal tema tanto delicato quanto la passione tra una giovane di 12 anni e un uomo molto più anziano (25 anni di differenza), non è impresa da tutti i giorni, e non pochi furono gli ostacoli posti per l’uscita nelle sale. In entrambi i film, i registi dovettero alzare l’età di Lolita; a 14 sotto la regia di Adrian Lyne e a 16 anni nella versione di Kubrick.

Adrian Lyne vide inoltre in Jeremy Irons l’unico possibile interprete del personaggio di Humbert, il quale accettò di interpretare un ruolo tanto complesso e peccaminoso solo in seguito alle continue insistenze del regista. La scelta fu vincente, e lo stesso Irons ebbe modo di appropriarsi e di apprezzare questo ruolo con una sensibilità e delicatezza dell’indimenticabile risultato artistico.

“Lolita” non è solo un’opera letteraria dipinta dalla mano di un maestro del racconto, ma è anche un concetto entrato fascinosamente nel costume e nella società contemporanea. Nel dizionario odierno rappresenta la fanciulletta che incita, con i suoi atteggiamenti precocemente provocatori, una malsana attrazione negli uomini più maturi.

“Lolita” è anche nelle canzoni di famose artiste che, un po’ per diletto o un po’ per moda, in essa si identificano, da Marylin Monroe a Lana Del Rey; riproponendo l’immagine della giovane invaghita di uomini adulti, inconsciamente recepiti come palliative figure paterne.

Sotto, edizione del ’59 del libro:

Questo classico capace di aprire un dialogo diretto con il cuore di ognuno è probabilmente uno dei pochi rari romanzi in cui il lettore termina la lettura percependo una persistente sorta di empatia verso colui che verrebbe normalmente definito un mostro.

E pensare che se oggi siamo a conoscenza di questo classico dal valore inestimabile, è anche per merito della moglie di Nabokov, Vera, che gli impedì di bruciare le bozze incomplete dello scritto.

Immagine di pubblico dominio

Questo classico rischiò inoltre di non vedere mai la luce per via di un tortuoso processo di sbarramento ad ogni tentativo di pubblicazione, posto da molte delle case editrici a cui Nabokov si era rivolto.

In particolare, crea stupore immaginare quella casa editrice che con tanto di lettera scritta gli suggerì di seppellire il romanzo, definito a tratti nauseante, sotto una pietra, gettandolo nell’oblio per almeno mille anni.

Sotto, la fotografia della prima edizione:

Nonostante ciò Nabokov si armò di inventiva e si rivolse a una casa editrice francese, la Olympia Press, riferimento per molti artisti limitati altrove dalla forte censura. E così Lolita divenne un caso letterario, e quale gioia dovette essere per Nabokov sapere che il tanto ostacolato romanzo era ora invece definito dal Sunday Times di Londra come uno dei migliori dell’anno.

“La guardai. La guardai. Ed ebbi la consapevolezza, chiara come quella di dover morire, di amarla più di qualsiasi cosa avessi mai visto o potuto immaginare. Di lei restava soltanto l’eco di foglie morte della ninfetta che avevo conosciuto. Ma io l’amavo, questa Lolita pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro. Poteva anche sbiadire e avvizzire, non m’importava. Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del suo caro viso”.

Sotto, l’edizione moderna del libro, disponibile su Amazon:

 

Giada Costanzo
Giada Costanzo

Appassionata di arte, letteratura, cinema e fotografia, esprimo la mia creatività fra pittura, design e produzione di abiti. Amo le “antichità” sotto ogni forma e sfaccettatura. Ricerco le storie dimenticate della gente più comune e ammiro l’umanità che è nella persone più semplici.