Uno dei cliché più sfruttati, specie nell’ambito televisivo, è quello dello scrittore di gialli coinvolto in trame criminose nella realtà. Un certo tipo di pubblico lo trova rassicurante, evidentemente perché si è affezionato ai personaggi; un altro tipo lo trova assolutamente detestabile e lo evita come la peste bubbonica.

In genere, al secondo gruppo appartiene il pubblico più esperto, e quindi più esigente. Se si fa un giro sui gruppi social di appassionati di gialli, è raro trovare qualcuno che sia entusiasta della più celebre serie del genere, “La signora in giallo”, interpretata da Angela Lansbury, benché questa sia opera dei più abili specialisti del settore (innanzitutto William Link e Richard Levinson, già autori di “Colombo” e di “Ellery Queen”): se la si nomina, in genere, è solo per fare dell’ironia.

Angela Lansbury, interprete di Jessica Flecther

Immagine di Alan Light via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

Dunque, chi ne sa appena qualcosa di fatti criminali parte dal presupposto (sicuramente corretto) che un conto sono i delitti sulla carta e un altro i delitti reali.

La questione, oggi, non è considerata importante, ma va sottolineato come le cose non siano andate sempre così. Prima che arrivassero i fumetti, poi la televisione e infine i videogiochi a guadagnarsi la vetta in questa singolare classifica, la lettura di libri gialli era considerata una cosa altamente diseducativa, capace di condurre i giovani, con il proprio cattivo esempio, alle pratiche criminali.

Oggi un’idea del genere fa sorridere ma nel 1941, in Italia, la pubblicazione e la vendita di romanzi gialli fu espressamente vietata da una circolare del Minculpop (Ministero della Cultura Popolare), dopo un fatto di cronaca nera apparentemente senza importanza: alcuni studenti, arrestati dopo aver svaligiato un appartamento, dichiararono di aver preso ispirazione da un romanzo che avevano letto. Va aggiunto che il Minculpop non aveva mai guardato ai romanzi gialli con particolare simpatia, sia perché erano in gran parte prodotti anglosassoni, sia perché l’eventuale ambientazione italiana avrebbe contraddetto la narrazione ufficiale di Paese in cui la delinquenza non esisteva nemmeno, portata avanti dalla propaganda di regime. Infatti, i non molti scrittori italiani di gialli erano costretti a sottostare a regole censorie che superano ampiamente il limite del grottesco: ad esempio, i colpevoli dei delitti potevano essere solo stranieri. Anche i romanzi di autori esteri subivano pesanti modifiche, nel caso ci fossero criminali di origine italiana (un caso per tutti: Assassinio sull’Orient Express, pubblicato nel 1935)

In Italia, si poté tornare a pubblicare e vendere libri gialli solo dal 1946 (anche se, nel frattempo, alcuni editori continuarono a pubblicarli, spacciandoli per romanzi d’avventura).

Nel 1959 la questione fu riproposta (da una campagna di stampa del “Secolo d’Italia”), dopo un altro caso criminale, un omicidio avvenuto a Torino il cui autore (certamente uno psicopatico) scrisse alla polizia una lettera, nella quale spiegava dove trovare il cadavere, firmandosi “Diabolich” e, secondo l’opinione generale, prendendo ispirazione da un romanzo di un certo successo firmato dal giornalista Italo Fasan con lo pseudonimo americaneggiante Bill Skyline, intitolato “Uccidevano di notte”, nel quale compare un serial killer che scrive alla polizia e si firma “Diabolic”.

Copertina di Uccidevano di Notte

Fortunatamente i tempi erano cambiati e nessuno prese sul serio un’idea tanto ridicola.

Il fatto fu anche parodiato in un famoso film di Totò (“Totò Diabolicus”, 1962) e forse contribuì a ispirare il nome del celebre personaggio dei fumetti creato dalle sorelle milanesi Angela e Luciana Giussani nel 1962, Diabolik.

