La Corte Penale Internazionale definisce lo stupro come “invasione” del corpo di una persona “commessa con la forza, o con la minaccia della forza”. In più, elenca sette forme di violenza sessuale: stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione/aborto forzato, mutilazione sessuale, tortura sessuale.
Ho voluto far leggere all’intelligenza artificiale la premessa perché questo è un video in cui tenteremo di essere il più oggettivi possibile, lontani da condizionamenti personali. Lo violenza, sia verso le donne sia verso gli uomini come arma di guerra ha origini lontanissime, non è certo una novità dell’età contemporanea. Lo racconta Omero, quando parla della guerra di Troia: le donne troiane sono destinate a diventare schiave – schiave sessuali intende – dei vincitori.
Le donne dei vinti, ma anche bambine e bambini, sono bottino di guerra, come lo sono anche per i Romani e un po’ per tutti i conquistatori. Ma non bisogna cadere nell’equivoco di considerare lo stupro di guerra solo come una violenza sessuale esercitata per soddisfare un bisogno fisico, o per terrorizzare i nemici. Già nell’antichità, c’è di mezzo ben altro. C’è di mezzo la vendetta, e c’è di mezzo la volontà di dimostrare che i vinti sono sottomessi ai vincitori, in tutti i sensi. Tacito racconta che una tribù germanica sottomessa, quella dei Batavi, si ribella perché le giovani reclute subiscono violenze sessuali dagli ufficiali romani addetti al reclutamento. Questa è una delle dimostrazioni che anche gli uomini, nel corso della storia, sono stati – e sono – vittime di stupri di guerra. E’ un aspetto poco conosciuto, e anche poco denunciato, del problema. E invece, sembra una prassi generalizzata, almeno leggendo alcune statistiche: il 76% dei prigionieri politici in El Salvador, negli anni ’80, ha subito torture sessuali; l’80% dei detenuti nel campo di concentramento di Sarajevo, nel 1992, ha subito uno stupro. Per non parlare dei conflitti in Africa, dove quasi nessun uomo è disposto ad ammettere di essere stato stuprato. Perché viene isolato e disprezzato dalla sua comunità e anche dai parenti più stretti. Perché non viene più considerato un uomo, ma è una “vittima” e quindi “debole” come una donna.
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Gli stupri di guerra attraversano il tempo e la storia di tutti i popoli. Tutti, prima o poi, hanno subito o perpetrato questo crimine. E non solo durante guerre di conquista e invasioni coloniali, ma anche in conflitti interni. La violenza sessuale contro le donne, durante le guerre, è ampiamente documentata, a differenza – come già detto – di quella contro gli uomini.
Lo stupro di guerra è un problema conosciuto, che però è stato sottovalutato – almeno fino alla fine degli anni ’90 -, quasi si trattasse di un effetto collaterale della guerra. E ancora, perché è stato a lungo considerato come un crimine “personale”, un comportamento ignobile di singoli soldati. E invece, lo stupro di guerra è tutt’altro. E’ una vera e propria arma, che ha una funzione strategica, come quella di terrorizzare e far fuggire la popolazione. Una tattica usata, ad esempio, dalle milizie serbe nella ex Jugoslavia, e in Birmania nel 2012, e poi nel 2017, per cacciare la minoranza etnica dei Rohingya. Migliaia di Rohingya si sono rifugiati in Bangladesh, dove sono stati confinati in campi profughi. Anche lì, le donne hanno subito violenze e abusi da parte di militari e paramilitari bengalesi. Oltre a questo aspetto strategico, c’è anche un motivo più psicologico, se così si può definire. I soldati stuprano per sottomettere le vittime, e usano una violenza che fa provare vergogna a chi la subisce. Vergogna che si estende alla famiglia della donna e addirittura alla sua comunità. E quindi si arriva al paradosso che la donna, da vittima diventa colpevole, colpevole di aver disonorato la famiglia. E così la violenza subita deve essere tenuta nascosta. Le donne stuprate lo hanno fatto, e lo fanno, un po’ ovunque, in Kenia, in Congo, nella ex Jugoslavia, in Perù, in Turchia. E lo hanno fatto anche le donne italiane, durante la seconda guerra mondiale.
