In mezzo ai non molti pezzi di musica classica che anche le persone incompetenti in materia riescono subito a riconoscere, un posto preminente è occupato dall’Adagio di Albinoni, una composizione che, prima o poi, nella vita, abbiamo ascoltato tutti. O a un matrimonio, o a un funerale (famoso quello di Enrico Berlinguer), o a una cerimonia di qualsiasi genere, o in un saggio di qualche accademia musicale, o nella colonna sonora di un film (ad esempio “Gli anni spezzati” di Peter Weir) o di qualche trasmissione televisiva o radiofonica, o in qualsiasi altra occasione possa capitare di ascoltare musica. Si può dire che gran parte di noi lo riconoscerebbe prima ancora di ascoltarne la melodia, a partire dall’inconfondibile introduzione.

Insomma, è veramente un bel pezzo, che ci emoziona sempre in qualche modo, oltre che un componimento di enorme successo, un evergreen che non è affatto invecchiato nonostante i suoi circa 3 secoli di età.

Sempre però che sia veramente vecchio di 3 secoli, perché le cose potrebbero stare anche in un altro modo

Vediamo quali sono i fatti a partire da ciò che sappiamo, per arrivare poi a formulare tutte le ipotesi possibili.

L’Adagio di Albinoni, contrariamente a ciò che si può credere, non è una melodia la cui fortuna sia iniziata presto. Nel XVIII secolo, quando visse e operò il suo autore, non lo conosceva nessuno. Neanche nel XIX. La cosa non deve stupire in nessun caso: perché, anche se prima dell’avvento del fonografo ogni epoca ascoltava essenzialmente la propria musica e tendeva a ignorare quella dei periodi precedenti, non era neanche detto che i compositori ritenuti oggi più importanti fossero ascoltati e apprezzati da tutti. Per fare un esempio, il grande Beethoven era considerato una mezza calzetta da un intellettuale del calibro di Goethe e, dopo la sua morte, fu sempre disinvoltamente snobbato da un collega e connazionale del livello di Felix Mendelssohn. Quindi, niente di strano che l’Adagio non fosse conosciuto nei secoli passati.

A dire il vero, però, sembra che l’Adagio, nei secoli passati, non sia stato mai nemmeno eseguito.

Il suo autore, il veneziano (di origini bergamasche) Tomaso Albinoni, nato l’8 giugno 1671 e morto il 17 gennaio 1751, è una figura importante ma molto atipica del panorama musicale del suo tempo. Ricco di famiglia (ereditò un’industria cartaria), suonava e componeva per diletto, al punto da farsi chiamare “dilettante veneto” e non si iscrisse mai alla Corporazione dei Musicisti, ragione per cui non fu mai autorizzato a tenere esibizioni pubbliche. Ma, di questo, poco gliene importava, perché si considerava essenzialmente un compositore. Fu autore di molti pezzi che oggi vale ancora la pena di ascoltare, originali e suggestivi, per esempio i concerti per oboe, uno strumento di cui intuì e sfruttò ogni potenzialità.

Tomaso Albinoni, autore anonimo:

Lo status di benestante e la buona salute anche in età avanzata gli permisero di compiere molti viaggi nel corso della sua vita, viaggi che gli fecero conoscere tutta Europa ma soprattutto la Germania, e in particolare la Sassonia, dove sembra che fosse molto apprezzato sia come uomo sia come artista. Ed era talmente legato alla Sassonia che lasciò proprio qui, a Dresda, custodite negli archivi della Biblioteca Nazionale Sassone, le partiture di diverse opere inedite.