Dunque, sembra che al massimo gli scrittori di gialli possano intervenire ex post nei delitti, ad esempio scrivendo un libro su qualche caso criminale importante. Lo hanno fatto in molti, spesso con notevole successo. Ad esempio, l’ex poliziotto Joseph Wambaugh. Oppure Carlo Lucarelli che, insieme a buoni libri, dai casi reali ha tratto anche ottime trasmissioni televisive.

Ma poi ci sono anche i casi (pochi, pochissimi) in cui un autore di gialli è stato davvero coinvolto, suo malgrado, in un delitto. E le cose non sono andate esattamente come vanno nei romanzi, nei quali i colpevoli finiscono quasi sempre smascherati e assicurati alla giustizia.

Tra questi casi, quello più significativo ha coinvolto Lois Duncan.

Lois Duncan nel 1950

Immagine di pubblico dominio

Lois Duncan è stata un’autrice prolifica e versatile ma non famosissima in Italia. Spesso ha scritto storie con al centro figure di adolescenti e, per questo, è finita relegata nel genere “young adult”. Nel nostro Paese sono stati tradotti solo tre dei suoi romanzi, tutti legati a film di successo: “So cosa hai fatto”, “Dark Hall” e “Uccidiamo Mr. Griffin”. Il terzo è passato quasi in sordina, anche se si tratta di un’opera molto lodata dalla critica, perché narra una vicenda molto scabrosa, quella di una banda di ragazzi che sequestra un insegnante troppo severo, per intimidirlo, e finisce per provocarne la morte accidentale.

Certi temi sembrano infatti rappresentare dei tabù. Il cinema se ne interessò subito ma la versione appariva difficile da realizzare senza incorrere in pesanti censure, al punto che ci sono voluti quasi 20 anni per ricavarne almeno un tv movie, sia pure di grande successo e trasmesso anche dalla Rai (“L’ultima lezione del professor Griffin”); per dare un’idea della difficoltà a trattare il tema, questo tv movie ha a sua volta ispirato un film commedia che ne fa la parodia, “Teaching Mr. Tingle”, con l’istrionica Helen Mirren nei panni di una professoressa cattivissima che finisce sequestrata dai suoi studenti, la cui distribuzione è stata però limitata e ritardata dal fatto che, contemporaneamente, c’era stata la strage del liceo di Columbine.

Al di là di queste circostanze, sia pure molto interessanti e significative, quella di Lois Duncan appare come una tipica storia americana.

Nata nel 1934 in Florida, figlia di un fotografo, gli studi abbandonati per sposarsi a 19 anni, il divorzio dopo la nascita di tre figli, le prime esperienze letterarie come giornalista di periodici femminili e autrice “rosa”, un nuovo matrimonio con un ingegnere e altri 2 figli, l’università ripresa con i corsi serali, il lavoro da insegnante, il successo come scrittrice che arriva piano piano. Sembrerebbe, secondo i nostri standard, quasi una favola. E fino al 1989, indubbiamente, lo è.

Lois Duncan col secondo marito e i tre figli nati dal primo matrimonio

Immagine di pubblico dominio

Poi succede qualcosa che cambia tutto.

Succede ad Albuquerque, nel New Mexico, dove Lois si è trasferita dopo il secondo matrimonio e insegna all’università locale, facoltà di Giornalismo.

La più giovane dei figli di Lois si chiama Kaitlin Arquette, è nata nel 1971 ed è sempre stata una bravissima ragazza, per di più eccellente studentessa. Nell’estate del 1989 ha appena preso la Maturità e si sta preparando a cominciare gli studi universitari di Medicina.

Kaitlin ha trascorso la serata a casa di un’amica, a guardare un film in videocassetta. Verso le 23 del 16 luglio sta tornando a casa nella sua auto, una Ford Tempo. Anche se non c’è per niente traffico, quando si imbatte in un semaforo rosso, si ferma.