Le marocchinate
Gli uomini del Corpo di spedizione francese – in particolare i goumier marocchini – festeggiano la vittoria sui tedeschi, in Lazio, violentando e seviziando migliaia di donne, bambini e uomini. Moltissime donne e tanti uomini muoiono per le violenze subite, altre si suicidano per la vergogna, e tantissime non denunciano lo stupro, per vergogna, per pudore. Ma non solo, non sono poche quelle che vengono cacciate dalle famiglie e allontanate dalla comunità. Questi stupri di gruppo sono famosi come “marocchinate”, in riferimento a quanto accaduto, in due lunghissimi giorni del maggio del 1944, nelle zone di Frosinone e Latina. Ma le truppe coloniali francesi – composte anche da algerini, senegalesi e francesi bianchi – dimostrano di che pasta sono fatte già dallo sbarco in Sicilia, nel luglio del ’43.
Anche lì saccheggiano e violentano donne e bambini, e qualcuno di loro finisce ucciso a colpi di forcone. I comandanti di queste truppe non fanno nulla per impedire le bestialità. Anzi, lo considerano un “diritto di preda bellica”. Pare, ma non è confermato, che il comandante del corpo coloniale, il generale Alphonse Juin, in Lazio avesse concesso un premio bestiale: “Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”.
Il copione si ripete in Toscana, fino a ottobre del ’44, quando le truppe franco coloniali sono mandate in Provenza, dove ci sono ancora i nazisti. Guarda caso, poco prima della partenza, vengono fucilati sei marocchini, perché avevano violentato una donna. Un modo per far capire che là, in Francia, quella licenza di stupro non è concessa, e difatti non si registrano casi di violenza sessuale. Quando invece le stesse truppe arrivano in Germania, ricominciano con gli stupri e le violenze di gruppo. Le marocchinate non sono mai state un argomento trattato volentieri dagli storici, in tutta Europa, perché è più facile e comodo rimuovere eventi tanto aberranti, soprattutto perché avvenuti per mano di chi stava liberando l’Italia. Perché tutti i comandanti militari e lo stesso Charles De Gaulle conoscevano il problema, e non hanno fatto nulla per evitarlo. Ed è significativo il fatto che il racconto di queste atrocità sia arrivato al grande pubblico solo con il film La Ciociara, diretto da Vittorio De Sica nel 1960.
Gli stupri etnici
Le marocchinate sono un chiaro esempio dello stretto rapporto tra guerra e sessualità, perché, fin dall’antichità, l’esercito vittorioso ha diritto al saccheggio e allo stupro. La violenza sessuale inflitta alle donne rappresenta una prova della vittoria ed è il segno dell’umiliazione dei vinti. Una punizione per gli uomini, che passa attraverso il corpo delle donne, trasformato in campo di battaglia. Questo aspetto si ritrova ancora di più in quei conflitti che vanno oltre la conquista o la difesa, quelli che hanno come scopo l’annientamento morale della popolazione. Un esempio sono gli stupri etnici, che hanno lo scopo di distruggere l’identità dei vinti. Uno scopo politico quindi, che comincia a essere intravisto all’inizio della prima guerra mondiale, in Francia e in Belgio.
Nel Belgio invaso dai tedeschi, le autorità parlano di “stupro dell’Unno”, e lo stesso avviene nella Francia del nord. Le violenze sessuali da parte degli invasori diventano materia di propaganda, tanto che l’occupazione viene chiamata “Stupro del Belgio”, un oltraggio all’onore della nazione. Più chiaro ancora, e più recente, è quanto successo in Ruanda e in Bosnia Erzegovina. In Bosnia, nel 1992, lo stupro di massa diventa una tattica bellica fondamentale, oltre che strumento di terrore. Perché quella guerra mira alla pulizia etnica e al genocidio. C’è la volontà di allontanare la popolazione e terrorizzarla a tal punto da impedirne il ritorno. C’è anche la volontà di concepire dei figli con le vittime, che avrebbero messo al mondo dei bambini con il dna dell’aggressore. Le forze serbe allestiscono dei veri e propri “campi di stupri”, dove vengono rinchiuse le donne, violentate fino a quando non rimangono incinte. Perché, dicono i carcerieri, “Avrete i nostri figli. Avrete i nostri piccoli cetnici”. Il numero delle donne bosniache, quasi tutte musulmane, violentate da serbi-bosniaci, è agghiacciante: dalle 20.000 alle 50.000 persone. Di fronte a questi numeri è evidente che lo stupro sia stato usato come arma di guerra, e non era certo un effetto collaterale del conflitto.
