Quando, 3300 anni fa, il Faraone Ramses II inizia ad Abu Simbel la costruzione del grande tempio in onore del dio Ra e di se stesso, a dimostrazione della sua grandezza, non poteva immaginare che quell’opera gigantesca, insieme al più piccolo tempio dedicato alla moglie Nefertari, sarebbe stato oggetto di un’audace quanto straordinaria opera ingegneristica, pur di garantirne la conservazione che, in un certo senso, si avvicina al concetto di immortalità, almeno per quanto riguarda la memoria storica.

I Templi di Abu Simbel

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Ramses II, che regna per un tempo lunghissimo (oltre settant’anni, compreso il periodo di co-governo con il padre) ha di che essere orgoglioso: sconfigge gli Ittitti nella battaglia di Qadeš dopo un lungo periodo di guerre, sottomette la Nubia e unifica l’Alto e Basso Egitto.

Statua di Ramses II all’interno del Tempio Maggiore di Abu Simbel

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Garantisce stabilità e ricchezza al paese e quando si avvicina il primo giubileo del suo regno (30 anni) inizia la costruzione del Tempio Maggiore che, tra i tanti monumenti da lui voluti, è considerato il più grandioso.

Il Tempio Maggiore di Abu Simbel

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Quattro colossali statue di Ramses spiccano sulla facciata del Tempio, interamente scavato nella roccia (come il Tempio Minore), mentre altre più piccole, che rappresentano la madre, la sposa reale e i figli, fanno da contorno.

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All’interno ci sono altre statue di Ramses e una serie di rappresentazioni delle vittorie del Faraone, ma è nel Santuario che si definisce meglio il significato della costruzione: Ramses viene raffigurato come una divinità, seduto tra il dio Ptah, Amon-RA e Ra-Harakhti.

Decorazioni in una delle sale del Tempio Maggiore

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Il Faraone fa poi costruire un altro tempio, dedicato alla moglie e ad Hathor, dea legata al culto dell’amore e della maternità. Sulla facciata dell’edificio spiccano sei statue, quattro di Ramses e due di Nefertari (più altre più piccole dei figli).

Il Tempio Minore dedicato a Nefertari – Abu Simbel

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Si tratta di un’opera che non ha eguali, perché è l’unica dove una regina viene rappresentata al pari di un faraone. Ramses ne è consapevole, tanto da far incidere nella facciata: … la casa dei milioni di anni, nessuna costruzione simile è mai stata scavata.

I due templi di Abu Simbel

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Il grande Faraone immagina quindi la sua opera come eterna, eppure i templi con il tempo vengono abbandonati e la sabbia, come una coltre protettiva, li ricopre. Nel corso dei secoli se ne perde la memoria, e solo nel 1813 il grande viaggiatore svizzero Johann Ludwig Burckhardt (lo stesso che scopre la città di Petra) si accorge di un fregio che spunta da una collina di sabbia. Sarà poi il suo amico Giovanni Battista Belzoni, al quale racconta della sua scoperta a liberare l’ingresso del Tempio Maggiore ad Abu Simbel.

Il Tempio Maggiore parzialmente scavato in una foto anteriore al 1923

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Nei decenni seguenti i Templi vengono liberati dalla sabbia e ripuliti all’interno, ma alla fine degli anni ’50 del ‘900 si presenta un problema di difficile soluzione. Il governo egiziano decide di costruire la grande diga di Assuan, che avrebbe sommerso molte antiche vestigia, compresi i templi di Abu Simbel.

Il Tempio Maggiore in una foto del 1854

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La diga sembra indispensabile, sia per controllare le inondazioni del Nilo sia per produrre energia elettrica. Peccato che l’opera comporti l’inondazione di una valle, nell’antica Nubia, dove la civiltà umana si è evoluta nel corso dei millenni: i resti di molte culture, conosciuti e magari ancora da scoprire, sono destinati a essere sommersi per sempre.
Nel 1959 il governo egiziano, consapevole che tali tesori non possono andare perduti, chiede aiuto all’UNESCO, che non è ancora un organismo deputato alla conservazione del patrimonio artistico mondiale (questa funzione inizia proprio con il grande “trasloco” di Abu Simbel).

Modello che mostra le posizioni dei templi prima e dopo il trasloco

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Moltissimi stati del mondo, tramite l’UNESCO, rispondono all’appello egiziano e contribuiscono con donazioni e progetti su come salvare i templi di Abu Simbel.

L’impresa faraonica (aggettivo quanto mai indicato) coinvolge duemila esperti tra archeologi, architetti, restauratori, ingegneri e maestranze specializzate, che arrivano da Italia, Francia, Germania, Svezia, oltre che, naturalmente, dall’Egitto. Per raccogliere parte dei fondi necessari, il governo egiziano organizza una mostra itinerante sui “Tesori di Tutankhamon”, che viene portata negli Stati Uniti, Giappone, Francia e Canada tra il 1961 e il 1967.

