Marie Louise Fuller nacque nella seconda metà dell’Ottocento in un sobborgo di Chicago, in una famiglia povera. Non aveva una bellezza avvenente, né un fisico scultoreo. Tuttavia aveva ambizione e talento da vendere, nonché idee molto chiare su ciò che voleva fare. Era un’artista e avrebbe calcato i palcoscenici di tutto il mondo, riuscendoci con la sua innata capacità di innovare l’arte del teatro e la danza. Diventando in breve tempo una delle principali fondatrici della danza moderna.

Dopo i primi esordi teatrali negli Stati Uniti e in Germania capì che il suo posto ideale, dove poter esprimere al meglio la sua vena artistica, era la Francia. A Parigi esordì al teatro Les Folies-Bergère ed il successo fu immediato. Il suo nome d’arte “Loïe Fuller” presto fu sulla bocca di tutti. Pur non avendo mai studiato danza, ciò che caratterizza Loïe è l’instancabile voglia di sperimentazione, la volontà di esprimere se stessa in modo inedito, assumendo con il suo corpo un nuovo ruolo di vate per il mondo della danza. Offre al suo pubblico qualcosa di mai visto. Passa le notti davanti allo specchio a provare movimenti nuovi e costumi di scena da lei creati, concepiti come un qualcosa che potesse essere ampliamento e continuazione del suo corpo, affinché con i suoi passi di danza potesse sembrare altro.

Loïe Fuller:

Alla fine dell’Ottocento i café chantant, i cabaret e tutti i più licenziosi teatri del quartiere di Parigi mettevano in scena le scatenate coreografie di ballerine seminude, che offrivano arte, ma con esibizione del corpo femminile, lasciando ben poco all’immaginazione. Loïe si presenta invece in modo del tutto diverso. E’ una performer oltre che una danzatrice, il suo corpo non è esibito, anzi scompare fra i mille volteggi degli abiti di scena cuciti con metri di seta avviluppata, difficilissimi da gestire, fino a 450 metri di lunghezza. Con bastoni di bambù “prolunga” le sue braccia fino a trasformarle in ali di farfalla. Da coreografa diventa regista, tecnica, impresaria della sua stessa arte. Brevetta le sue innovazioni, poiché ben presto molti teatri tentavano di copiare i suoi numeri. Dopo aver dedicato molto tempo ai suoi costumi scenici, studiò con fare da scienziata le leggi della rifrazione della luce, la fisica, la chimica, arrivando ad avere un entourage di 25 tecnici per l’allestimento dei suoi spettacoli.

Fotografia di scena della Fuller di Frederick Glasier, 1902

La danza empirica della Fuller, unita all’illuminotecnica e agli effetti combinati con il movimento e la musica, colse ciò che tanti artisti moderni d’avanguardia stavano cercando: un senso della massima esperienza artistica, riuscire a rendere visiva la musica, rendere tangibile il colore, il moto. Loïe incarna nella danza l’essenza dell’Art Nouveau. Artisti, letterati, scrittori, si interessano a lei, le dedicano opere pittoriche e letterarie. Fra la sua cerchia di amicizie si annoverano Henri de Toulouse-Lautrec, Auguste Rodin, Jules Chéret, che disegnano e dipingono schizzi dei volteggi caleidoscopici di Loïe, con l’inconfondibile stile dei manifesti pubblicitari di stile Liberty. Debussy e Mallarmé la elevano a musa del Simbolismo, compongono musica e versi ispirati a lei, contribuendo ad aumentarne la fama. Analogamente Loïe diviene ispirazione per scultori e mercanti di oggetti d’arredamento cult dell’Art Nouveau, come le lampade di Raoul Laroche e le statuette di Pierre Roche e Téodore Riviere.

Loïe crea applicando i suoi studi all’ispirazione di ciò che la circonda. L’uso di luci colorate ad esempio nacque da un’idea durante una visita a Notre Dame. “Notre Dame! La grande cattedrale di cui la Francia è giustamente orgogliosa è stata la meta di uno dei miei pellegrinaggi artistici, un insieme di armonia e magnificenza. Ma ciò che mi ha affascinato più di tutto il resto, sono le meravigliose vetrate dei rosoni e i raggi del sole che entrando vibrano all’interno della chiesa, i colori sono variegati e con intensità diversa attraversano ogni cosa. Mi dimenticai completamente dov’ero e tirai fuori dalla tasca il mio fazzoletto di seta bianca, lo agitai fra i raggi colorati, come le stoffe che muovevo fra i proiettori luminosi dei miei spettacoli”.