E’ ancora più grave quello che accade in Ruanda, in 100 giorni d’inferno del 1994. Il 6 aprile inizia una guerra civile tra le due maggiori etnie del paese, Tutsi e Hutu. Quello che si compie in Ruanda è un genocidio annunciato e pianificato da tempo: gli Hutu vogliono liberarsi dei Tutsi, definitivamente. Questa è l’estrema semplificazione di un problema di rivalità etniche che si trascinava dal 1962, non solo in Ruanda, ma anche nei paesi confinanti. Tra l’inizio di aprile e la fine di luglio del 1994 finiscono massacrati all’incirca un milione di Tutsi e di Hutu moderati. In questo inferno migliaia di donne Tutsi vengono stuprate, perché “l’aggressione sessuale era parte integrante del processo di distruzione del gruppo etnico Tutsi”. Questa è la conclusione a cui arriva il Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Ancora una volta, i numeri sono agghiaccianti: il numero di donne violentate varia tra 250mila e 500mila. E ancora una volta, la violenza sessuale ha conseguenze terribili. Le sopravvissute si ritrovano contagiate da sifilide, gonorrea e Aids, e vengono rifiutate dalle loro comunità.
La guerra in Congo, tra il 1997 e il 2003, segue lo stesso copione. Lì, secondo uno studio del 2010, il 22% degli uomini e il 30% delle donne, nell’area orientale del paese, hanno subito una violenza sessuale. Queste percentuali dimostrano quanto sia diffuso lo stupro maschile, anche se difficilmente ammesso. Perché gli uomini vittime di violenza sessuale rischiano non solo l’isolamento, ma addirittura di essere accusati di omosessualità, considerata un crimine in molti paesi africani.
Le stesse atrocità sono avvenute in Etiopia, nel recente conflitto del Tigray, concluso nel novembre 2022. Ma le violenze, secondo un’indagine delle Nazioni Unite, non si sono fermate. Eppure, nel 2008, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione chiara: “Lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono costituire crimini di guerra, crimini contro l’umanità o un atto costitutivo rispetto al genocidio”.
Ma un comportamento criminale che ha attraversato millenni di storia senza essere considerato tale, non si può sradicare nel giro di pochi anni. Soprattutto perché lo stupro di guerra è un’arma efficace e a bassissimo costo, che usano tutti. La usano le tribù barbare che arrivano in Europa con la caduta dell’Impero Romano, i mongoli di Gengis Khan e Tamerlano, i popoli che invadono da nord l’India, i Vichinghi che rapiscono le donne britanniche. Gli arabi del Medio Evo prendono come schiave sessuali le donne dei paesi conquistati, e lo stesso fanno i diversi popoli della Cina in guerra tra loro. Non si comportano meglio i conquistadores che arrivano nel Nuovo Mondo, e nemmeno i soldati dei diversi paesi d’Europa che combattono tra loro. Insomma, la storia di tutte le guerre, delle conquiste coloniali e delle inevitabili ribellioni, è anche una storia di violenza sessuale.
Le Comfort Women in Giappone
Durante la seconda guerra mondiale, nessun paese può dirsi immune da questo crimine. I Giapponesi schiavizzano migliaia di donne, costrette a lavorare nelle case di piacere per militari, già a partire dal 1931, quando l’esercito nipponico invade la Manciuria. In Manciuria nascono case chiuse destinate ai militari, dove vengono mandate donne giapponesi “volontarie”. Un anno dopo, a Shanghai, sorge la prima comfort station, la prima di tante case chiuse dove vengono impiegate donne dai 21 anni d’età in sù. Le case diventano talmente tante che occorre reclutare molte donne nei territori occupati, minorenni attratte da false promesse, come ad esempio un “lavoro in fabbrica”, che sarebbe stato l’ideale per il miglioramento della loro condizione economica e sociale. Le donne provengono da diversi paesi, come Corea, Taiwan, il Manciukuò (zona attuale della Manciuria) e la Cina, Filippine, Indonesia, Indie orientali Olandesi e Australia. Quando, invece, le “buone maniere”, se così possiamo definirle, non bastano, le vittime vengono malmenate, rapite, e poi costrette a prostituirsi all’interno delle comfort station.