Lo spostamento dei templi di Abu Simbel dimostra di essere qualcosa di difficile da realizzare, scolpiti come sono nella roccia. La realizzazione del progetto sembra essere impossibile con tecnologia dell’epoca. Eppure, arrivano da tutto il mondo progetti per affrontare il problema: uno prevede di lasciare i templi sott’acqua, con camere subacquee che consentano l’accesso ai visitatori tramite ascensori; un altro suggerisce di sollevare gradualmente le strutture con dei martinetti idraulici, fin sopra il livello dell’acqua. Ambedue vengono scartati, sia per i costi sia per i grossi rischi che comportano. Alla fine viene approvato il progetto (svedese) che sembra materialmente più impegnativo: smontare i templi, tagliandoli in blocchi, per poi rimontarli in un’altra posizione, come fossero mattoncini di Lego.

I lavori iniziano a novembre del 1963, con la costruzione di una struttura protettiva intorno ai templi, per poter lavorare anche quando l’acqua avrebbe allagato la valle. Per tagliare i blocchi, che pesano all’incirca 20 tonnellate ciascuno, arrivano esperti cavatori di pietra dall’Italia (da Toscana, Lombardia e Veneto). Non possono usare seghe elettriche, che avrebbero prodotto tagli troppo visibili nel momento della ricostruzione. Occorre lavorare con seghe manuali e fili d’acciaio, che alla fine dividono in 807 blocchi il Tempio Maggiore e in 235 quello Minore.

1º ottobre 1965, il volto di una delle statue di Ramses II viene rimontato

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Il nuovo sito per i templi è 65 metri più in alto e 200 metri all’interno rispetto all’originale, in una collina artificiale creata in modo da assomigliare il più possibile a quella scelta da Ramses II millenni prima.

Dopo quattro anni di lavoro e una spesa di circa 40 milioni di dollari (all’incirca 300 milioni del 2017) i templi di Abu Simbel trovano la loro nuova collocazione, allineati secondo il progetto degli antichi architetti egiziani, che non lasciavano nulla al caso: solo il 22 ottobre e il 22 febbraio i raggi del sole nascente illuminano le statue poste nel santuario del Tempio Maggiore, ad eccezione di quella di Ptah, dio dell’oltretomba e quindi dell’oscurità. Le due date dovrebbero coincidere (ma non è certo) con quelle del giorno del compleanno e dell’incoronazione di Ramses II.

I lavori di ricostruzione dei templi si concludono il 22 settembre 1968, ma gli ingegneri che hanno studiato il riposizionamento aspettano con ansia l’alba del 22 ottobre. Il sole sorge e illumina i volti di Ramses, Ra e Amon, ma non quello di Ptah: un grande successo, anche se ai tempi del faraone le date dovevano probabilmente essere altre (tremila anni hanno cambiato molte cose, anche in campo astronomico).

Da sinistra Ptah, Amon-Ra, Ramses II deificato e Ra nel santuario del Tempio Maggiore

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Oltre al trasferimento dei templi di Abu Simbel, molti altri monumenti sono stati salvati nella valle nubiana (Tempio di Amada, Tempio di Wadi es-Sebua, Tempio di Philae…), sempre grazie al sostegno dell’UNESCO.

Proprio la riuscita del complesso progetto di Abu Simbel dà la misura di quanto fosse importante un organismo come l’UNESCO, in grado di raccogliere il sostegno economico e le necessarie competenze specialistiche da tutti i paesi membri. Nel 1965 nasce il “World Heritage Trust” e nel 1978 viene creata la lista dei siti patrimonio mondiale dell’umanità. I Templi di Abu Simbel vengono inseriti all’elenco dei siti da proteggere nel 1979.

Nel 1980 si conclude la campagna internazionale, sotto l’egida dell’UNESCO, che ha messo in salvo i monumento della Nubia, destinati altrimenti a rimanere sepolti sotte le acque della diga di Assuan. L’Egitto, che ha contribuito all’incirca con la metà dei fondi necessari, ha saputo mostrare la sua riconoscenza verso i paesi che maggiormente hanno sostenuto quell’impresa: Stati Uniti, Spagna, Olanda e Italia hanno ciascuno ricevuto in dono uno dei templi salvati.

In Italia, ricostruito al Museo Egizio di Torino, è arrivato il tempio rupestre di Ellesija, risalente al 1430 a.C, e salvato nel 1965 grazie all’impegno del Museo Egizio e al generoso finanziamento dell’imprenditore Giovanni Farina.

Il salvataggio dei templi di Abu Simbel e degli altri monumenti nubiani sono la dimostrazione che lo sviluppo economico può progredire di pari passo con la conservazione del patrimonio storico e culturale. Oggi più che mai, dopo le distruzioni di siti importantissimi per la storia dell’intera umanità, occorre ricordare e prendere esempio da quella lezione di collaborazione internazionale che rese possibile, sessant’anni fa, un’impresa che nessun paese avrebbe mai potuto portare a termine da solo.

Annalisa Lo Monaco
Annalisa Lo Monaco

Lettrice compulsiva e blogger “per caso”: ho iniziato a scrivere di fatti che da sempre mi appassionano quasi per scommessa, per trasmettere una sana curiosità verso tempi, luoghi, persone e vicende lontane (e non) che possono avere molto da insegnare.