La ballerina ritratta da Toulouse-Lautrec

Da questa esperienza la ballerina escogitò complessi proiettori con gelatine colorate affinché rifrazioni di luce colorata potessero colpire la seta degli abiti durante la danza e creare coreografie a tema, ispirate soprattutto alla natura. Il suo approccio nello studio di luce e colori è scientifico, trae spunto dalle ricerche dell’astronomo Camille Flammarion che, tra l’altro, si interessò anche all’influenza esercitata dai colori sugli organismi. Gli esperimenti di Loïe su volontari la portarono a scoprire che, per esempio, il giallo infiacchisce, mentre il color malva provoca sonnolenza. Successivamente il passaggio dalla illuminazione a gas a quella elettrica favorì in modo ancora più intenso i suoi studi sulla luce, per i quali fu nominata membro della Società astronomica francese. Celebri divennero la sue danze degli elementi, la danza del fuoco che prevedeva una coreografia su lastra di vetro illuminata dal basso con luci rosse, così da far apparire i volteggi delle stoffe simili a lingue di fuoco. Analogamente concepì la danza dell’acqua, dei sette veli e la danza serpentina, che divenne il suo “marchio di fabbrica” e consacrò il suo successo indiscusso.

Fuller dipinta da Koloman Moser (1901)

Con il tempo cambiarono anche i luoghi in cui si esibiva, spesso non solo in teatro, dove già aveva abolito ogni scenografia a favore del solo sfondo nero che ne esaltasse solo la sua figura e i giochi di luce. La danzatrice iniziò ad esibirsi en plein air, nei giardini al chiaro di luna, dove accorreva una ressa di pubblico affascinato dalla carismatica ed innovativa Fuller. Non era raro infatti che fra gli spettatori si udissero, fra scrosci di applausi entusiasti, urla di stupore: “ma è un orchidea! Una farfalla!”. Merito del suo talento di ballerina e dell’uso sapiente della luce e dei colori così intensi da rendere sempre più astratta la sua immagine.

All’apice del suo successo all’inizio del nuovo secolo Loïe divenne un vero e proprio punto di riferimento per la danza nel mondo occidentale. Ballerini e coreografi strinsero con lei sodalizi artistici, fra questi l’altra pietra miliare della danza modera Isadora Duncan, conosciuta nel 1901, con cui Loie intrecciò anche un rapporto amoroso. Loïe Fuller era infatti dichiaratamente omosessuale, non ne faceva mistero. Vissero una storia d’amore tormentata, la Duncan infatti abbandonò Loïe dopo essere stata sua allieva per proseguire la sua carriera autonomamente. Ma ciò non fermò Loïe, la quale anzi fondò nel 1908 una scuola di danza per sole donne a cui insegnare le sue coreografie, ma non i segreti tecnici. Il metodo d’insegnamento stabiliva il principio secondo cui le allieve non imparano ma realizzano attraverso la loro naturale espressività, era la maieutica socratica applicata alla danza.

Loïe Fuller protagonista alle Folies-Bergère in una locandina dell’epoca

Fra le tante amicizie illustri Loïe sentì la necessità di approfondire ancora meglio le conoscenze scientifiche e divenne grande amica di Thomas Edison e dei fratelli Lumière, con cui si affacciò curiosa al mondo della cinematografia. L’evento che definì Loïe un unicum nel mondo della danza empirica moderna fu però l’incontro con i coniugi Curie che avevano scoperto l’esistenza del radio. Loïe intraprese serissime indagini su questo nuovo elemento chimico creando i sali di radio, con cui irradiare le stoffe dei costumi di scena affinché diventassero iridescenti. Con questo sistema portò ad un livello assolutamente inedito le sue performances, con effetti mai visti dal pubblico. Tuttavia come per tutti i grandi pionieri vi è sempre un prezzo da pagare, in pochi anni Loïe si ammalò di cancro, molto probabilmente provocato dal radio, elemento radioattivo, usato nei suoi spettacoli, ma all’epoca l’effetto di questo elemento sulla salute non era conosciuto. Il cancro indebolì il suo corpo e morì a Parigi nel 1928 per una broncopolmonite, la sua tomba è al cimitero degli artisti e personaggi celebri Père-Lachaise.

Loïe Fuller protagonista alle Folies-Bergère in una locandina dell’epoca:

L’ultimo atto artistico per Loïe fu però scrivere la sua autobiografia, “Quinze ans de ma vie”, supportata dalla ballerina Gabrielle Bloch, sua compagna ed amante fino alla fine. In uno degli ultimi capitoli Loïe cita il suo legame con Gabrielle: “Da otto anni io e Gab viviamo in grande intimità, come due sorelle” seguono pagine che descrivono con parole tenere, affettuose, piene di amore e rispetto per questa giovanissima ballerina spagnola. Non erano tempi in cui si potesse dichiarare pubblicamente la propria omosessualità ma, pur senza dar scandalo, Loïe non la nascose mai. Tra le sue pagine percepiamo il coraggio di essere se stessa, una stella nascente dell’arte della danza, una scienziata, un avanguardista e sperimentatrice, una donna libera di vivere i suoi sentimenti e le sue passioni, riuscendo ad diventare un’intramontabile icona di femminismo e successo.