Le comfort women subiscono un trattamento molto duro, in un ambiente malsano. Devono intrattenere rapporti con i soldati giapponesi per dodici ore, dalle 9:00 alle 21:00, tutti i giorni. Ogni donna, durante il proprio turno, deve soddisfare le esigenze di almeno 30 uomini, anche se il numero di clienti giornalieri può arrivare a quota 50. Molte di loro non sopravvivono, anche perché i soldati, una volta terminato il rapporto, possono decidere di ucciderle senza incorrere in alcun tipo di punizione.
Visto il compito che sono obbligate a svolgere le comfort women contraggono malattie veneree come ad esempio la sifilide, curata con l’arsfernamina, un farmaco potente ma altamente tossico. Le “comfort station” rimangono aperte fino al 1946. Le donne che ne escono vive, circa il 25% sul totale delle internate, si portano dietro il trauma e lo sdegno per quanto vissuto, per il resto della propria esistenza. Le stime più caute conteggiano in 50.000 le Comfort Women, mentre altre parlano di un totale di 300 o anche 400.000 donne internate. Poi, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con un mondo da ricostruire, tutti dimenticano quelle donne di conforto, ma loro non dimenticano quanto hanno subito. L’esigenza di giustizia diventa impellente quando le sopravvissute, umiliate dall’indifferenza politica e di quella dei leader dei movimenti per i diritti delle donne, portano in esame l’argomento all’ONU, nel 1992. L’anno successivo c’è un’ammissione di colpa da parte del Giappone, che ammette l’esistenza delle comfort women, ovvero che migliaia di donne siano state costrette a prostituirsi, in condizioni di vita inumane.
In Europa
Anche i militari della Wehrmacht hanno a disposizione dei bordelli, dove sono costrette a prostituirsi donne dei territori occupati. Ma i tedeschi compiono stupri di guerra un po’ ovunque, in Polonia e soprattutto in Unione Sovietica, dove si parla di milioni di vittime di violenza sessuale. I sovietici si vendicano quando invadono la Polonia, l’Ungheria e poi la Germania.
Nel 1945, le truppe sovietiche che hanno liberato i campi di concentramento, come Auschwitz, avanzano a suon di battaglie e morti, ma anche di stupri e violenze sulla popolazione civile. La storia degli stupri di massa in Germania, è differente in base alle diverse fonti. Secondo la storiografia russa gli stupri di massa non sono avvenuti, oppure si è trattato di alcune sporadiche, e quasi inevitabili, iniziative di singoli. Secondo la storiografia occidentale, invece, i sovietici hanno stuprato donne, uomini e bambini, in un numero che va da alcune centinaia di migliaia sino a 2 milioni di persone. Lo storico britannico Antony Beevor sostiene che quello è stato “il più grande fenomeno di stupro di massa nella storia”, e ha concluso che almeno 1,4 milioni di donne sono state violentate nelle sole zone della Prussia orientale, Pomerania e Slesia. Lo storico statunitense William Hitchcock afferma che in molti casi le donne hanno subito stupri ripetuti, addirittura da 60 a 70 volte. Hitchcock ritiene che almeno 100.000 donne siano state stuprate nella sola Berlino, una statistica ottenuta grazie ai resoconti ospedalieri.
Nei mesi successivi all’invasione sovietica, circa 10.000 donne hanno abortito negli ospedali della città, mentre almeno 240mila donne sarebbero morte come conseguenza degli stupri. Secondo Alexander Statiev, professore russo all’università di Waterloo, i sovietici avevano rispetto dei propri concittadini e di quelli dei paesi alleati, ma nelle nazioni ostili come la Germania vedevano la violenza contro i civili come un privilegio della vittoria. Il professore sostiene che il ritornello che girava fra le truppe fosse questo: “Vendicati! Tu sei un soldato vendicatore! Uccidi il tedesco e poi prendi la donna!”. Lo storico russo Oleg Rzheshevsky afferma invece che gli stupri sono stati pochi, sporadici episodi, inevitabili durante una campagna di conquista e liberazione. Quel che rimane di certo di quel confuso periodo storico è un ordine di Stalin, del Gennaio 1945: “Nei territori liberati non sono permesse relazioni sessuali con le donne. I perpetratori di stupri saranno fucilati.” E infatti ci sono state anche alcune esecuzioni, quelle sì, sporadiche. Perché dopo aver subito l’Operazione Barbarossa e la morte di milioni e milioni di soldati e civili, la voglia di vendetta dei soldati russi è incontenibile, e difficilmente punibile dai comandanti. Stalin stesso afferma, in una conversazione confidenziale: “Abbiamo rimproverato già troppo i nostri soldati; lasciamoli alle loro iniziative”.
