Marina Ivanova Cvetaeva è una delle poetesse più famose di Russia, ma la sua vita è stata segnata da continue difficoltà e tragedie sino a giungere al tragico epilogo del suo strano suicidio nell’estate del 1941. Quando il 22 giugno 1941 Adolf Hitler avvia l’invasione dell’Unione Sovietica con l’Operazione Barbarossa, le condizioni di vita nel paese governato da Josif Stalin sono già disgraziate.

La Seconda guerra patriottica, come chiamano i russi la Seconda guerra mondiale, porta al dispiego di carovane di militari – oltre quattro milioni e mezzo soltanto per l’attacco tedesco del 1941 – e costringe molti cittadini sovietici ad abbandonare la patria, come avevano fatto in precedenza già in migliaia a cause delle dure repressioni governative.

Una che ha pagato molto per via della sua arte quel periodo storico è Marina Cvetaeva, la voce della rivoluzione. Marina Cvetaeva è stata una delle poetesse russe più apprezzate, al pari di Anna Achmatova, e una delle voci femminili più valenti del primo Novecento sovietico.

La poetessa era nata a Mosca il 26 settembre 1892 (l’8 ottobre secondo il calendario gregoriano) da Ivan, filologo impegnato, e Marja, musicista. Marina già da piccola va contro le direttive imposte dai genitori, che la vogliono impegnata nello studio del pianoforte e lontana da quei libri che legge di nascosto, in camera della sorellastra Valerija.

Rivoluzionaria fin dalla tenera età, la Cvetaeva viaggia molto e segue studi irregolari in giro per Russia ed Europa, coltivando le sue grandi passioni: la scrittura e l’amore. La prima raccolta di poesie del 1910, a diciotto anni, è accompagnata dall’unione sentimentale con l’editore e rivoluzionario Sergej Efron, un amore che danza sulle montagne russe (o in questo preciso caso montagne americane, come le chiamano i russi) della sottomissione e dell’infedeltà.

Molte sono infatti le relazioni, sia con uomini sia con donne, che Marina avrà negli anni che seguiranno

Marina e il marito:

Sul piano culturale la poetessa moscovita è tenuta lontana dai tipici circoli culturali russi per via del suo essere anarchica, controcorrente fino all’estremo: troppo diversa per i gusti del popolo russo e soprattutto per il governo sovietico. Marina Cvetaeva esalta nelle sue rime i ribelli, gli esiliati, i rivoluzionari, in un periodo in cui la Russia si prepara alla Rivoluzione che porta alla caduta dell’impero zarista e all’ascesa dei bolscevichi guidati da Lenin e Trockij. La poetessa sarà così inserita nell’agenda nera del governo, un angolo buio dal quale non uscirà più.

In quegli anni di rivolta Marina dà al mondo due figlie, e nel 1918 è costretta a una scelta lacerante: quella di scegliere tra la figlia maggiore Arjadna e Irina, nata da pochi mesi. La fame porta Marina Cvetaeva a tenere con sé Arjadna e a lasciare in un misero orfanotrofio la neonata denutrita e fragile, che qui morirà dopo soli due anni.

Uno straziante rimorso che la poetessa non supererà fino alla fine dei suoi giorni

Come per molti intellettuali scappati letteralmente dall’Unione Sovietica, gli stenti e la repressione costringono Marina Cvetaeva a fuggire insieme ad Arjadna verso Berlino prima e Praga poi, dove aveva già trovato riparo il marito Sergej Efron. Da Praga Marina intreccia delle intense relazioni epistolari e spirituali con Boris Pasternak (futuro premio Nobel per la Letteratura) e Rainer Maria Rilke.

Soprattutto con Pasternak, la scrittrice crea un rapporto quasi amoroso e di reciproco rispetto, nonostante non si fossero mai incontrati: tanto simili nell’animo anarchico, tanto comprensivi l’uno con l’altro e tanto indigesti ai bolscevichi per la loro diversità, rei di una infrazione intollerabile:

Quella di esprimere le proprie opinioni

Negli anni dell’esilio la Cvetaeva viene dimenticata dal mondo della cultura sovietica. A causa della povertà e dal malessere crescente giorno dopo giorno, inoltre, la produzione artistica della poetessa è assai limitata.

Nel 1939 vive a Parigi con il figlio quattordicenne Georgij, detto Mur, ed è qui che la raggiunge una notizia: il beceplacito dei servizi segreti sovietici le permette di far ritorno in Russia dopo tanti anni di lontananza.

È solo una pia illusione: l’Unione Sovietica di Stalin continua a dimostrarle la sua ostilità e la gioia di aver riabbracciato il marito e la figlia Arjadna non basta a placare il malessere cronico della scrittrice.

MArina e la figlia Arjadna:

L’ultimo colpo alla sua fragile condizione psicofisica arriva dopo pochi mesi dal suo ritorno. Sergej Efron e Arjadna vengono arrestati, pare grazie alla collaborazione del fidanzato di Arjadna, un agente dell’NKVD, la polizia segreta sovietica.