Dresda è sempre stata una delle capitali della cultura tedesca, una città che ha rappresentato per molto tempo un ideale crocevia tra la cultura dell’Est e quella dell’Ovest, per certi versi assimilabile a Praga (dalla quale dista solo 150 km), anche se un po’ più piccola e meno cosmopolita. Prima della Shoah, Praga era una delle più importanti città culturali di tutto il mondo ma, nonostante conservi ancora una ricca eredità di quel tempo, gli eventi dei decenni successivi l’hanno colpita molto duramente e fatta passare in secondo piano rispetto ad altre. La stessa cosa si può dire di Dresda, il cui centro storico fu devastato dal bombardamento aereo anglo-americano svoltosi tramite diverse ondate tra il 13 e il 15 febbraio 1945. Oltre a provocare un numero spaventoso di morti tra i civili, questo bombardamento distrusse moltissimi edifici storici. Dresda ospitava dal 1556 la Biblioteca Nazionale Sassone, che nel corso dei secoli aveva cambiato più volte collocazione tra palazzi e castelli. Prudentemente, ricordando come nel 1760 una parte della Biblioteca fosse andata distrutta durante un attacco subito dai prussiani, i responsabili del suo patrimonio culturale avevano suddiviso quest’ultimo tra 18 edifici diversi, lontani da obiettivi militari. Di conseguenza, una gran parte dei volumi e manoscritti custoditi si salvò dal bombardamento, anche se andarono distrutti o dispersi circa 200.000 pezzi. Tra questi, anche le partiture delle opere lasciate lì da Albinoni nel XVIII secolo.

Verso la fine del 1945, a guerra finita, giunse a Dresda un musicologo italiano, nato a Roma nel 1910, Remo Giazotto. Il viaggio di Giazotto si doveva proprio al suo lavoro di quel periodo, ossia la ricostruzione dell’intero catalogo delle opere di Albinoni, fino ad allora non noto. Si può solo immaginare la costernazione di Giazotto alla scoperta che le partiture di cui era stato a lungo in cerca, prima di scoprire che erano proprio a Dresda, erano andate distrutte solo pochi mesi prima.

Sotto, il musicologo Remo Giazotto:

Comunque, durante lo sgombero delle macerie, erano stati rinvenuti dei frammenti di opere che la Biblioteca aveva conservato, nella speranza che potessero tornare comunque utili a qualcuno. Alcuni frammenti erano relativi proprio alle opere di Albinoni. Giazotto ne copiò il contenuto e, appena tornato in Italia, si mise al lavoro per vedere se poteva ricavarne qualcosa.

In particolare, a colpire la sua attenzione, fu una serie di 6 frammenti di melodia dai quali si potevano identificare almeno 2 spunti distinti, accompagnati da un “basso numerato” (o “basso continuo”: l’accompagnamento strumentale in chiave di basso della melodia, che determina l’armonia del pezzo) nella tonalità di Sol minore. Proprio questa tonalità, dal gusto un po’ cupo e solenne, indusse Giazotto a ritenere che il pezzo di cui i frammenti e il basso facevano parte fosse un pezzo di musica da chiesa e non da camera; e, quindi, benché non fossero annotati da nessuna parte gli strumenti per eseguire il pezzo, Giazotto assegnò il basso a un organo e la melodia a un complesso di archi. Dal confronto con gli stili di altre opere, ricavò la conclusione che appartenesse a una parte di quella che era già nota come “op. 4” di Albinoni, datandola approssimativamente al 1708.

Ma il suo lavoro non si fermò qui. La musica del Barocco, il periodo cui appartiene Albinoni, veniva composta secondo schemi alquanto precisi, da un lato ricchissimi di possibilità ma da un altro piuttosto prevedibili nello sviluppo una volta che la melodia avesse preso forma. Giazotto ritenne che i frammenti a sua disposizione fossero sufficienti a determinare il tipo di melodia che Albinoni aveva composto e si dedicò, negli anni successivi, a ricostruirla punto per punto. Infine, pubblicò il risultato del suo lavoro, nelle edizioni Ricordi.

Era il 1958 e il pezzo, l’Adagio in Sol minore per archi e organo, ebbe subito un successo enorme, attestato anche dalla quantità di versioni che ne sono state proposte, alcune anche dotate di un testo cantato, tra le quali la più famosa è quella in Italiano portata al successo dal cantante tedesco Udo Jurgens nel 1968.

Giazotto (che, accidentalmente, è anche il padre di un importante astrofisico italiano, Adalberto Giazotto, insigne studioso di onde gravitazionali) svolse poi altri importanti lavori musicologici e morì, considerato uno dei più importanti studiosi della materia, nel 1998.

A questo punto, comincia il mistero

Se si va a fare una ricerca al riguardo sul web, ci si imbatte in una miriade di pagine per le quali l’Adagio di Albinoni è sicuramente un falso. Ma ci sono alcune cose che non tornano.