Sul numero di stupri invece, è difficile, se non impossibile, avere una certezza storica. Quel che è certo, è che per diversi anni, dal 1944/45 al 1949, i soldati occupanti la zona di influenza dell’URSS fanno delle violenze contro la popolazione, difficili da quantificare. La versione russa invece difende l’operato dei propri soldati, giustificando alcuni crimini isolati. Molte donne sono morte per le violenze subite, per emorragie e malattie trasmesse dagli stupratori, e molte di più si sono suicidate. La vergogna per quello che hanno subito è impossibile da sopportare.
In termini di portata complessiva del crimine non c’è stato nulla di simile in nessun altra zona della Germania. L’incidenza degli stupri nelle aree conquistate dall’esercito americano è, in confronto, irrisoria. In termini di intensità e brutalità, solo gli scempi delle truppe coloniali francesi possono eguagliare le violenze dell’Armata Rossa. Ma i soldati dell’Unione Sovietica non sono certamente i soli a commettere crimini sessuali contro donne tedesche. Li commettono anche statunitensi, britannici e francesi. Le truppe franco-coloniali anche in Germania compiono stupri di massa, in particolare nelle zone di Baden e del Württemberg.
Gli statunitensi sono protagonisti di maggiori stupri rispetto ai colleghi europei, ma soltanto i soldati afroamericani vengono condannati alla fucilazione per quel crimine. Osmar White, corrispondente di guerra australiano che segue l’esercito statunitense, scrive: “In alcuni casi i responsabili furono identificati, processati dalla corte marziale e puniti. Il ramo legale dell’esercito era reticente ma ammise che per crimini sessuali o di perversione contro donne tedesche, alcuni soldati furono fucilati, in particolare se questi erano neri”.
Dopo gli stupri e la devastazione, le donne che hanno avuto rapporti con i soldati alleati subiscono anche la condanna morale. Sono chiamate “Ami Sweethearts” o “Russian Whores”, in poche parole prostitute. E non c’è differenza tra le donne che avevano avuto rapporti consensuali e quelle che erano state costrette a prostituirsi, e nemmeno con quelle violentate. Sono tutte “traditrici della patria”.
E gli italiani? Gli italiani, dopo averne combinate di tutti i colori durante la conquista coloniale in Africa, commettono stupri anche in Grecia, in Jugoslavia e sul Fronte Orientale.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’orrore non si ferma. C’è la guerra di Corea, quella d’Algeria e quella del Vietnam. Ovunque violenze e stupri arrivano insieme alle truppe, di qualsiasi nazionalità esse siano. I pakistani violentano le donne del Bangladesh durante la guerra di liberazione del 1971, i Turchi stuprano le donne di Cipro durante l’invasione del 1974, mentre è difficile dire qualcosa sugli attuali conflitti, quello tra Russia e Ucraina, e quello tra Israele e Hamas.
L’elenco di atrocità che abbiamo appena fatto è lungo ma incompleto, e solo dopo i crimini commessi nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, nel 1993 e 1994, si comincia a considerare lo stupro di guerra come un crimine da perseguire attraverso Tribunali penali speciali. Fino ad allora, anche se il diritto bellico e la Convenzione di Ginevra lo sanzionassero, “lo stupro non è mai stato interesse della comunità internazionale”. Lo dice il giudice Richard Goldstone, procuratore capo nei processi nell’ex Jugoslavia. E difatti, la questione non viene sfiorata durante i processi che seguono la seconda guerra mondiale. Lo stupro diventa crimine di guerra e crimine contro l’umanità nel 1993, e nel 1998, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, definisce lo stupro una forma di genocidio, quando colpisce una popolazione nel suo complesso. Nel 2008, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione già citata, ma la violenza sessuale durante le guerre, rimane un problema irrisolto.