Si arriva alla tragica estate del 1941, l’ultima per Marina Cvetaeva. Subito dopo l’attacco delle truppe di Hitler, Efron, ai lavori forzati, viene fucilato. Arjadna è ancora in carcere, e ci rimarrà per otto anni, liberata solo dopo la morte di Stalin; la Cvetaeva si ritrova perciò sola con il figlio Mur, che ormai la odia vedendola soltanto come un ostacolo alla sua vita, senza lavoro e senza la possibilità di lavorare – le viene rifiutato anche un lavoro come operaia al Fondo Sovietico della Letteratura – senza più quel briciolo di libertà che almeno aveva in Europa. La poetessa avverte sempre più vicina la morte. Le parole di quel periodo sono inequivocabili:

Già da un anno cerco con gli occhi un gancio… da un anno prendo le misure della morte

Abbandonata al suo destino, la Cvetaeva decide di allontanarsi dal centro della guerra e sale sul treno per Elabuga, misera località della repubblica autonoma del Tatarstan, insieme al figlio Mur, sempre più ostile nei suoi confronti.

Perso il marito, persa la figlia, perso di fatto anche il figlio, nulla trattiene più Marina

La famiglia della Cvetaeva al completo:

La poetessa rivoluzionaria prende in affitto da una famiglia del posto una isba, una tipica casetta della Russia rurale. In uno stato di totale miseria e disperazione, qualche giorno dopo, è domenica 31 agosto 1941, Marina Cvetaeva si impicca.

La morte della grandissima intellettuale sembra figlia della miseria, eppure…

Eppure la sua morte negli anni è stata avvolta da numerose ombre. Nel vestito che indossa quando viene tirata giù dalla fatale trave vengono ritrovate delle lettere e alcuni manoscritti. Una di queste lettere è per il figlio Mur.

Gli dice: “Perdonami. Sono seriamente malata, non sono più io. Ti amo pazzamente. Capisco che non potrei più vivere. Di’ a tuo padre e Ale – se li vedi – che li ho amati fino all’ultimo minuto e spiega loro che ero in un vicolo cieco“.

Un’altra lettera è diretta all’amico poeta Nikolaj Aseev:

Ti prego di portare Mur a Cistopol con te, portalo da tuo figlio. Non posso fare niente per lui, e solo io lo sto rovinando. Ho nella mia borsa 450 rubli e se provi a vendere tutte le mie cose… Nel petto ci sono alcuni libri manoscritti di poesia e un pacco con stampe di prosa. Li affido a voi. Prenditi cura del mio caro Mur. […] Mi dispiace. Non ha sopportato. MC. Non lasciarlo mai. Sarei molto felice se vivesse con te“.

Una terza lettera invece è per i Compagni, affinché portassero Mur da Aseev e rispettassero quindi le volontà espresse nella seconda missiva.

Questa è però la versione divulgata dalle autorità sovietiche che si occupano del suo suicidio

Come detto, negli anni, altre teorie e spettri aleggeranno sulla sua morte. Alcuni sostengono che la Cvetaeva sia stata costretta a impiccarsi da agenti dell’NKVD, giunti nottetempo alla isba di Elabuga, con la promessa che con la sua scomparsa avrebbero risparmiato i suoi figli.

Una vita per una vita

Altri tirano in ballo la sorella della Cvetaeva, Anastasia, la quale avrebbe insistito con il fatto che, uccidendosi, la poetessa avrebbe almeno salvato Mur, il figlio adorato. Per dovere di cronaca è bene precisare che di Mur si sono perse le tracce e pare appurato che sia morto dopo pochi anni; Anastasia, la sorella di Marina, invece è vissuta addirittura fino al 1993 spegnendosi all’età di 99 anni, ma ha sempre rigettato le voci che la vedrebbero coinvolta nel suicidio di Marina.

Un altro fattore che adombra l’ipotesi di un suicidio consapevole è offerta dai diari di Mur, ostile anche dopo la morte. Il giovane scriverà che sua madre sia stata costretta al suicidio a causa del rifiuto al ricatto proposto dall’NKVD: quello di entrare nell’organizzazione segreta come spia, ingresso che le avrebbe permesso di salvare i familiari dal carcere.

Insomma, non si saprà mai con assoluta certezza le ragioni di quel gesto fatale, la domenica del 31 agosto 1941, nell’isba di Elabuga. Marina Cvetaeva, la poetessa della Rivoluzione, è sepolta in un luogo imprecisato nel cimitero di Elabuga.

Antonio Pagliuso
Antonio Pagliuso

Appassionato di viaggi, libri e cucina, si vede tra vent'anni come un moderno Mattia Pascal; mal che vada ripiegherà sul personaggio di Raskol'nikov. Autore del noir "Gli occhi neri che non guardo più" e ideatore della rassegna culturale "Suicidi letterari".