Appena scatta il verde, mentre sta ripartendo, le si affianca un’altra auto. Non si sa quante persone ci siano a bordo. Da quell’auto partono due revolverate che la colpiscono alla testa. Kaitlin perde il controllo della sua vettura, che sbanda e va a sbattere contro un palo, mentre la macchina degli assassini si allontana.

La zona è talmente deserta che nessuno ha visto o sentito nulla. Però, dopo qualche minuto, passa un’auto della polizia di pattuglia e vede la Ford Tempo contro il palo. Gli agenti chiamano un’ambulanza, pensando a un incidente. Solo quando i parasanitari vanno a estrarre Kaitlin dall’abitacolo, ci si accorge delle due ferite da arma da fuoco al volto.

La ragazza è viva, ma uno dei proiettili ha raggiunto il cervello. La ricoverano d’urgenza al policlinico cittadino, lo stesso che avrebbe dovuto frequentare da studentessa. Viene tentato un disperato intervento, ma non serve a nulla. Nel pomeriggio del 17 luglio, Kaitlin muore.

La città è sotto choc. Il caso viene affidato a un esperto detective della polizia, Steve Gallegos. Gallegos parte da quelli che erano più vicini a Kaitlin, innanzitutto il suo ragazzo, con il quale era andata a vivere da poche settimane. Ha una decina di anni più di lei, si chiama Dung Nguyen, ed è un vietnamita fuggito da Saigon durante il ritiro delle truppe americane nel 1976. I Duncan lo hanno quasi adottato. Nguyen ha un solido alibi e risulta negativo allo stub, quindi viene scagionato.

Poi, il 22 luglio, tenta il suicidio, accoltellandosi ripetutamente. Viene salvato per miracolo. Quando Gallegos lo torchia di nuovo, Nguyen fa una serie di rivelazioni. Innanzitutto, Kaitlin stava per lasciarlo. Poi, che la loro storia era andata in crisi dopo che lei aveva scoperto che lui era implicato, insieme ad altri vietnamiti, in un giro di frodi assicurative.

E c’è anche un altro dettaglio che non torna. Nguyen, prima di andare in ospedale, la notte del 16 luglio, ha telefonato a un’amica di Kaitlin per avvisarla del fatto. Ma, secondo quanto riferisce questa amica, la telefonata di Nguyen le è arrivata prima che la polizia lo avvisasse di ciò che era accaduto.

Un altro particolare, ancora più inquietante: mentre Nguyen era in ospedale ad assistere all’agonia di Kaitlin ed è stato visto da tutti, dal suo appartamento sono partite tre telefonate per altrettanti numeri riservati. Le insistenze di Gallegos portano Nguyen a rivelare che le telefonate sono state fatte da un suo amico, pure coinvolto nelle frodi assicurative. Ma non dice a chi le ha fatte.

Gli elementi a disposizione non sono sufficienti per incriminare o anche solo fermare Nguyen. Il vietnamita è libero e, appena dimesso, se la squaglia e sparisce dal New Mexico.

I Duncan, disperati, protestano inutilmente contro l’inerzia della giustizia e finiscono per rivolgersi a dei “sensitivi” che, ovviamente, spillano loro un sacco di soldi, senza condurli a nulla.

Il detective Gallegos, invece, segue un’altra pista e questa lo porta ad arrestare due giovani teppisti di origine messicana, Miguel Garcia e Juvenal Escobedo. Un loro amico, che si dice presente al fatto, li ha accusati di aver ucciso Kaitlin per puro divertimento: strafatti di droga e alcol, se ne sarebbero andati in giro nella notte e avrebbero sparato sulla prima auto ferma che hanno visto.

Garcia ed Escobedo non hanno alibi e sono stati visti anche dirigersi in quella direzione, la sera del 16 luglio, da altri testimoni. Sembrerebbe fatta, ma l’accusa crolla alle prime verifiche. L’amico che li accusa non poteva essere con loro, perché quella notte era in galera. La stessa arma del delitto indicata dal testimone si rivela un ferrovecchio inservibile.