Nello stesso 1998 in cui muore Giazotto, un gruppo di ricercatori si trova a Dresda e ne approfitta per farsi mostrare i frammenti originali della melodia su cui ha lavorato Giazotto. Ma questi frammenti non esistono, o almeno non si trovano da nessuna parte. Esiste solo il basso numerato. Questa versione è riportata un po’ dappertutto ma nessuna pagina che la cita fa i nomi dei ricercatori in questione, né spiega come mai nessuno, a Dresda, nonostante il successo immenso e ubiquitario dell’Adagio, si sia mai fatto venire in mente, in 40 anni, di andare a controllare, anche solo per curiosità.

Comunque, secondo questa versione, di Albinoni sarebbero state rinvenute al massimo le prime note della melodia, mentre il resto sarebbe tutta opera di Giazotto. Il quale ha voluto o beffarsi del mondo accademico con uno scherzo magistrale, forse per vendicarsi di qualcuno (non si sa chi), o si sarebbe inventato una singolare scorciatoia per avere successo come compositore.

In realtà, moltissimi pezzi di quel tempo sono pervenuti a noi tramite ricostruzioni più o meno parziali. Un bell’esempio potrebbe essere quello del concerto di Vivaldi per flauto e orchestra da camera chiamato “La Notte” (n° 2, op. 10, in Sol minore), opera di Roberto Lupi (1908-71). Ma nessuno si sogna di mettere in dubbio il rigorosissimo lavoro di Lupi, tra l’altro uno dei più originali compositori del ‘900 italiano (autore tra l’altro di “Armonie del pianeta Saturno”, per molti anni sigla della fine delle trasmissioni Rai). La questione su cui gli specialisti dibattono è fino a che punto sia attendibile una tale ricostruzione, quanto debba esserci in partenza della composizione originaria per poter convalidare il risultato del lavoro del musicologo.

Una parte del mondo musicale sembra disposta a riconoscere che Giazotto abbia fatto quasi tutto da solo ma rifiuta di servirsi della parola “falso” perché, al tempo di Albinoni, una delle prassi più diffuse era appunto quella di elaborare brani musicali partendo da spunti altrui (lo faceva anche Albinoni stesso): quindi, Giazotto, seguendo questa prassi, avrebbe perfettamente rispettato lo spirito del compositore e del suo tempo.

Non si può parlare di “falso” ma di una particolare collaborazione tra due musicisti, spalmata lungo due secoli

Che Giazotto fosse un musicologo un po’ troppo creativo e fantasioso, sembrano indicarlo anche due diatribe relative ai suoi lavori su Vivaldi. Il professor Fabrizio Della Seta, dell’Università di Pavia, in un libro del 1982, smentisce la ricostruzione di Giazotto della querelle che oppose Vivaldi ai fratelli Benedetto e Alessandro Marcello riguardo la gestione del teatro S. Angelo di Venezia (Alessandro Marcello è l’autore di un altro celebre Adagio, quello della colonna sonora del film “Anonimo Veneziano”); mentre una studiosa americana, Eleanor Selfridge-Field della Stanford University ha messo in dubbio l’esistenza di un documento redatto da un censore veneziano relativo alla prima rappresentazione, nel 1716, dell’opera vivaldiana “Arsilda, regina del Ponto”, pure citato da Giazotto.

Addirittura, qualcuno si chiede se, visto che Giazotto ha curato molta parte del catalogo delle opere di Vivaldi e tutto quello di Albinoni, è possibile che altre opere attribuite ai due compositori siano state “ricostruite” alla stessa maniera dell’Adagio, se non addirittura composte ex-novo da lui.

Resta, in ogni caso, il successo dell’Adagio, che non è stato mai minimamente scalfito da questa faccenda. Vero o falso, non si può negare che Giazotto abbia fatto un ottimo lavoro…

Roberto Cocchis
Roberto Cocchis

Barese di nascita, napoletano di adozione, 53 anni tutti in giro per l'Italia inseguendo le occasioni di lavoro, oggi vivo in provincia di Caserta e insegno Scienze nei licei. Nel frattempo, ho avuto un figlio, raccolto una biblioteca di oltre 10.000 volumi e coltivato due passioni, per la musica e per la fotografia. Nei miei primi 40 anni ho letto molto e scritto poco, ma adesso sto scoprendo il gusto di scrivere. Fino ad oggi ho pubblicato un'antologia di racconti (“Il giardino sommerso”) e un romanzo (“A qualunque costo”), entrambi con Lettere Animate.