Gallegos porta comunque il caso al procuratore distrettuale Robert Schwartz. I due si sono fatti un’idea di come potrebbero essere andate le cose. Garcia ed Escobedo erano il vero bersaglio dell’aggressione, per un regolamento di conti tra bande, ma Kaitlin si è trovata in mezzo e si è presa i proiettili destinati a loro. I due sanno benissimo chi è stato, lo sanno anche altri, ma nessuno parla perché tutti sono sottoposti a ogni genere di intimidazioni.

La situazione raggiunge un punto morto. Lois Duncan, nel 1992, pubblica un libro intitolato “Who Killed My Daughter?”, nel quale polemizza duramente con l’inefficienza della polizia di Albuquerque. Nello stesso anno, sostiene anche un confronto televisivo con il procuratore Schwartz, del quale non condivide le conclusioni.

A seguire questa trasmissione c’è anche un ex poliziotto originario della Pennsylvania ma molto esperto del New Mexico, che adesso lavora come detective privato, Paul Caristo. Caristo telefona ai Duncan offrendo i suoi servizi e i Duncan accettano.

Caristo si mette al lavoro e, in qualche settimana, approda a qualche risultato. Scopre dei testimoni che, la notte del delitto, hanno visto un Maggiolino Volkswagen allontanarsi dall’area. Spulciando i rapporti della polizia, scopre anche che, la stessa notte, una delle pattuglie accorse ha fermato e interrogato un certo Paul Apodaca, prima di lasciarlo andare. Apodaca, che ha detto di essere lì di passaggio e di essere accorso perché richiamato dal trambusto, possiede un Maggiolino Volkswagen identico a quello visto dai testimoni ed ha anche una fedina penale lunga un chilometro. Infatti, quando Caristo va a cercarlo, lo trova in galera, condannato per stupro, reato del quale è pure recidivo. Caristo riesce comunque a parlargli e Apodaca, che è apparso loquacissimo quando si è trattato di ricostruire i suoi movimenti nella notte del 16 luglio 1989, diventa improvvisamente reticente quando il detective comincia a fargli domande sulla possibilità che conosca Garcia ed Escobedo o i vietnamiti del giro delle frodi assicurative. Riguardo questi argomenti, il detective non riesce a tirargli fuori nulla.

Caristo, oltre a inviare il suo rapporto ai Duncan, ne spedisce un altro, lungo 75 pagine, alla polizia di Albuquerque, chiedendo conto di una lunga serie di errori procedurali che sono stati commessi nelle indagini. Nessuno gli risponderà mai.

Lois Duncan pubblica un altro libro sulla sue esperienza, “Into the Wolves”: stavolta accusa apertamente la polizia di Albuquerque di aver trattato il caso con troppa superficialità e di aver pensato solo a coprire i propri errori. Anche se fa nomi e cognomi, nessuno la denuncia per questo.

Nel 2014, il giornalista di “Buzzfeed” Tim Stelloh scrive un pezzo sulla vicenda. Riesce a parlare con Lois Duncan e con Paul Caristo, che confermano quanto hanno sempre sostenuto. Riesce anche a intervistare Garcia ed Escobedo, che nel frattempo sono entrati e usciti più volte dalla galera per ogni sorta di piccoli reati: i due si dichiarano ovviamente innocenti di tutte le accuse e respingono anche ogni ipotesi di coinvolgimento indiretto.

Nguyen, rintracciato in California, e Apodaca, ancora in carcere, rifiutano di incontrare il giornalista.

Lois Duncan è morta il 15 giugno 2016 senza sapere chi ha ucciso sua figlia. Dopo quell’esperienza, ha scritto altri romanzi, ma mai più gialli o storie di adolescenti in pericolo.

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 54 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.